Inesorabilmente, Giorgia

Che cos’è la storia, se non una favola su cui ci si è messi d’accordo? Se lo chiedeva Napoleone Bonaparte, lo domandiamo noi, comuni mortali, anche nel caso in cui capiti di assistere alla frantumazione della favola, quando essa incrocia la realtà. Sta accadendo alla fiaba scritta e rappresentata all’inizio del 2022 e che ha avuto come protagonista il Parlamento. La trama è nota: l’elezione del Capo dello Stato. La realtà racconta di una pagina orrenda della storia dei partiti politici nell’Italia repubblicana. L’incapacità di formulare candidature che potessero superare il fuoco incrociato dei diversi schieramenti e le lotte intestine da bande di quartiere scatenatesi all’interno degli stessi partiti, hanno spinto il Parlamento verso la soluzione più comoda ma meno onorevole: scegliere di non scegliere, confermando al Quirinale l’inquilino in scadenza. In un Paese normale l’uscita tanto rovinosa da un tornante delicatissimo della storia avrebbe dovuto spingere la classe dirigente espressione dei partiti a dichiarare bancarotta, a chiudere i battenti per consegnarsi a un lungo e doloroso processo di rigenerazione. Ma siamo in Italia, il Paese nel quale la fantasia mette le ali.

Cosa si è giunti a sostenere pur di negare la disfatta della politica? Che la rielezione di Sergio Mattarella fosse stata la vittoria del Parlamento sui giochi di Palazzo; che, grazie al sussulto di coscienza dei gruppi parlamentari della maggioranza, l’Italia migliore si fosse destata; che da quel momento il Governo avrebbe marciato unito e compatto per centrare tutti gli obiettivi fissati. Insomma, una nuova alba sarebbe sorta sui destini degli italiani grazie al riciclo al Quirinale di un’anticaglia della sinistra democristiana sopravvissuta alla fine della Prima Repubblica. Una favola condita di frottole. Sono bastati pochi giorni perché la realtà s’incaricasse di smontare la leggenda metropolitana del buon Governo di Mario Draghi illuminato dalla saggezza dell’evergreen Sergio Mattarella.

Nella maggioranza che sostiene l’Esecutivo non c’è sintonia, le visioni della società sono antitetiche, perché una sintesi che non sia un compromesso al massimo ribasso si possa trovare su un qualsiasi provvedimento che riguardi la quotidianità degli italiani. Ma non c’è solo la frattura verticale tra forze politiche ontologicamente avversarie. Corre una linea di faglia tra il vertice delle organizzazioni partitiche e la base degli eletti in Parlamento la cui sismicità raggiunge il parossismo quando un decreto governativo approda alle Camere per la conversione in legge. É accaduto anche l’altra notte quando, a Montecitorio, nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Bilancio, chiamate a discutere e deliberare sulla conversione del cosiddetto decreto Milleproroghe, il Governo è andato sotto per ben quattro volte. Cioè, si sono formate maggioranze spontanee per approvare emendamenti modificativi del testo approvato dall’Esecutivo.

Draghi l’ha presa malissimo. Preoccupandosi di costruire una scena che aumentasse la drammatizzazione dell’incidente di percorso alla Camera dei deputati – ritorno anticipato da Bruxelles dove era per il Consiglio europeo straordinario sull’Ucraina – il premier si è recato dal Capo dello Stato a manifestare le sue doglianze per il comportamento dei partiti. Ottenuto il placet dall’inquilino del Colle, ha riunito i capi-delegazione dei partiti di maggioranza per manifestargli tutto il suo disappunto per l’accaduto. Poi l’aut-aut: o si fa ciò che viene deciso in Consiglio dei ministri e i partiti si adeguano o lui toglie il disturbo. Che, tradotto, significa elezioni anticipate. Kryptonite per i rappresentanti del popolo che si sono incatenati agli strapuntini nelle istituzioni pur di non tornare a casa prima della fine naturale della legislatura. Ma come? Non avevano raccontato che la maggioranza è più coriacea di una falange macedone? Che il Parlamento è il luogo della discussione nell’esclusivo interesse della nazione? Non è stato detto che ciò che viene dalla pancia delle Camere è voce di saggezza? Ora che i peones osano mettere in discussione aspetti assolutamente marginali del lavoro del Governo, il premier s’infuria e minaccia di far saltare il banco? Alla faccia della centralità del Parlamento!

