Un impaccio di nome Mario Draghi

Pensavano fosse una risorsa della Repubblica e invece sono rimasti con il cerino in mano. Dalle manovre che ruotano intorno al Quirinale, sembra proprio che Mario Draghi sia diventato di impaccio. Se lo eleggono al Colle, la probabilità di andare alle elezioni si alza moltissimo. In alternativa – e nella migliore delle ipotesi – il Governo di unità nazionale si trasforma in un instabile governicchio di centrosinistra con annesso rischio da parte dei giallorossi di andare alle elezioni del 2023 dovendo giustificare gli insuccessi in qualità di maggioranza uscente.

Sembra quasi che l’elezione di Super Mario alla presidenza della Repubblica convenga solo all’ex banchiere centrale, che così guiderebbe Palazzo Chigi dal Quirinale in questo scorcio di legislatura e darebbe le carte per i prossimi sette anni. Scenario che, come detto prima, non conviene al centrosinistra perché, sul finire della legislatura, dovrebbe assumersi tutti gli oneri e nessun onore.

Sul versante opposto, gli eventi hanno invece consegnato nelle mani del centrodestra una formidabile occasione di rinascita che basterebbe non sciupare accapigliandosi sui nomi (e in primis su quello del Cavaliere che non ha molte chance). Silvio Berlusconi in queste ore ha annunciato che, se Mario Draghi dovesse andare al Quirinale, Forza Italia non appoggerebbe altri governi diversi da quello con a capo il premier attuale. Questo significa puntare una pistola alla tempia di Enrico Letta e Giuseppe Conte: se forzano sul nome di Mario Draghi come capo dello Stato, si condannano a caricarsi il fardello di un Esecutivo di fine legislatura in un momento di crisi epocale. E se lo fanno, consegnano al centrodestra una irripetibile occasione per ricompattarsi all’opposizione, uscendo da un vicolo cieco che rischia di fiaccarne ulteriormente il consenso.

Già, perché le premesse su cui si basava la nascita dell’attuale Esecutivo erano ben diverse: un “Governo dei migliori” autorevolmente presieduto dal più bravo su piazza che fosse in grado di modernizzare il Paese, di tirarlo fuori dalla crisi, di eccellere nell’utilizzo del Pnrr, di fare rapidamente riforme epocali, di organizzare la rinascita e di gestire in scioltezza i dossier più scottanti. Invece buio pesto: tranne per la campagna vaccinale (il cui smalto inizia a mostrare qualche crepa), è tutto un susseguirsi di provvedimenti rabberciati, di dietrofront, di toppe e “di faremo e diremo” in perfetto stile politica politicante.

Lo stesso Mario Draghi appare poco lucido, imbolsito, stanco e spazientito con la sua maggioranza. Questo non significa che alla fine non sarà lui “l’uomo del Colle”. Questo significa solo che la strada si inerpica e che il finale non è poi così scontato.