La Scarpa scomoda del Pd: dice la verità sul lavoro

Un video dell’11 maggio 2021 finisce oggi sul banco degli imputati: sotto accusa l’attuale candidata capolista veneta del Partito Democratico, Rachele Scarpa, rea d’aver detto “il lavoro non deve essere l’unico mezzo di sostentamento per le persone… dobbiamo interrompere questo circolo vizioso”.

Subito la stampa ha parlato d’ennesima gaffe di una candidata del Pd, senza accorgersi che la giovane capolista ha venticinque anni, e probabilmente ha riportato un sentire ampiamente diffuso nella fascia d’età tra i sedici e i venticinque anni. Ovvero: i giovani che oggi s’aprono al mondo della politica sono cresciuti ascoltando adulti che esclamano “non c’è più opportunità di remunerare il fattore lavoro”, oppure “i giovani dovranno rassegnarsi a fare solo volontariato”. Poi l’eco di simposi come Davos è giunto loro con affermazioni come “il lavoro umano è il primo fattore d’inquinamento del Pianeta” e “poca gente in futuro potrà rientrare nei lavori tradizionalmente stipendiati, la maggior parte dell’umanità dovrà accettare un percorso di povertà sostenibile supportato dal reddito universale elettronico”. Ne consegue che la candidata del Pd potrebbe aver dato voce a ciò che avvertono i giovani, poco ascoltati dai giornalisti e per nulla dai politici indaffarati a sistemare le proprie carriere e le scalate al potere.

Del resto, ai giovani è stato detto che, difficilmente, riusciranno a ottenere un lavoro regolarmente pagato come quello dei loro padri, che probabilmente non potranno mai permettersi una casa tutta loro, che il Pianeta è stato rovinato dal lavoro umano: ovvero quel nefando fattore antropico che spinge milioni di umani a restare con la luce accesa fino a notte in uffici e fabbriche per produrre ricchezza. E che maggiore ricchezza prodotta corrisponderebbe a un pari incremento di desertificazione, cambiamenti climatici, estinzioni d’animali e aumenti di tumori e leucemie. In pratica, lavorare fa male all’uomo ed al Pianeta Terra. Questo è stato detto ai giovani, ovviamente gli adulti sanno bene che le linee guida di Davos recepite nell’Agenda Onu rappresentino un coacervo d’interessi economici, notoriamente interpretati dalle multinazionali che hanno investito nella rivoluzione green.

Così i giovani hanno reagito sedendosi, contemplando la vita senza più impegnarsi in un lavoro che permetta guadagni e risparmio. Del resto, il Pd – che ha tentato di frenare le affermazioni di Rachele Scarpa – è il partito che spinge sulla “carbon tax” seguita dalla patrimoniale (su risparmi e titoli, ed anche su immobili e terreni) e dalla tassa sull’inquinamento da lavoro. Quest’ultima è la più subdola, perché non verrebbe più colpito il reddito bensì il concetto di lavoro, la voglia dell’uomo di darsi da fare, di realizzare progetti, d’impiegare il proprio tempo. Quest’ultima tassa di fatto va a perfezionare le altre due, perché gli esseri umani si spostano per cercare lavoro e svago: secondo gli esperti di Davos è il movimento umano (il fattore antropico, l’accelerarsi del respiro) tra le principali concause d’inquinamento, e la popolazione per poter progettare il proprio movimento e il lavoro accantona risorse sotto forma di risparmi, titoli, immobili e terreni.

E allora a cosa serve lavorare? E che lavoro viene offerto ai giovani, indipendentemente dal loro percorso di studi? Esclusivamente, farsi sfruttare da Amazon o dalle aziende di “deliveroo” che trasformano plurilaureati in garzoni di spesa e pasti pronti. I giovani d’oggi, non più inclini alla rivolta, si siedono e dicono “mi godo la vostra povertà sostenibile e rido della vostra ipocrisia”: dopotutto, ricordiamo tutti le belle parole della preferita di Fabio Fazio, al secolo la ricca modella svedese Filippa Lagerback, che ha esclamato francescanamente “la povertà salverà il Pianeta”.