La verità è che, svanita la favola da Paese dei campanelli, siamo al commissariamento della democrazia. Che sta benissimo a forze di sistema come il Partito Democratico il quale ha iscritto nel Dna l’intolleranza al rispetto della volontà popolare. In altre circostanze, accusammo il senatore Mario Monti di essere stato il “commissario” della democrazia italiana, voluto dai poteri eurocratici per sottrarre il Governo nazionale dalle mani della forza politica che legittimamente lo teneva avendo vinto le elezioni. Era il 2011. Dopo dieci anni, con Mario Draghi pensavamo potesse essere diverso: un personaggio di caratura internazionale messosi al servizio del suo Paese. Invece, abbiamo ancora una volta “a Palazzo Chigi” un gestore in conto terzi del “sistema Italia”. A riprova che, fuori dai confini, proprio non faccia comodo che gli italiani ragionino con la loro testa.

Alla fine della tempesta nel classico bicchiere d’acqua, scatenata da un irrequieto Mario Draghi, non ci sarà alcuna crisi di Governo. Lui resterà al suo posto e i partiti che lo sostengono si rimetteranno in riga. Ma a quale prezzo? Sarà il 2022 un anno pre-elettorale di sostanziale immobilismo, costellato di provvedimenti calati dall’alto che non daranno risposte efficaci alle istanze reali della popolazione. Eppure, non tutte le forze politiche pagheranno in eguale misura il conto della cessione di sovranità all’uomo-solo-al-comando. Lo pagheranno i Cinque Stelle, destinati alla quasi sparizione. Ma i grillini il conto salato l’avrebbero pagato comunque per aver tradito l’elettorato attovagliandosi comodamente al desco del potere. Lo pagheranno pesantemente Forza Italia e Lega che, pur di restare appiccicati alla cadegra di Draghi, stanno ingoiando rospi indigeribili per forze politiche alternative alla sinistra. Non pagherà invece il conto il Partito Democratico, non fosse altro perché è riuscito nell’intento d’imporre al Governo buona parte della propria agenda politica, pur avendo ridotti numeri parlamentari. Ma chi guadagnerà a dismisura sarà Fratelli d’Italia, unica forza d’opposizione al diversamente “mappazzone” Governo di unità nazionale.

Al riguardo, dobbiamo emendare un nostro pensiero precedente. In passato, abbiamo manifestato perplessità per il rischio di lepenizzazione del partito di Giorgia Meloni. Preoccupava il fatto che, pur potendo raccogliere un numero consistente di voti, Fratelli d’Italia si consegnasse a uno splendido autoisolamento parlamentare com’è nella migliore tradizione della destra e come accade in Francia al partito di Marine Le Pen. Ma se si continua di questo passo, con Draghi che impone i provvedimenti a colpi di diktat, dobbiamo riconsiderare la possibilità per Giorgia Meloni di accarezzare il sogno della vocazione maggioritaria visto che, a destra, si fa fatica a trovare qualcuno disponibile a dare credito a Matteo Salvini o agli eredi spuri di Silvio Berlusconi.

E se nel 2023 Giorgia Meloni facesse cappotto e fosse primo partito? Sai che spettacolo vedere l’inquilino del Quirinale affaticarsi nella ricerca del Ciampolillo (senatore Lello) di turno pur di abborracciare una maggioranza di Governo da tenere in piedi con lo sputo, al solo scopo di negare alla “perfida Albione” della Camilluccia gli arazzi e i velluti di Palazzo Chigi.