Green pass, filosofia e diritto

Mettiamola così: Massimo Cacciari non è affatto uno sciocco e pone questioni legittime – ho detto “questioni” – perché interrogarsi sulle cose, o coltivare il dubbio, è indispensabile.

Altro e diverso discorso è sapere – o comprendere – se le domande poste sono quelle giuste, come amava sottolineare Jeremy Bentham. E in questo caso (articolo su Huffington Post) ho l’impressione che Cacciari, sensibilissimo filosofo, abbia posto ai giuristi le domande sbagliate.

Essendo filosofo, non coglie in tutta la sua effettiva dimensione la natura precettiva dei principi che affermano diritti (la libertà) e contemplano le condizioni dei loro limiti (la riserva di legge per il trattamento sanitario obbligatorio). Non si confronta con l’articolo 2 della Costituzione e la indisponibilità dei diritti dallo stesso protetti, trascurando che il 2 viene prima del 3 non solo sotto il profilo numerico. Registra i punti di frizione tra i comandi e l’astratta idea di libertà (e giustamente non si aggrappa, come fecero i legislatori camuffati del 2020, alla sola emergenza), ma non vede le contraddizioni che potrebbero scaturire dal vuoto normativo o dall’inefficacia di norme non del tutto cogenti.

Si può essere pro o contro tutto, anche contro il green pass. Sollevare dubbi è giustissimo. È democrazia, in altre parole. L’errore sta nel credere che il diritto sia, ontologicamente, democratico: lo è il suo prodotto, auspicabilmente; lo deve essere la procedura di produzione (la riserva di legge ne è l’emblema). Non lo è la sua natura. Il diritto è forza, comando, regola, anche in democrazia. Anzi: soprattutto in democrazia, regime che esclude la forza senza legge.

Il diritto, come ogni scienza, non è democratico. O è filosofia.