Perché Renzi voterebbe B. al Quirinale

Matteo Renzi ha chiuso l’edizione 2021 della “Leopolda” rilanciando l’idea del grande centro. Sebbene presentata come soluzione di alto profilo, l’iniziativa di ricostruire un centro moderato all’interno del perimetro politico-sociale un tempo presidiato dalla Democrazia Cristiana è il remake di un film già visto. E neanche di successo. Renzi persevera nell’ignorare un dato incontrovertibile: il bipolarismo nell’assetto della rappresentanza politica è diventato un tratto antropologico del nostro vivere la cosa pubblica. Gli italiani si fidano di un sistema tendenzialmente maggioritario e lo vorrebbero applicato in una corretta dialettica democratica dell’alternanza. Mentre l’atomizzazione della rappresentanza o la proposizione di terzi e quarti poli non hanno futuro.

Il Movimento Cinque Stelle ne è testimone. Nati per essere “la terza via” della politica italiana, i grillini, aggregandosi al centrosinistra, si sono rituffati nel bipolarismo tradizionale per biasimevoli ragioni di sopravvivenza. Perché dovrebbe riuscire a Renzi, il cui gradimento presso gli elettori è cubato con numeri da prefisso telefonico, ciò che non è riuscito a chi, nel 2018, ha raccolto il voto di un terzo degli italiani? Il “senatore di Scandicci” è troppo astuto per non avere contezza della realtà. Sa benissimo che, alle condizioni date, il suo progetto è destinato a naufragare. Per dirla alla maniera delle iperboli figurative di Pier Luigi Bersani: c’è una mucca nel corridoio che gli ostruisce il passaggio verso l’agognato approdo al centro. La mucca è Silvio Berlusconi. L’unica chance che ha Renzi per dare senso alla costruzione del centro politico gli verrebbe dall’acquisizione di un partito d’area che abbia già una consistenza elettorale prossima alle due cifre. Cioè, Forza Italia.

Sganciando il partito berlusconiano dall’ancoraggio al blocco della destra e sommandolo ai cespugli che affollano la “terra di nessuno” tra i poli contrapposti di sinistra e destra, è possibile, in linea teorica, influenzare la composizione di future maggioranze di Governo. L’assunto dell’ex “Rottamatore” si basa sul presupposto che la disarticolazione degli odierni poli renda loro impossibile sostenere la vocazione maggioritaria per governare il Paese. Tuttavia, la frammentazione della rappresentanza parlamentare determinerebbe uno scenario da incubo: si va alle urne e il giorno dopo gli schieramenti della destra e della sinistra non avendo i numeri per formare in proprio un Governo si rivolgono al centro, per raggiungere la fatidica quota della metà più uno dei voti in entrambi i rami del Parlamento. Vi sarebbe inevitabilmente un’asta con Renzi nei panni del banditore per assegnare la dote centrista al miglior offerente. Se questa è l’idea di buona politica uscita dalla “Leopolda”, siamo alla frutta. Ma i giudizi morali non rilevano, giacché la politica è pragmatismo: si fa ciò che si può fare. E proprio per stare alla concretezza dei dati di realtà, il progetto renziano di scalare Forza Italia resta un sogno proibito, a meno che non si verifichi l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. Tentare di buttare fuori dalla politica il vecchio leone di Arcore non sarebbe una novità: è da trent’anni che la magistratura ci prova e non vi riesce.

Anche la natura con i malanni e i virus e il contatore apposto sulla carta d’identità ci hanno provato, ma lui, il “Cav”, l’ha sempre sfangata. E continua a cavarsela, segno che è davvero come i gatti: ha sette vite. Ora, quando un ostacolo non lo si riesce a rimuovere con le cattive, si tenta con le buone. L’espressione “promoveatur ut amoveatur” vi dice niente? Renzi è molte cose, per lo più negative, ma di sicuro è uomo fortunato. Tra qualche settimana gli si combinerà l’occasione della vita: l’elezione del presidente della Repubblica. L’ex “Rottamatore” sa che fin quando Berlusconi sarà il padre-padrone del suo partito, Forza Italia resterà saldamente legata alla coalizione del centrodestra con Lega e Fratelli d’Italia. Gli spasmi di cui è preda qualche dirigente forzista non hanno alcun effetto: comanda il capo e si fa ciò che dice lui. Ma se per un bizzarro gioco del destino il vecchio leone dovesse lasciare la lussuosa dimora di Arcore e prendere possesso di altra e più prestigiosa magione che è stata residenza di papi e di re, Forza Italia rimarrebbe orfana o, come scriverebbe il Manzoni, “orba di tanto spiro”.

Passando al microscopio il discorso “leopoldiano” di Renzi, si intravede l’ordito di fondo: “Io, Matteo Renzi, ho creato Sergio Mattarella capo dello Stato, ho creato il Conte bis, ho creato il Governo Draghi, ergo: sarò io il kingmaker del prossimo presidente della Repubblica”. Allo scopo, si comprende il passaggio politico ufficializzato alla “Leopolda”: col pretesto dell’incompatibilità con la presenza sotto lo stesso tetto di quel che resta dell’armata grillina, staccare definitivamente la pattuglia di Italia Viva dall’appartenenza alla galassia della sinistra signoreggiata dal Partito Democratico per avere mano libera ai tavoli negoziali: dalla corsa per il Quirinale alle candidature a sindaco nelle grandi città alle Amministrative della primavera prossima. Renzi, incapace di “leggere” le istanze reali dei cittadini, si rifugia nella politica di Palazzo: fatta per il Palazzo e consumata nel Palazzo.

Ha ragione Alessandro De Angelis nel riscontrare, sull’Huffington Post, che dalla “Leopolda” non sia venuto fuori uno straccio di idea di futuro del Paese. Quando si parla di elezione del presidente della Repubblica si è nella terra incognita dei ragionamenti ipotetici, che proprio perché tali hanno tutti pari dignità. Allora, perché escludere a priori un’offerta di scambio promossa da Renzi del tipo: Quirinale contro il pacchetto Forza Italia? Possibile? Sì. Realistico? No. Che Renzi ci possa provare è legittimo, ma che gli altri, a destra, se ne stiano buoni e tranquilli a fare il suo gioco è alquanto improbabile. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, subodorando la manovra volta a sottrarre Forza Italia alla coalizione di centrodestra per farne l’asse portante di un terzo polo moderato, farebbero saltare la candidatura di Berlusconi impallinandolo nel segreto dell’urna. Come capitò a Romano Prodi il 19 aprile del 2013. Ma di questo ne è consapevole anche il vecchio leone, troppo scafato per consegnarsi mani e piedi a un soggetto inaffidabile come il “senatore di Scandicci”. Ancora brucia il tradimento di sette anni fa quando Renzi beffò malamente Berlusconi con la decisione, inaudita altera parte, di mandare al Colle Sergio Mattarella. Scelta che gli italiani hanno pagato a caro prezzo.

Meglio stare ai fatti. E i fatti dicono che Renzi, con le sue arie da spregiudicato manipolatore di schemi tattici, resta un peso piuma nelle urne. E dicono pure che chi nel tempo, avendolo incontrato, lo ha misurato e pesato, l’ha trovato mancante. Tanto basta per non prenderlo sul serio.