Sull’immigrazione la Danimarca induce l’Occidente al buonsenso

Oggi, in Occidente, nessuna questione conta più delle politiche migratorie, soprattutto in un momento in cui gran parte del mondo, dai messicani ai nigeriani fino ai pakistani, vuole trasferirsi in Nord America e in Europa occidentale. Il controllo dell’immigrazione si è rivelato difficile perché l’establishment dei Paesi di destinazione tende a considerare l’immigrazione di massa, senza restrizioni e incontrollata, come un fenomeno innocuo. Due esempi spiegano questa visione. Nel 2014, in Svezia, i partiti tradizionali, che avevano l’86 per cento dei seggi in Parlamento, hanno unito le forze per emarginare il Partito civilizzazionista (ossia il partito incentrato sul controllo dell’immigrazione e sulla richiesta dell’integrazione degli immigrati) che ha incassato il 14 per cento dei consensi. In Germania, la cancelliera Angela Merkel ha accolto più di un milione di migranti senza alcun criterio, portando a una crisi paneuropea tra il 2015 e il 2016.

Pochi partiti sono un’arci-istituzione come i Socialdemocratici danesi (Sd). Fondato nel 1871, il partito di orientamento socialdemocratico ha avuto la più grande rappresentanza in Parlamento per settantasette anni consecutivi. Tra i suoi successi figurano la creazione del welfare state, la costruzione della Danimarca moderna e la formazione del carattere danese. “In fondo, siamo tutti socialdemocratici”, mi ha confidato una persona a cui il partito non piace. Nonostante questo pedigree, oltre alla propria storia a favore dei confini aperti, dal 2019 l’Sd ha imposto una politica notevolmente restrittiva in materia di immigrazione. Così facendo, ha reso la Danimarca il leader indiscusso dell’Occidente nella corsa per salvare la cultura tradizionale. Dal momento che pochi al di fuori della Danimarca hanno notato questo eccezionale cambiamento, mi sono recato a Copenaghen prima delle elezioni legislative del primo novembre, per capire che cosa ha causato questo cambiamento, quanta differenza può fare e se la Danimarca può offrire lezioni ad altri Paesi.

AFFRONTARE LA CRISI

L’insolito percorso della Danimarca è iniziato nel 2011, quando i settantasette anni d’oro dell’Sd si sono conclusi e i Socialdemocratici hanno perso il potere a causa delle tensioni riguardo all’immigrazione incontrollata, soprattutto per i flussi provenienti dal Medio Oriente. Nel 2006, una rappresentazione del profeta dell’Islam Maometto in una vignetta satirica di un giornale danese ha scatenato le proteste internazionali nel mondo musulmano. La controversia è stata la più grande polemica sulle relazioni estere della Danimarca degli ultimi decenni. Nel 2015, l’Sd ha avuto di nuovo la peggio, in gran parte a causa dei tanti immigrati mediorientali. In risposta, il partito ha scelto come leader una 37enne, Mette Frederiksen. Senza perdere tempo, la Frederiksen ha rivisto la politica lassista in materia d’immigrazione dell’Sd, chiedendo di porre un tetto agli “immigrati non occidentali(*), di espellere in Nord Africa i migranti illegali e di far svolgere agli immigrati 37 ore di lavoro alla settimana. Il suo partito ha sostenuto una legge che consente la confisca dei gioielli ai migranti e il divieto di burqa e niqab, gli indumenti islamici che coprono il corpo e il viso di una donna. Questo approccio incredibilmente duro da parte di un partito socialdemocratico ha dato buoni frutti. L’Sd e i suoi alleati hanno vinto le elezioni del 2019 e la Frederiksen è diventata premier. Al contrario, il Partito Popolare danese (Dpp) anti-immigrazione ha subito una clamorosa sconfitta, passando da 37 seggi, ottenuti nel 2015, a 16 nel 2019.

