Covidittatura: un azzardo pericoloso

Circa un anno fa coniai il neologismo “Covidittatura” in quanto era chiaro che i massimi “principi” di libertà sanciti nella nostra “schiaffeggiata” Costituzione venivano moderatamente e lentamente infranti. A distanza di un anno si è conclamata una modalità governativa con tendenze autoritarie, in spregio ai non consensi popolari e a discutibili motivazioni sanitarie. Sappiamo bene che oggi il Parlamento non rispecchia appieno l’espressione della volontà popolare; la proroga dello stato di emergenza sino alla fine dell’anno, su un quadro sanitario globale drogato da dati notoriamente manipolati, contribuisce a creare un “affaticamento sociologico” dagli sviluppi prevedibili ma pericolosi.

Dai cugini transalpini, solo per citare una nazione europea, giungono sui nostri canali di informazione pochi dati sulla reazione popolare a quella che viene definita la “dittatura sanitaria di Emmanuel Macron”. Il fatto è che centinaia di migliaia di francesi sono scesi in piazza, spontaneamente, per protestare contro l’ipotesi di un green pass “lasciapassare”, ricordando che non siamo in uno “stato di guerra” e a quanto pare hanno ottenuto il risultato cercato. Questo dà fiducia sulla possibilità che la protesta “contagi” anche extra-confine, come sta accadendo in queste ore anche nelle nostre città.

Tuttavia, può essere utile analizzare il “percorso del Covid” retrospettivamente, al fine di individuare aspetti comportamentali di cui sarà bene tener conto in un prossimo futuro. Inizialmente, nel febbraio 2020, il Covid non è stato percepito come minaccioso poi, dopo un impegno mediatico robusto, a marzo 2020, tra morti(!) e ricoveri, è stato inteso come una minaccia per la nostra salute, provocando un panico collettivo. Così l’epidemia ha permesso l’adozione di misure, mai viste dopo gli anni Quaranta del 1900, di privazione delle nostre libertà, senza alcuna opposizione da parte della popolazione frastornata da questo richiamo, con vaghe radici medievali, alla nostra “condizione di mortali”.

Ogni giorno i media ci danno le cifre di ricoveri, rianimazioni, decessi e alle volte di guarigioni. Questo conteggio, farcito di paure, è sia immoralmente ansiogeno che notoriamente falso, e le controversie che seguono non tolgono ombre all’argomento, soprattutto sui protocolli di cure fino ad ora applicate sulla popolazione, con interessanti discrimini. Così alcuni politici hanno permesso la nascita di nuove figure televisive, gli “esperti virologi!”, la maggior parte prima sconosciuti, che ovviamente puntano a far durare al massimo questa emergenza per un prolungamento del loro narcisismo televisivo, lo stesso dicasi per chi orbita nel mastodontico business farmaco/sanitario.

Altri fattori di confusione sembrano essere la menzogna, le omissioni, le incapacità materiali, spesso l’ignoranza o la negligenza, ma anche la disfunzione degli organismi internazionali e della politica statale. In questa sfera la credibilità di organizzazioni come l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è ormai quasi annullata quando si tratta di produrre statistiche, meno quando informa sulle raccomandazioni scientifiche per la cura, come dimostrano la presenza, in molte nazioni, dei Cdc (Centers for disease control and prevention). Anche in questo quadro gli interessi trasversali sono oggetto di poco nobili trattative intergovernative, come sulla consistenza dei sussidi di funzionamento o sulle nomine dei vari “presidenti”, membri e funzionari vari.

Inoltre, l’Oms tiene conto solo dei dati forniti dagli Stati membri. Ad esempio, l’Oms ha contestato gli eccezionali risultati proclamati da Taiwan, rifiutando anche le modalità sanitarie applicate per il Covid. Inoltre, come si può dare razionalmente credibilità ai dati prodotti dall’India o dalla Cina dove non si hanno misure reali sui parametri demografici? Ricordando che la Romania di Nicolae Ceausescu (morto nel 1989) era stata classificata tra i paradisi della salute, fino alla rivoluzione che ha messo in luce la totale assenza di strutture sanitarie e l’abbandono di migliaia di orfani in veri e propri luoghi di morte.

In questo articolato e nebuloso sistema avvolto dalla “psico-info-pandemia” (citazione di Alessandro Meluzzi), quello che è chiaro è che siamo di fronte ai nostri attuali limiti, che sono un eccesso di ignoranza, una carenza di “emozioni” e di etica, l’impreparazione globalizzata, i problemi logistici, ma soprattutto abbiamo perso due delle principali caratteristiche umane: la capacità di adattamento e di reazione.

Le restrizioni non possono reggere all’infinito, sia per ragioni psicologiche che sociali, ma anche per ragioni economiche; la “vera” pandemia di “Spagnola” di cento anni fa si spense da sola, come tutte le altre epidemie della Storia, circa in due anni, senza sieri sperimentali; noi quasi ci siamo con i tempi, ma non con la “volontà politica”. I barlumi di una ripartenza dell’economica produttiva pare stiano superando i fallimenti e il pressapochismo generalizzato di chi dirige, con la speranza che i consumi seguano la “luce” della buona volontà e della tenacia, anche del piccolo ma fondamentale mondo economico.

La dittatura del “pensiero sanitario” non deve surrogare a tutti i costi il “pensiero economico”, a meno che “le politiche sanitarie” non abbiano interessi estranei alla salute. Comunque, le dittature cresciute nella prima metà del XX secolo erano una “necessità sociologica”, non un “incidente”, tuttavia erano suffragate dai “consensi”. Oggi i consensi non ci sono così il “green pass”, che di verde non ha nulla, maschera la privazione della libertà avvolgendola con una losca e nera nebbia (black pass).