I comportamenti che non piacciono a Draghi

In questi ultimi giorni abbiamo letto su due distinte testate giornalistiche dichiarazioni e comunicazioni che denunciano in modo davvero preoccupante una forte discrasia comportamentale: nel primo caso, infatti, abbiamo appreso, con una inimmaginabile carica di ottimismo, la dichiarazione del ministro Enrico Giovannini che ci ha comunicato che sono già stati spesi nel comparto infrastrutture 6 miliardi di euro del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, spesi addirittura prima ancora di ricevere l’autorizzazione della Unione europea mentre, nel secondo caso, dal Parlamento veniamo a sapere di uno scontro tra il ministro della Transizione ecologica e la Camera dei deputati che con un emendamento mette a rischio l’iter approvativo delle grandi opere.

Ebbene, cominciamo con quanto dichiarato da Giovannini sui 6 miliardi già spesi: il ministro ribadisce che questo è stato un modo per dimostrare la volontà a fare ma dimentica che erano risorse autorizzate dalla Legge 178/2020 (Legge di Stabilità 2021) e quindi se fossero davvero stati aperti i cantieri sarebbe stato tutto normale; ma il vero problema è che i 6 miliardi denunciati dal ministro sono, nel migliore dei casi, solo stati impegnati ma non spesi. Anche in questo caso la colpa, come è già avvenuto in passato con l’ex ministra Paola De Micheli, non è del ministro ma di chi trasmette al ministro dati che purtroppo sono poco precisi.

Tra impegno e spesa, infatti, la distinzione è enorme. Per evitare che qualcuno sospetti che queste siano mie interpretazioni errate, ritengo utile ricordare quali sono state le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili rilasciate ultimamente in una intervista sul quotidiano Il Messaggero: “Già spesi 6 miliardi della Unione Europea per Alta Velocità, bus e porti”. E, sempre nello stesso articolo, il ministro ha anche risposto alla domanda del giornalista “Quali sono i cantieri già finanziati con le risorse Ue?” precisando: “La linea Napoli-Bari ad alta velocità che aveva già finanziamenti nazionali. E poi come accennato l’acquisto di bus ecologici, lo sviluppo dei porti e l’ammodernamento delle ferrovie regionali. Molto presto affronteremo anche progetti di riqualificazione urbana di numerosi Comuni”.

In merito al secondo caso, assistiamo allo sconcerto del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che pochi giorni fa ha vissuto un’imboscata dell’asse Movimento Cinque Stelle-Partito Democratico nei confronti di un provvedimento chiave per l’attività del suo Dicastero. Una imboscata che nel Governo sono in molti a temere, perché sicuramente diventerà sistematica.

Cerchiamo di capire cosa sia successo: nelle Commissioni Ambiente e Affari costituzionali della Camera l’esecutivo è stato battuto sul Decreto Recovery che contiene la governance del Pnrr e le semplificazioni, un Decreto fondamentale per ottenere i primi 24 miliardi di aiuti dall’Europa. A mandar sotto il Governo sono state due forze di maggioranza, Movimento 5 Stelle e Pd che hanno fatto passare un emendamento, nonostante il parere contrario del relatore e del Governo.

Nel merito, l’emendamento consente al Parlamento di stoppare l’iter di approvazione delle opere strategiche per le quali sono previsti appalti semplificati ed un apposito comitato può, con una maggioranza di due terzi dei componenti, chiedere alla Transizione ecologica di rivedere le decisioni sulle maxi-opere. Cingolani, si dice sempre nell’articolo, ha fatto sapere per le vie informali che a queste condizioni la sua permanenza nel Governo non ha senso.

Questi comportamenti sicuramente non piacciono al presidente del Consiglio; nel primo caso, quello dell’annuncio di risorse spese, è, a mio avviso, del tutto antitetico all’approccio che, in questi mesi di attività, Mario Draghi ha tenuto proprio nei confronti del Paese e della Unione europea. In più occasioni, ha ribadito che si promettono solo le cose che si è in grado di attuare e, soprattutto, non si devono fornire gratuite informazioni su ciò che si fa e su ciò che si intende fare.

Mentre per quanto concerne il ministro Giovannini, trattasi solo di una imprecisione, anche se sostanziale, fornita dai suoi collaboratori: quella dell’emendamento parlamentare prodotto dallo schieramento formato dal Movimento 5 Stelle e dal Partito Democratico si configura, a tutti gli effetti, come una volontà antitetica ai desideri non di un solo ministro, nel caso Cingolani, ma dell’intero Governo.

Ancora una volta meraviglia il comportamento schizofrenico del Pd: assertore sempre della essenzialità delle opere strategiche e poi per accattivarsi le simpatie del Movimento 5 Stelle è pronto a cambiare pelle, pronto a tradire non solo se stesso ma tutti coloro che da sempre avevano riposto fiducia in tale schieramento, perché fautore del rilancio delle infrastrutture.

Ho voluto stigmatizzare questi due eventi perché testimoniano da soli quanto sia preoccupante, da un lato, la superficialità mediatica di alcuni membri del Governo e quanto sia instabile e pericoloso il rapporto tra Parlamento ed Esecutivo, specialmente se con un emendamento, prodotto da forze che dicono di essere maggioranza di Governo, si incrina l’avanzamento del nostro Recovery Plan.

In fondo, io intravedo in questa ultima azione una chiara forma di ripicca da parte del Movimento 5 Stelle contro il Recovery Plan prodotto da Draghi; il Movimento sente ancora la vergogna di quel documento trasmesso alle Camere nel gennaio di questo anno dall’ex presidente Giuseppe Conte; un documento impresentabile e che la Commissione europea non ha neppure iniziato a leggere. Questa vergogna ha prodotto e continuerà a produrre questo folle comportamento. Il Movimento 5 Stelle però commette un grave e imperdonabile errore: sottovaluta le reazioni del presidente Draghi.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole