Piano di rinascita e declino demografico

Siamo tutti entusiasti del Piano di rinascita europeo. Arriveranno miliardi di euro per risollevare l’Italia. I miliardi, tuttavia, non risolvono di per sé i problemi dipendenti da cause non strettamente economiche, senza un ideale che costituisca la linea d’azione del popolo che vuole davvero rinascere o si pretende che possa rinascere.

Sono portato a credere che il Piano di rinascita italiano stia offuscando piuttosto che vivificando l’ideale morale della nazione italiana. Abbiamo disposto d’impiegare quei soldi in un modo specifico deciso bensì da noi ma entro una cornice di settori stabilita dall’Unione europea. Ciò che fa sorgere la domanda sugl’impieghi: le scelte sono state in funzione dei soldi oppure i soldi in funzione delle scelte? Il contesto è stato obbligato dallo stanziamento dell’Ue; il garante pure dai circoli europei avendo credito internazionale. Dovrà essere obbligato e obbligatorio anche questo gigantesco esperimento di programmazione sovranazionale, che, per suprema albagia dei governanti l’Unione, sarà integrato in una rivoluzione economica indirizzata e guidata dall’alto “per il bene dell’Europa, dell’umanità, del pianeta”.

Ma la storia insegna, se qualcosa insegna, che l’essere umano non sale mai in alto, men che meno quanto ambirebbe, se pretende di raggiungere una meta palingenetica come appare la “transizione ecologica”: espressione ed escatologia riecheggianti l’ideologismo fanatico che abbiamo conosciuto nel XX Secolo. L’eterogenesi dei fini di Wundt, nient’affatto astrusa, sembra tuttavia dimenticata.

“Con parole più accessibili Schiller aveva insegnato che la pietra lanciata dalla mano dell’uomo appartiene al diavolo. All’arbitrio dell’uomo bisogna aggiungere che ogni azione sviluppa una serie di conseguenze in parte preterintenzionali, conseguenze non calcolate dal soggetto agente. Ogni fatto approda, oltre un certo raggio di effetti prossimi, a risultati imprevisti ed inattesi. Nessuno può illudersi di governare un futuro lontano. Dicevano gli antichi fata invenient viam” (Panfilo Gentile, Democrazie mafiose, Firenze, 2005, pagina 122).

Mentre Mario Draghi è impegnato allo spasimo a fare in modo che l’oceano di prestiti europei diventi “debito buono” nella totalità degl’impieghi (e sarebbe un successo inusitato se lo diventasse già al 75 per cento), la nazione sembra sciogliersi in carenza di un ideale morale dell’esistenza, quasi senza voglia di vivere e sopravvivere addirittura, come ha dimostrato Roberto Volpi nell’articolo “Addio mamma, perché l’Italia non fa più figli” (La Lettura, Corriere della Sera, 25 luglio 2021, pagina 14), dal quale traggo i dati a conferma. Mario Draghi guida un Paese invecchiato che paventa l’avvenire e scivola verso un destino senza via d’uscita. E non alludo all’economia nel senso più ampio. No, mi riferisco alla fibra esistenziale dell’Italia, dove sono crollate tanto le nascite quanto sono diminuite le donne in età feconda.

Le cifre lasciano senza fiato, altro che le percentuali del Pil. Nel 1960 nacque un milione di bambini. Nel 2020 ne sono nati 400.000. Le donne in età feconda erano 13,9 milioni nel 2009. Oggi sono 12 milioni: 1,9 milioni in meno! Questi due dati (si capisce intuitivamente) e gli altri riportati nell’articolo determineranno lo squilibrio della popolazione e l’effetto moltiplicatore del declino demografico in atto, con il rischio neppure troppo lontano che gl’Italiani divengano un ricordo.

Roberto Volpi sottolinea allarmato che per combattere la denatalità serve un clima di fiducia e interventi immediati, prima di adesso, se no “i dolori diventerebbero fuori dalla portata di ogni cura”. Il Piano di rinascita, ecco il punto cruciale a parer mio, checché ne pensi l’Europa, deve essere soprattutto e prima di tutto un piano di rinascita della natalità. Il “debito buono” deve servire a ripianare il “debito demografico”.