POLITICHE

La Frederiksen ha parlato di “rispettare i nostri valori danesi” e ha preso provvedimenti per controllare l’immigrazione. Nel 2015, la Danimarca ha accolto 21.316 richiedenti asilo e quel numero è sceso a 1.515 nel 2020. Mette Frederiksen ha annunciato l’obiettivo di zero richiedenti asilo nel 2021, sebbene il numero effettivo sia salito a 2.099, presumibilmente a causa dell’allentamento delle restrizioni legate alla pandemia. Allo stesso modo, il numero di asili concessi è passato da 19.849 nel 2015 a 601 nel 2020 fino a 1.362 nel 2021. In termini comparativi, questi numeri sono irrisori rispetto a quelli di molti altri Paesi dell’Europa occidentale. Ad esempio, la vicina Svezia ha concesso 17.215 asili nel 2020, ovvero circa 15 volte di più della Danimarca su base pro capite. Anche prima che la Frederiksen entrasse in carica, le autorità danesi avevano inviato un messaggio palesemente ostile ai potenziali immigrati. Nel 2015, il Governo ha fatto notizia nei media internazionali quando ha pubblicato su quattro giornali libanesi un’inserzione per annunciare l’inasprimento delle norme in materia di asilo e immigrazione: in altre parole, intendeva dire agli immigrati “andatevene da qualche altra parole”. L’Sd si è poi impegnato a intraprendere una serie di misure di rilievo per incoraggiare il rimpatrio e persino l’espulsione forzata. Ad esempio, coloro che il Governo chiama con delicatezza “richiedenti asilo spontanei” (ossia immigrati irregolari) che rifiutano il rimpatrio potrebbero ritrovarsi in uno dei tre “centri di rimpatrio” del Paese. Inger Støjberg, ministro dell’Integrazione, nel 2018 ha detto a denti stretti che le condizioni in questi centri dovrebbero essere “il più intollerabili possibile”. Il numero delle persone coinvolte è stato esiguo e non ha scalfito il problema, la battaglia legale è stata lunga e costosa ma questi rimpatri, oltre alla pubblicità, alla legge sulla confisca dei gioielli e ad altri provvedimenti, hanno rafforzato il brontolio danese nei confronti degli immigrati irregolari: “Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia”. Di conseguenza, nel 2020, hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati. Allo stesso tempo, l’Sd ha affrontato a malapena il problema molto più impegnativo di occuparsi di gravi questioni relative ai musulmani e ad altri immigrati provenienti da culture aliene, da condizioni più arretrate e dotati di una visione islamista. Patologie sociali, disoccupazione, scontri culturali e “società parallele” sono tematiche con cui i futuri governi dovranno confrontarsi.

UNO SFORZO SERIO?

I Socialdemocratici danesi si sono limitati ad assecondare o sono sinceri? Per valutarlo, aiuta fare un passo indietro e focalizzarsi su come i partiti dell’establishment e quelli civilizzazionisti vedono l’immigrazione in modo divergente. I partiti dell’establishment accolgono favorevolmente l’immigrazione su larga scala perché tendono a non preoccuparsi della propria cultura, che spesso associano al fascismo, all’imperialismo e al razzismo. Provano un senso di colpa nei confronti dei popoli non occidentali, che ritengono essere sfruttati dall’Occidente e impoveriti e repressi a causa dell’avidità occidentale. Un visitatore del Museo nazionale danese scoprirà che le navi danesi trasportarono circa 110mila schiavi dall’Africa all’emisfero occidentale. L’establishment accoglie con favore la diversità e la trasformazione culturale. Ritrae gli immigrati come rifugiati benevoli e come giovani aspiranti accademici, imprenditori di successo e come orgogliosi membri delle forze armate. Al contrario, attaccati alla propria lingua, ai costumi, alla religione e alla familiarità culturale di chi li circonda, i civilizzazionisti desiderano preservare il loro stile di vita tradizionale. Emblematico di questo è il fatto che apprezzano il modo in cui in Danimarca i pedoni aspettano diligentemente che la luce del semaforo diventi verde, anche quando nessun veicolo si intravede a distanza. O come funziona il trasporto pubblico sulla base dell’affidabilità e della rettitudine dei cittadini. Quando un gran numero di persone parla altre lingue, segue altre usanze, professa altre religioni e si comporta in modo diverso dagli autoctoni (attraversa d’impulso col rosso), i civilizzazionisti si offendono, e persino si spaventano. Puntano il dito contro la miriade di problemi con i migranti provenienti dal Medio Oriente, come la poliginia, le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore, la criminalità, gli stupri di gruppo, la violenza jihadista, le nuove malattie, la resistenza all’assimilazione e la disoccupazione. Due forze, tuttavia, scuotono la coesione dell’establishment sull’immigrazione. Una riguarda i lavoratori autoctoni che ci rimettono quando ondate di rivali immigrati a basso costo competono con loro, minando il loro benessere sociale, il che rende figure di estrema sinistra come il senatore statunitense Bernie Sanders (democratico del Vermont), il deputato britannico Jeremy Corbyn e il candidato alle elezioni presidenziali francesi Jean-Luc Mélenchon caute riguardo alle ondate migratorie. È interessante notare che la Frederiksen ha anche espresso in modo articolato questa posizione: “Il prezzo della globalizzazione non regolamentata, dell’immigrazione di massa e della libera circolazione dei lavoratori è pagato dalle classi inferiori”. L’altra forza dirompente riguarda gli elettori: se l’apertura delle frontiere causa una perdita di voti, allora l’establishment deve ripensare al suo approccio. Ed è ciò che è accaduto in Danimarca tra il 2001 e il 2015. Insieme, queste due forze mi fanno pensare che l’Sd sia sincero, quand’anche dovesse subire una sconfitta elettorale.

