E se Mancini le avesse prese nel tempio del calcio e della Brexit?

martedì 13 luglio 2021


Proviamo a capovolgere il successo dell’ottimo gruppo di calciatori messo su da Roberto Mancini, ottenuto con un bel risultato vincente. A parte le lacrime e il sangue delle migliaia di tifosi (con poche mascherine), a parte un lockdown psicologico del Paese e mettiamoci pure, sempre a parte, le accuse di mangiapane a tradimento lanciate a qualche giocatore pagato a peso d’oro, ciò che avrebbe brillato di una luce sinistra sarebbe stata di certo un’alzata di scudi e una voglia di rivincita dei vecchi tifosi italiani della Brexit imbottiti di populismo, cresciuti nella politica ai tempi del trumpismo dardeggiante parole d’ordine sovraniste da self-made man menefreghista del resto del mondo. Per non dimenticare l’influenza dello strappo politico dell’Inghilterra con la Brexit carica di evocazioni nazionaliste.

E il pensiero, da noi, corre alle reiterate sceneggiate pentastellate: mentre ambivano a sfasciare Governo, Camera e Senato della vecchia politica corrotta per eliminare la fame col segreto metodo dell’uno vale uno, chiedevano a gran voce l’uscita dalla Unione europea strangolatrice delle nazioni parallelamente a quella dall’euro, simbolo dell’avidità di cuori e menti delle fameliche burocrazie di Bruxelles. Una scena politica non difficile da osservare e, forse, non avremmo neppure bisogno “del rovesciamento della praxis” (frase aulica di una politica d’altri tempi) per notarvi la caratteristica che già prima di quel ribaltamento preso ad esempio ha dato vari segnali di cambiamento, di modifiche, di marce indietro, se vogliamo di veri e propri capovolgimenti.

Ma va pur detto che la vittoria a Wembley, simbolo dell’eccellenza del calcio, si porta dietro significati e indicazioni (in altre epoche non incisive politicamente, abbastanza superficiali, a parte il tifo e il prestigio acquisito che pure è sempre di durata non eccessiva) perché viene a cadere in un contesto nel quale la sconfitta di una Gran Bretagna uscita dalla Ue, battuta ora da una nazione che crede nell’Europa essendone fondatrice e parte integrante, va al di là di un immediato significato sportivo, semmai partendo da questo per illuminare una nuova serie di sequenze – che la tv rimette in onda senza freni – in una mescolanza di patriottismo senza rimorsi che non è nazionalismo, pur fasciandosi nel tricolore. Una gioiosa conferma identitaria che ci fa salire di molti gradini nella generale scala di valori che si iscrivono, ad uso interno ma con riflessi internazionali, anche e soprattutto in una governance ispirata alla stabilità e, ovviamente, a una sempre convinta partecipazione alla Ue.

I titoloni dei giornali, non poteva essere diversamente, si sono divertiti con formule fiammeggianti di entusiasmo per il grande successo ottenuto a Wembley, per di più in casa loro, ma è anche questo un segnale che non metterà a proprio agio, relegandole in disparte, le non poche posizioni interne che di questa governance conservano dubbi, incertezze, critiche e avanzano i soliti no, com’è il caso della giustizia da parte del M5S, di Giuseppe Conte… e dei suoi amici e maestri.

Il fatto è che la vittoria della squadra di Mancini ha compresso e ridotto le speranze dell’altra squadra di Conte, Alfonso Bonafede, Alessandro Di Battista e amici e maestri tipo Marco Travaglio. Da ciò il ragionamento che dall’inizio abbiamo cercato di sviluppare, prendendolo di slancio e rovesciandolo per vedere l’effetto che fa, o meglio, che poteva fare la sconfitta italiana nel tempio del calcio londinese. Con la conseguente vittoria della squadra di Conte.

È andata diversamente e si capisce che questa è una situazione eccezionale, ma intanto godiamocela e utilizziamola come richiede un risultato che mai come in questa occasione ha un duplice significato, sportivo e politico.


di Paolo Pillitteri