Non pagare la bolletta energetica: serve a pignorarci casa e bottega

mercoledì 7 settembre 2022


Siamo davvero certi che non pagare le bollette, o disdire i contratti di luce e gas, siano gesti che possano spaventare le multinazionali energetiche? Premessa doverosa: l’esempio di Poste è calzante. Infatti, se noi non spedissimo più lettere e cartoline, andrebbero ugualmente avanti, perché il loro “core business” oggi è finanziario e assicurativo: negli ultimi anni è cambiata la missione di tante storiche aziende. Stesso discorso vale per molte grandi società di trasporto su gomma, rotaia e stradali, che nel tempo hanno trasformato il loro principale affare nel gioco borsistico e finanziario. E se a queste grandi strutture non interessa più spedire la cartolina della signora Maria o portare il signor Gino dai parenti, per le multinazionali energetiche poco o nulla incide che famiglie, singoli, bottegai e artigiani non paghino luce e gas per protesta. Soprattutto nessun magistrato, alto burocrate o rappresentate istituzionale in Parlamento ed Enti locali, darebbe mai ragione a cittadini e piccole imprese che non pagano le utenze.

Ecco perché il “Don’t pay Italia”, la campagna per lo sciopero delle bollette, è semplicemente una trovata balzana, che si ritorcerà contro i cittadini: potrebbe portare le istituzioni a condannare l’uomo di strada come mal pagatore e, soprattutto, agevolerebbe i tribunali nelle azioni esecutive contro piccole imprese e famiglie. Non dimentichiamo che l’assenza di luce rientra tra le motivazioni per mettere una bottega fuori dalle norme europee, costituendo un motivo per la chiusura dell’opificio con la forza pubblica. Quindi non solo l’artigiano si ritroverebbe a dover far fronte alle azioni legali delle multinazionali energetiche per mancato pagamento delle utenze, ma anche a pagare sanzioni amministrative per via dell’attività ormai fuori legge.

Quindi lo sciopero delle bollette non solo è velleitario e pensato con la pancia, ma facilita il programma di chiusura della attività sotto i trenta dipendenti illustrato prima della Pandemia a Davos. Qualcuno si domanderà perché il “Don’t Pay Uk” starebbe funzionando. Prima di tutto il movimento di massa dal basso Uk è decollato nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione europea. Poi va considerato che contrappesi, diritti di proprietà e contrattualistica del sistema britannico sono diversi dalle democrazie dell’Ue: in Gran Bretagna, case e terreni sono di proprietà della Corona, che concede i beni in concessione. Centrale nel sistema britannico è la monarchia, che assolve a compi alti e spiccioli, dalla missione spirituale di vertice della religione anglicana a quella di calmieratore del costo della vita per scongiurare la morte della comunità tradizionale inglese. In nazioni come l’Italia la fede è governata dallo Stato estero del Vaticano e i prezzi sono in balia di speculatori e multinazionali, che il più delle volte non soggiacciono al diritto italiano.

Quindi, chi dice “aspettiamo risposte dal Governo e dalle multinazionali, e se non ci saranno non paghiamo più”, evidentemente è persona in malafede che sta facendo campagna elettorale sulla pelle dei cittadini, o ignora le leggi e le conseguenze del gesto. Perché è un reato istigare al non pagamento d’utenze e tasse, soprattutto vengono amplificati i costi per i mal pagatori: non solo dovranno corrispondere quanto in bolletta, ma anche maggiorazioni per multe, spese legali e costi di recupero del credito. Quindi, l’iniziativa che viaggia sul sito “www.nonpaghiamo.it”, proponendo una “campagna di disobbedienza civile non violenta”, che punta ad ottenere la riduzione dei costi delle bollette ai valori precedenti Covid, guerra e inflazione, rischia di danneggiare i cittadini. Soprattutto permettendo agli studi legali delle multinazionali di fare pesca a strascico su conti correnti e patrimoni immobiliari di chi non vuole pagare. L’unico risultato che potrebbero ottenere è far colpire famiglie e piccole imprese dagli ormai celeri pignoramenti europei.

Spiace che la campagna l’abbiano lanciata Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista, che fanno anche egregie battaglie e potrebbero informarsi presso gli uffici legali della Cgil di come multinazionali e società energetiche siano già pronte a trascinare in tribunale cittadini e piccole aziende. Eppure, dovrebbero comprendere come l’aumento del costo della vita, delle bollette e dei carburanti facciano parte d’un importante fronte bellico: Karl Marx aveva previsto che un giorno la guerra sarebbe stata mossa dal potere contro i popoli, e non più tra nazioni e genti diverse.

