Sulla riforma della Giustizia: i tanti dubbi di Leonardo Sciascia

In un tempo umano passato, ma abbastanza recente, non c’era la rete ed era necessario spostarsi fisicamente per cogliere i mali del proprio momento dalla viva voce degli intellettuali. L’opportunità d’una conferenza o d’una lezione tenuta da Leonardo Sciascia era qualcosa d’irripetibile e profondo, specie in quel momento storico che aveva archiviato la strategia della tensione e comunque s’interrogava sui limiti etici e morali del partito confessionale di “maggioranza relativa”, la Democrazia Cristiana. Lezioni che probabilmente minerebbero le granitiche certezze ignoranti di gran parte dei Cinque Stelle, soprattutto in tema di giustizia.

Oggi, a distanza di quarant’anni dalle vicende, un po’ tutti riconosciamo a quella Diccì la capacità di confrontarsi con gli intellettuali (soprattutto con Sciascia), d’ascoltare la pancia, il cuore e la testa degli italiani. Ma anche allora Sciascia non nascondeva quel suo senso pessimistico e di delusione verso la giustizia umana, reputando le verità processuali non depositarie di dogmi, quindi criticabili. Una visione che, abbinata al relativismo conoscitivo pirandelliano, generava nello scrittore un irrefrenabile umorismo verso le istituzioni tutte. Al punto che ce le faceva percepire come un qualcosa di semiserio, degne di quel serioso contegno che avvolge le ricorrenze tutte, e spesso in spregio delle profonde ragioni che le hanno partorite.

Era lo Sciascia più caustico e maturo, che da parlamentare aveva indagato sulle vere ragioni del delitto Moro. Del resto, lo scrittore aveva già intuito che fine avremmo fatto, e lo aveva accennato sia ne Il giorno della Civetta che in Todo Modo. Sciascia sosteneva che le verità, e le conseguenze della politica, sono sotto gli occhi di tutti: proprio per questo nessuno le vede. Di fatto lo scrittore ci ha consigliato un’attenta rilettura degli eventi politici, scandagliando il significato ambiguo o duplice delle iniziative del potere, e questo permette a qualsiasi cittadino di buona volontà di avanzare ipotesi sui vari enigmi economici, politici, giudiziari.

La lezione di Sciascia ci fa apparire ancor più neglette le posizioni dei Cinque Stelle come di tutti i liberticidi, che pretenderebbero una inossidabile giustizia ottusa e persecutoria. Bonafede o malafede? La risposta è nel Limbo: se Omero ed Esiodo non hanno per motivi temporali conosciuto il Cristianesimo, altrettanto Alfonso Bonafede non ha fatto a tempo ad attingere al suo conterraneo Sciascia prima d’avere il potere. Ma la poca convinzione delle proprie idee, mista al senso democristiano della vita che caratterizza il politico siciliano, hanno comunque permesso che Alfonso Bonafede trovasse sulla riforma della giustizia dei punti d’intesa col leghista Matteo Salvini.

Sciascia aveva previsto tutto, anche se non ci aveva fatto i nomi di Bonafede e Salvini, Beppe Grillo e Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni. “Todo Modo”… va tutto alla “Todo Modo”. Perché, come sosteneva lo scrittore, anche chi non crede al diavolo viene comunque tentato dal demonio. E prima o poi a tutti fa comodo che ci sia un diavolo che aggiusti le nostre faccende. In “Todo Modo”, per quanto ambientato negli anni Settanta, ci sono le risposte che cerchiamo. La chiusura sociale che stiamo vivendo, abbinata alla riduzione del numero dei parlamentari, senza dimenticare il peso giudiziario che potrebbe incombere su tutti i negazionismi (dal processuale al sanitario), ci fanno comprendere che mondo malato e asfittico ha creato questa gestione politica.

Noi, come il protagonista del romanzo (un famoso pittore) scopriamo che le cose non stanno così come ci dicono. Il pittore si reca per riposo in un monastico eremo e scopre che il luogo è stato trasformato in un hotel dall’ambiguo Don Gaetano, e che in certi periodi dell’anno ospita persone di alta estrazione sociale (ministri, politici, direttori di banche) per ritiri spirituali. Nel romanzo c’è l’epidemia, l’omicidio d’un notabile e un procuratore che indaga, ma alla verità ci arriva solo il pittore, ovvero chi capitato lì per caso: poi Don Gaetano si suicida e Sciascia ammette che il colpevole di tutto è chi racconta i fatti, chi non nasconde la verità vera. Per farla breve, l’omicidio politicamente perfetto è possibile e perfezionabile sotto pandemia. Ovvero ridurre le libertà d’opinione e di critica per il nostro bene, come reputare che solo una giustizia ingiusta possa sedare gli animi d’un popolo triste ed affamato.

Lo scrivente confessa d’essere un pessimista giudiziario (la lezione di Sciascia) e reputa che sia solo teatrino fare una riforma per spostare la prescrizione dal reato al procedimento, come del resto aggiungere un anno alla Cassazione e sottrarne un paio all’Appello. Cambiando l’ordine dei fattori la somma non cambia. Si stenta anche a credere che questa riforma possa essere funzionale a farci avere soldi dall’Unione europea. E perché non incide sull’andazzo dei tribunali, sulle ataviche cupole e sui processi aggiustati o guastati. Questa riforma è come quella che ha abolito (dopo un referendum) il ministero dell’Agricoltura cambiando solo il nome in Politiche agricole, e ci venne detto che serviva ad andare incontro alla Politica agricola europea (comunitaria). Ma forse abbiamo risolto l’enigma della cooptazione della classe politica e dirigente… una scrupolosa selezione tra i giovani di buone speranze che hanno letto pochi libri e, soprattutto, non alimentati dai dubbi di Sciascia.