Il vento in poppa della ripresa dove condurrà?

Notizie positive dal fronte dell’economia. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le stime di crescita del Pil italiano (+ 4,9 per cento) per il 2021. Per il 2022 la previsione è del +4,2 per cento. Si va meglio della Germania. Sorpassare una tantum i tedeschi non ha effetti pratici, purtuttavia è un toccasana per il morale degli imprenditori. Eppure preferiremmo che la fiducia, che torna a fare capolino nel sistema produttivo del nostro Paese, infondesse coraggio principalmente nei risparmiatori.

Uno studio dell’Abi (Associazione bancaria italiana) ha rilevato che, a novembre 2020, la sola liquidità sui conti correnti ammontava a 1.715 miliardi di euro, con un incremento del 32,5 per cento circa rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È l’effetto collaterale del virus pandemico: con gli italiani chiusi in casa e limitati nella capacità di spesa, le attività commerciali azzerate, parte delle produzioni ferme, i depositi bancari, in particolare delle persone a reddito fisso garantito, sono lievitati a dismisura. Ora però che la macchina della ripresa economica è stata messa in moto, il problema di cosa farne i fortunati possessori lo hanno. L’auspicio è che potrebbe materializzarsi uno straordinario allineamento congiunturale per il nostro sistema produttivo a condizione che il Governo faccia la sua parte per convincere i risparmiatori a compiere le scelte appropriate nella riallocazione del denaro disponibile.

Bisogna che tra Palazzo Chigi, il ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo economico si tiri fuori un’idea sensata – non chiamiamolo ancora piano – di sviluppo industriale. Si obietterà: c’è già il Piano nazionale di resistenza e resilienza (Pnrr) che porterà in Italia 209 miliardi di euro del Next Generation Eu. Sarà, ma non è motivo sufficiente per restare sprofondati in poltrona ad attendere che i soldi europei caschino dal cielo. C’è una massa monetaria gigantesca nelle mani dei privati che, se non li si convincerà rapidamente a credere nelle opportunità del nostro mondo produttivo, prenderà la strada dell’estero andando a finanziare la ripresa economica di altri Stati, nostri competitori.

D’altro canto, a spingere per l’accelerazione degli impieghi in prodotti finanziari sono le grandi banche che non gradiscono affatto tenere in pancia una maxi-liquidità infruttuosa. Come denuncia dal suo blog Vincenzo Imperatore, esperto di finanza, la Fineco Bank ha inviato una mail a tutti i correntisti, titolari di depositi di conto superiori a 100mila euro, a mezzo della quale ha minacciato la rescissione del contratto qualora, entro due mesi, non fossero effettuate operazioni di investimento su prodotti diversi dai conti correnti. Altre grandi banche – Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnl, Bper, Bpm – hanno optato, attraverso la modifica unilaterale dei contratti in essere, per l’applicazione di commissioni di giacenza mediamente dello 0,5 per cento annuo sui depositi superiori a 100mila euro. Se la pandemia è paragonabile a una guerra piuttosto di lasciare che quei tanti denari finiscano nei fondi esteri perché non provare a trattenerli in Italia utilizzandoli oculatamente nella partecipazione allo “sforzo bellico”? Basterebbe una quota dei quasi 2.000 miliardi di euro in stand by sui conti correnti per ricostruire il Paese dalle fondamenta.

Altro che aiuti dall’Europa! E non sarebbero gli unici capitali disponibili: il segnale che una nazione decida di scommettere su se stessa attirerebbe gli investitori stranieri. Occorre però che il Governo compia la rivoluzione inserita nella ragione sociale della “maggioranza degli opposti”: quattro riforme strutturali per agganciare l’Italia al ventunesimo secolo. Giustizia, fisco, burocrazia, mercato del lavoro, sono le chiavi di passo per il nuovo mondo. Fintantoché ci sarà la giustizia “ingiusta” e lumaca che spaventa gli investitori; una burocrazia che strangola qualsiasi iniziativa imprenditoriale; una tassazione abnorme che annichilisce il profitto; un mercato del lavoro schizofrenico, che passa da eccessi regolativi asfissianti a coprire zone grigie d’impunità del lavoro nero e del sommerso, principale fattore della concorrenza sleale alle imprese regolari, la potenzialità produttiva della nostra economia si rappresenterà sempre come una Ferrari parcheggiata in garage a tempo indeterminato.

