Se io fossi Orietta Berti

Se io fossi Orietta Berti, non starei con il microfono in mano ad aspettare gli eventi. Molte signore, in gruppo o da sole, stanno perorando la causa delle donne al Quirinale. Sostengono che il momento è giunto. Il presidente della Repubblica deve essere donna, almeno all’anagrafe. È l’ora di una signora, in gonna o pantalone, capo/a dello Stato. Vengono fatti sui giornali o sussurrati nei conciliaboli i nomi di personalità femminili dei vari campi le quali sarebbero, a giudizio delle sostenitrici, in grado di ricoprire l’altissima carica.

Il presidente della Repubblica è in Italia uno strano soggetto politico. Occupa un posto elettivo a cui tutti aspirano. Però nessuno è candidabile per farvisi eleggere, sicché il nome devono farlo i simpatizzanti, a mezza voce o ufficialmente. Tuttavia, le candidature informali fioccano. La mia collega cantante, Gianna Nannini, avendo superato i cinquant’anni, ha deciso di presentarsi. Se la sente e vuol tentare. A questo punto, non posso più star zitta. Devo uscire dal riserbo. Una donna purchessia al Quirinale? Giammai! Voglio farmi avanti, sebbene dubiti che l’elezione a capo dello Stato sia meglio che vincere il festival di Sanremo. Certo il Quirinale è il più bel palazzo del mondo, così grande che finalmente potrei sistemarvi l’intera mia collezione di bambole per esporla alle visite del pubblico. E poi lì non mancano i giardini. Vi coltiverei i fiori per la bellezza e gli ortaggi per la cucina.

Non è solo la vanità o l’ambizione a spingermi al gran passo. Anzi, io di mio sono modesta benché consapevole dei miei mezzi, non solo canori. L’intraprendenza mi è stata stimolata da Nannini, va bene, ma pure da certi altri altri nomi che ho sentito circolare. Donne degnissime, per carità. Ai miei occhi, però, certe signore sponsorizzate appaiono più tipe da verdura lessa che da tortellini. Un Paese come il nostro, è vero, deve tutto alla bellezza, però pure il cibo e il vino non gli hanno dato meno fama mondiale. Ve lo assicuro, io le cucine del Quirinale le farei gemere di piacere. Avvierei un’intensa diplomazia gastronomica e, statene certi, garantirei la pace nel mondo apparecchiando culatelli, zamponi, ragù, cappelletti, sangiovese, lambrusco, parmigiano. Tutto servito con il mio sorriso e condito con bonomia emiliano-romagnola. Quando le trattative internazionali si facessero serie, le farei pendere dalla parte giusta con buon senso e forza da azdora. Del resto, sono pure simpatica e umile, due qualità che i potenti apprezzano perché non fanno ombra alla loro scostante superbia. Li rassicurano.

La collega Nannini no, non va bene. Troppo presa dalle sue notti magiche. Io invece sono genuina, familiare, popolare, come la trattoria dei camionisti. Fin che la barca va, la lascerei andare. Ve le immaginate le altre di cui parlano? Seriose, politicamente corrette, tutte nouvelle cuisine, mousse alla prugna cotta ed acqua minerale. Sembrano in clima Covid, mentre gl’Italiani devono “tornare a riveder le stelle”. Oh, il verso di Dante mi è scappato. Per caso. L’ho confuso con il refrain di un mio successo.