Green Pass: lucciole e lanterne

Esiste un pericolo più grande della “Variante Delta” del Covid: la rassegnazione – che fa rima con assuefazione – della gente comune all’idea che la sospensione della democrazia non sia un fatto in sé negativo. Al contrario, potrebbe essere una condizione desiderabile quando si ha la fortuna di pescare un jolly nella partita del Governo nazionale. E il jolly è Mario Draghi.

Talché il tirare dritto su alcune scelte non condivise con alcuni dei partiti che compongono la maggioranza parlamentare a suo sostegno ha restituito l’immagine (ingannevole) di leader affrancato dalla “schiavitù” della ricerca elettorale del consenso. La gente ci sta, lo accetta perché è come dice Alessandro Barbano su Huffington Post:Gli italiani, da destra e da sinistra con lo stesso rassegnato realismo, consegnerebbero a Mario Draghi le chiavi di casa propria. Eppure, il sentimento di cieca fiducia, diffuso nell’opinione pubblica, non promana dal profilo qualitativo dell’uomo al comando, almeno non del tutto, ma dalla cruda constatazione di assenza di alternative valide alla sua leadership.

Ora, per qualcuno potrebbe sembrare un bene che a un certo punto di una gara automobilistica tra corridori disorientati entri in pista la safety car per rimettere ordine. Ma la soluzione si trasforma in problema quando la medesima vettura di sicurezza, chiamata a intervenire a gara sospesa, comincia a correre sostituendosi ai bolidi in gara. Fuori di metafora: la sensazione è che si voglia consolidare l’insana idea di espungere dall’azione di Governo il concorso determinante dei partiti. Quest’ultimi, che dovrebbero rivendicare una centralità nel processo democratico, non lo fanno preferendo seguire la scia del vincente. Partiti e leader i quali, consegnandosi alla marginalità nella guida del Paese nella fase di transizione dall’emergenza pandemica alla ripresa, tentano a compensazione di ricostituirsi un’identità politica inscenando improbabili dispute a sfondo ideologico.

È il caso del Disegno di Legge Zan sull’omotransfobia che Enrico Letta e il Partito Democratico hanno trasformato da farmaco in veleno pur di dare prova di esistenza in vita. Stesso discorso per i Cinque Stelle in relazione alla (finta) ribellione alla modifica della legge (porcata) sull’abolizione della prescrizione targata Alfonso Bonafede, ex ministro grillino della Giustizia. Il discorso sull’appannamento del ruolo dei partiti vale a sinistra come a destra. Tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni è in corso una guerra di movimento che si nutre di argomenti sbagliati. Si veda il sostegno ai manifestanti “No Vax” e “No Green pass”.

Lasciare l’esclusiva del senso di responsabilità a Mario Draghi è un grave errore. L’ex capo della Banca centrale europea avrebbe dovuto essere la safety car che fa un giro di pista e poi va via. Invece, a causa dell’insipienza dell’azione politica dei partiti, lo si sta trasformando nell’Uomo della Provvidenza. Ma i Messia sono figure ascrivibili al credo religioso, alla dimensione spirituale, non adatti a governare a lungo la complessità del reale. Con gli “Uomini della Provvidenza” finisce male perché anche i migliori, armati delle più nobili intenzioni, cadono nella trappola dell’autoreferenzialità. Contro questa patologia non c’è vaccino e Mario Draghi non ne è immune. E comincia a preoccuparci il fatto che ne stia stato contagiato.

Possiamo essere precisi sull’istante in cui la malattia si è manifestata in lui. È stato in quel “se non ti vaccini muori”, pronunciato con studiata assertività nel corso dell’ultima conferenza stampa tenuta dal premier. Forse esageriamo, potrebbe essersi trattata di una innocente scivolata fantozziana perché non tutti i non-vaccinati muoiono. In sé non sarebbe niente di allarmante perché può capitare a chiunque di dire una castroneria. Quello che spaventa è la reazione con la quale quella stupidaggine sia stata accolta acriticamente dal mondo della politica e, a cascata, dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Siamo già oltre la soglia critica: nessuno si azzarda a contraddirlo ritenendo assiomaticamente che a lui sia concesso il dono di trascendere la verità. E la logica. Brutta storia. Come se ne esce? Non certo chiedendo a Draghi di essere meno Draghi. La soluzione è nelle mani dei leader politici che devono ritrovare gli argomenti e la volontà per riprendersi il posto che la norma fondante della nostra convivenza civile ha loro assegnato.