È il momento giusto perché il Governo dica una parola definitiva verso dove destinare lo sforzo produttivo, quali settori economici privilegiare e con quali strumenti normativi e risorse finanziarie sostenere la spinta alla ripresa. Il refrain che va per la maggiore è: transizione ecologica e digitale. Prima di azzardare voli pindarici è bene piantare i piedi nella realtà. In Italia non mancano, in tutti i settori economici, punte d’eccellenza. Tuttavia, i pochi casi paradigmatici non compensano la fragilità complessiva del tessuto produttivo negli aspetti più critici che attengono allo scarso numero di imprese pienamente integrate nelle catene globali del valore; alle differenze di performance territoriali e tra classi d’impresa; ai maggiori costi dei servizi e delle materie prime energetiche che generano uno svantaggio competitivo sul mercato globale; a un mercato del lavoro centralizzato che regola condizioni salariali e produttività ignorando il contesto operativo delle singole imprese.

Il Piano industriale serve a rispondere a una domanda alla quale tutti i Governi degli ultimi vent’anni sono sfuggiti: abbiamo ancora un comparto automobilistico trainante nel nostro Paese? In Italia non c’è più la Fiat e quel poco di produzione dell’automotive ancora presente è a guida francese. Il cervello di Stellantis, la multinazionale dell’auto nata dalla fusione tra i gruppi Psa e Fiat Chrysler Automobiles, è a Parigi. È pur vero che la holding abbia ricevuto lo scorso anno un maxi-prestito dall’Italia di 6,3 miliardi parzialmente garantito da Sace, erogato da Intesa Sanpaolo e condizionato all’utilizzo esclusivo per attività produttive e industriali di Fca Italy sul territorio nazionale, ma nell’azionariato di Stellantis c’è il Governo francese al 6,2 per cento, non quello italiano. E questo vorrà pur dire qualcosa quando si porrà il problema della ristrutturazione dei siti produttivi del gruppo sparsi in tutto il mondo.

Accantonato il discorso sul segmento automobilistico, cosa ne sarà della metalmeccanica italiana alle prese con le trappole della transizione ecologica? Se il Governo non provvede ad approntare una mappatura degli impianti da riconvertire alle nuove produzioni ecosostenibili si corre il rischio, in sé paradossale, che pur avendo una montagna di denaro a disposizione si finisca per finanziare la deindustrializzazione del nostro apparato produttivo. Possiamo affidarci totalmente agli investimenti nel digitale? Gli entusiasti del settore osservano che le dieci professioni oggi più richieste dal mercato fino a 10 anni fa non esistevano e che il 65 per cento dei bambini che ha iniziato le scuole elementari nel 2016 affronterà un lavoro di cui oggi non si conoscono le caratteristiche. Se così fosse non dovremmo parlare d’altro che di revisione integrale del modello educativo-formativo. È pronto lo Stato a farsi carico di sostenere gli investimenti propri e del privato nell’acquisizione e nello sviluppo delle competenze connesse alla rivoluzione del digitale, a cominciare dalla ridefinizione del paradigma della formazione negli Istituti tecnici superiori per rendere tempestivamente realizzabile il matching tra domanda e offerta sul mercato del lavoro? Detto con franchezza, questo “Governo degli opposti” non lo reputiamo capace di affrontare una trasformazione del Paese di tale portata, visto che a poco più di un mese dall’avvio dell’anno scolastico non ha ancora stabilito se si riuscirà a far riprendere le lezioni ordinatamente in presenza o se agli studenti toccherà stare a casa a trastullarsi con la Dad, l’illusoria didattica a distanza.

È assai probabile che Mario Draghi non ce la farà a portare a termine, entro la scadenza della legislatura, neanche la decima parte del “vasto programma” che si è dato all’atto di affrontare l’avventura governativa. Il suo passaggio resterà comunque una chiave di volta per la ripresa economica perché, di là dal numero degli obiettivi mancati, l’ex banchiere avrà dato alla politica qualcosa di più prezioso del successo effimero di qualche bandierina piantata: avrà insegnato un metodo di governo alla classe dirigente di questo Paese. E tale sarà nella memoria collettiva delle future generazioni il suo valore aggiunto da essere ricordato come il pescatore del proverbio confuciano che non dava pesci a chi glieli chiedeva, ma insegnava loro a pescare.