Il potere, quello vero, che gestisce gli uffici finanziari delle multinazionali, certamente non parteggia per una risoluzione pacifica del conflitto tra Russia e Ucraina, soprattutto perché l’alibi delle difficili forniture di gas permette la leva d’una galoppante inflazione. Quest’ultima fondamentale per drenare risparmi e patrimoni dei singoli cittadini verso i grandi gruppi speculativi. La bolla dei prezzi sta di fatto arricchendo chi specula sui dividendi delle società quotate, generando margini di extraprofitto per le multinazionali e permettendo la morte delle piccole imprese familiari. E nazioni come Norvegia, Olanda, Danimarca e Belgio stanno cavalcando il momento non solo per lucrare, ma anche per brindare alla morte delle imprese manifatturiere italiane, ingiustamente bollate dalla narrazione Ue come non a norma europea. Di fatto, alle multinazionali, con sedi legali nei Paesi nord-europei, non importa della Costituzione italiana, dalla Carta europea dei diritti fondamentali e nemmeno dalla “Dichiarazione universale dei diritti umani”. E se in Inghilterra la campagna “io non pago” produrrà risultati, invece in Francia, Italia, Grecia e Spagna genererà contenziosi giudiziari a tutto vantaggio delle multinazionali.

Qui preme ricordare che, per attuare la sostituzione dell’uomo con il robot nelle filiere produttive, a chi gestisce necessita incrementare la platea dei bisognosi, dei precari, della gente in difficoltà, dei disoccupati. Ogni giorno in Italia si perdono dai quattrocento ai mille posti di lavoro: Il caso della startup Gorillas che ha licenziato quattrocentocinquanta addetti è di quest’estate, ma vi sono altri licenziamenti in tutte le aziende (Amazon compresa). E nessun sindacato riesce a sedersi a trattare con i vertici delle multinazionali: agiscono come Mario Draghi, che in quella celebre riunione rifiutava il tavolo di trattativa sindacale. Il “Gran reset illustrato quasi dieci anni fa a Davos ha varato il cambio del modello di sviluppo: fino a una trentina d’anni fa necessitava di sviluppare la crescita economica dei Paesi poveri e indebitati (quante volte abbiamo sentito questa tiritera istituzionale). Oggi prevale la linea green: ovvero bloccare, congelare l’economia, bruciare le risorse finanziarie dei popoli e concentrarle nei centri decisionali. Grazie alla guerra, hanno potuto far impennare i prezzi e lavorano a far salire i tassi d’interesse. In Italia, i programmi di “povertà sostenibile” prevedono di mettere definitivamente in povertà più della metà della popolazione. I governi occidentali sono tutti tra loro collegati, tutti eterodiretti dal cervellone finanziario di BlackRock. Soprattutto lavorano perché venga garantito il profitto ai grandi speculatori. Il controllo, la profilazione totale del cittadino, gli obblighi alla digitalizzazione sono tutte ricette partorite dalla medesima cucina politica, la stessa che ha bloccato l’ascensore sociale e scongiurato che nessun normale cittadino possa più godere di tranquillità e vita agiata dal proprio lavoro. L’algoritmo della speculazione finanziaria (Aladdin) è alla base del pensiero economico di Davos, da questo non può prescindere la catena di comando finanziaria del decennio che scadrà nel 2030. Chi fino a ieri non aveva problemi economici, oggi potrebbe essere lentamente accompagnato verso una politica socio-solidale di povertà sostenibile. In pratica, aumenti di prezzi e bollette ed incremento della povertà servono per rodare in Europa l’esperimento del reddito universale di cittadinanza (non è ancora applicabile in Africa e Sud America). In questo gioco, è fondamentale l’identità digitale per indurre i cittadini a non lavorare, a non progettare, a non produrre. I grandi possessori di danaro (quantità smisurate di liquidità) hanno investito su percorsi di disincentivazione del lavoro umano e riduzione demografica: sostituirci con il non sindacalizzato robot e pagarci (poco) per non lavorare.

L’incremento dei costi energetici si rivela anche utile per scremare la cosiddetta platea di fruitori di beni e servizi. Infatti, la moria di aziende e botteghe artigianali e commerciali permette di creare un enorme bacino di disoccupati che, ridotti a miti consigli dalla povertà, accetterebbero di buon grado la contrattualistica a “tutele decrescenti” di multinazionali come Amazon. Il problema è quindi politico. E la domanda che dobbiamo porci è: riuscirà la politica a comandare sulla finanza, imponendo le leggi degli Stati (come la nostra Costituzione) alle multinazionali? A questo quesito risponderanno le urne di fine settembre. Non è certo un caso che nessun partito presente in Parlamento abbia consigliato di non pagare le bollette, per paura delle multinazionali o perché consci che il potere finanziario non cerchi altro che pretesti per chiudere aziende e pignorare case.


di Ruggiero Capone