Così il Pd con una mano ha premiato l’ipocrisia pauperista e con l’altra ha dato fiducia al controllore Anubi (alludiamo sempre al solito Vittorio Colao) che ha ben pensato di far giocare all’Italia il ruolo di prima della classe, introducendo la tracciatura e profilatura totale del cittadino, che verrebbe continuamente controllato nei movimenti, nel lavoro, nei patrimoni, nei risparmi: il controllo diverrebbe perfetto grazie all’imposizione dell’identità digitale europea, a cui farebbe seguito l’obbligo di microchip sottocutaneo per accedere ai servizi (passaporto per esempio), all’uso dei mezzi pubblici e privati (patente) e al risparmio (moneta elettronica). Ecco che la popolazione perfetta per Davos, dopo il 2030, dovrebbe essere costituita da disoccupati, poveri e fermi a contemplare: una sorta di parco-buoi avviato a miglior vita. E ci sarebbe per il sistema il solo costo del monitoraggio sanitario degli accidiosi, inebetiti, privati ormai d’ogni speranza.

E allora di cosa ci si meraviglia? Potremmo ancora parlare di gaffe, se una venticinquenne ci dicesse che è ipocrisia parlare di lavoro sotto elezioni? L’Europa che è sotto gli occhi di tutti (almeno di chi vuol veder) ci parla di chiusura d’opifici, laboratori, officine e aziende agricole con operazioni di polizia: c’è una vera e propria caccia alle streghe contro le strutture sospettate di non essere “green” per le norme Ue. La linea dell’Unione europea è chiudere le aziende di media e piccola dimensione: infatti non è intervenuto alcun aiuto pubblico sotto sia sotto pandemia e che nell’attuale emergenza energetica. Gli aiuti da Pnrr si sono rivelati compagni del 110 per cento per l’edilizia: elargiti solo a pochissimi soggetti agganciati con il sistema bancario ed istituzionale. Ovviamente, i limiti al lavoro creeranno malessere, ma non è certo un caso che le uniche strutture a norma Ue si confermino impianti e sedi delle multinazionali. Nella ridente Europa che piace al Pd le uniche produzioni non colpite da sanzioni e tasse si confermerebbero le aziende di proprietà delle multinazionali: parametri e riduzioni toccano esclusivamente strutture la cui proprietà è registrata e limitata a regioni d’Europa come l’Italia.

Se nel futuro governo dovesse tornare “Anubi” Colao, l’Italia sperimenterà una sorta di disoccupazione di massa: milioni di ex lavoratori verranno messi in attesa di sussidio di povertà universale vincolato ad una tracciatura che certifichi l’inoperosità del soggetto. Klaus Schwab, economista padre del vertice di Davos, ha detto chiaramente che necessita ridurre entro breve tempo ad un terzo la popolazione umana che lavora, e che la metà di quest’ultima deve essere impegnata nel controllare e tracciare tutta l’umanità. Una drastica messa a riposo, perché le multinazionali possano appaltare le produzioni ai robot, all’intelligenza artificiale.

Oggi in ogni nazione occidentale c’è un emulo di Vittorio Colao, pronto a varare la tracciatura continua dei cittadini, così da poter sanzionare ogni loro movimento, impegno, passatempo, hobby. Nemmeno più l’amore o le passioni rimarrebbero segrete, poiché impegnano l’uomo, lo fanno muovere. Con questa brodaglia dispotica devono confrontarsi i giovani, a cui peraltro vengono inibite le libertà che hanno permesso ai loro genitori di lavorare, mettere su famiglia e compare casa. Ecco che ragazzi come Rachele Scarpa ripetono ciò che si sente dire in casa Pd: la cultura del lavoro è superata, lavorare fa male, non si possono più garantire ai lavoratori le certezze d’un tempo. Il Pd non è più il partito dei lavoratori e forse non lo è mai stato. Il potere e le multinazionali, di contro, hanno ben studiato Karl Marx e neutralizzato l’ascensore sociale.