Ora, se il problema non è avvertito a sinistra, perché da quelle parti l’unica preoccupazione è di restare al potere anche a dispetto della volontà degli italiani, la questione si apre pericolosamente a destra. Stando ai sondaggi, per quel che valgono, se si votasse domani Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia insieme rappresenterebbero la maggioranza del Paese. Ma vincere le elezioni è un conto, governare un altro. La separazione dei destini di queste tre forze politiche nel sostegno al Governo Draghi sta provocando una crepa nella casa comune. Il rischio è che a furia di picconarsi vicendevolmente venga giù l’intero edificio.

Matteo Salvini vive con fastidio la crescita nei consensi di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, dal canto suo, è convinta di poter capitalizzare a proprio favore il malcontento, presente nella società, alle decisioni spesso contraddittorie dell’odierno Governo. Opposti stati motivazionali che hanno scatenato la competizione tra i due. Che non è virtuosa come ci si aspetterebbe ma somiglia tristemente a un “Tressette a perdere”. Il caso delle polemiche sul Green pass e sull’obbligatorietà del vaccino per alcune categorie professionali lo prova.

Per non lasciare spazio politico all’altro, ciascuno dei due leader l’ha sparata grossa. Così facendo si è giunti al paradosso di associare, nell’immaginario collettivo, la destra ai contestatori del Green pass e del piano vaccinale in nome di una confusa idea del concetto di libertà. Ragazzi, ma siamo impazziti? Si può discutere su quanto gli strumenti possano essere efficaci nella lotta al virus, ma tirare in ballo la lotta alla tirannia (per carità di patria ci asteniamo dal commentare le nefandezze social sull’assimilazione del Green pass al nazismo e ai campi di sterminio: roba da Trattamento sanitario obbligatorio) su questa vicenda è più che surreale: è oltraggioso.

Quella dei ragazzi di Piazza Tienanmen a Pechino che, nel 1989, con i loro corpi si opponevano all’avanzata dei carri armati cinesi era lotta per la libertà. Come lo è stata quella del giovane Jan Palach, patriota cecoslovacco che il 19 gennaio 1969 si diede fuoco in piazza San Venceslao, al centro di Praga, in segno di estrema protesta per l’invasione sovietica del suo Paese. Meraviglia che Giorgia Meloni, che conosce a memoria le parole della canzone “Avanti ragazzi di Buda” che celebra la rivoluzione ungherese del 1956 repressa nel sangue dalle truppe sovietiche del maresciallo Ivan Stepanovič Konev, possa pensare di paragonarvi le proteste di chi non vuole esibire la certificazione vaccinale quando va a cena con gli amici o quando va a teatro.

La corsa a carezzare il pelo al cosiddetto popolo dei “No vax” e “No green pass” ingaggiata dai due leader è un danno grave che rischia di compromettere la credibilità del messaggio liberale. Se si continua a gridare alla dittatura sanitaria si finisce col perdere la considerazione della maggioranza degli italiani e col mettere in discussione il consenso fin qui ottenuto. Ciò vuol dire accettare tutto ciò che fa Draghi? Assolutamente no. La critica ci deve essere, ma costruttiva.

I due leader devono cominciare a giocare di sponda, da dentro e fuori il perimetro della maggioranza, per incalzare il Governo a fare di più e meglio per il bene della nazione. Ancora una volta è stato opportuno l’intervento di Silvio Berlusconi che in una lettera a Il Corriere della Sera ha detto ciò che da liberali bisognava dire, “chi decide di non vaccinarsi non può imporre le conseguenze della sua scelta agli altri e deve accettare le limitazioni che ne derivano, per la tutela della salute delle altre persone; sì all’obbligo vaccinale in un settore strategico come la scuola; e il green pass è una misura di buon senso.

Matteo e Giorgia si fermino finché sono in tempo. Ascoltino i governatori regionali iscritti ai loro partiti che, nella pratica quotidiana, sono più realisti del re sul da farsi. C’è un popolo di destra che da una vita sogna il momento di vedere i suoi partiti alla guida del Paese. Non facciamo che dovremo tenerci per un altro decennio l’Uomo della Provvidenza di turno. Di “santi subito!” anche il calendario non ne può più.