IL DIBATTITO ATTUALE

La sterile polemica tra il bene e il male in relazione all’immigrazione incontrollata dilania altri Paesi occidentali. Solo la Danimarca discute in modo costruttivo delle tattiche da utilizzare: fino a che punto imporre le restrizioni? Essendo questo Paese un membro dell’Unione europea e firmatario di numerose convenzioni delle Nazioni Unite in materia di asilo, ricongiungimento familiare, diritti umani, rifugiati, apolidia, circa l’80 per cento delle leggi danesi pertinenti deriva da queste due fonti. La questione, quindi, ha poco a che vedere con le preferenze astratte e molto con la volontà di sfidare le autorità superiori. I Socialdemocratici sostengono che la Danimarca, un cittadino del mondo rispettoso della legge con una popolazione di appena 5,8 milioni di abitanti, deve lavorare rigorosamente entro i confini esistenti. “Siamo un piccolo Paese, non possiamo fare quello che vogliamo”, mi ha detto Kaare Dybvad il convincente ministro dell’Immigrazione e dell’Integrazione dell’Sd. In risposta, Morten Messerschmidt, l’altrettanto persuasivo leader del Partito Popolare danese ha ribattuto che i principi fondamentali dell’Sd esigono che si seguano con mitezza i dettami dell’Ue e dell’Onu. Piuttosto, Messerschmidt vuole spingersi oltre, ignorando alcune leggi dell’Ue e abbandonando le convenzioni delle Nazioni Unite. Non farlo, secondo Messerschmidt, significherebbe una dura retorica elettorale, senza una reale incidenza. Questa è l’essenza del dibattito in Danimarca, un dibattito sensato, con argomenti plausibili da entrambe le parti. Gli elettori decideranno quanto vogliono essere aggressivi.

PERCHÉ LA DANIMARCA

Perché, ho chiesto ai miei interlocutori danesi, la Danimarca ha rotto gli schemi sulla politica in materia di immigrazione prima di ogni altro Paese occidentale, sviluppando un ragionevole consenso tra l’establishment e i civilizzazionisti? Ho ricevuto una serie interessante di risposte. Ecco alcuni esempi:

Kaare Dybvad: la politica migratoria eccessivamente aperta adottata dal Paese in passato richiede rinuncia ed equilibrio;

Morten Messerschmidt: l’uguaglianza economica del Paese indica l’emancipazione popolare;

Naser Khader, il coraggioso parlamentare indipendente di origine siriana: la crisi delle vignette satiriche;

Mikkel Andersson, autore di un libro sull’immigrazione in Danimarca: la natura ribelle dei danesi;

Michael Pihl della Danish Free Press Society: la natura non gerarchica del Paese.

La spiegazione più convincente è arrivata dallo scrittore norvegese Peder Jensen e dal giornalista e storico Bent Blüdnikow. Con Pia Kjærsgaard (nata nel 1947) la Danimarca ha avuto il politico carismatico giusto, al momento giusto e con il messaggio giusto. Ha trasformato il Partito Popolare danese in una forza non spaventosa e non estremista che, a partire dal 2001, ha ottenuto pieno appoggio e ha costretto l’Sd a rispondere seriamente alle sue critiche. In altre parole, la felice evoluzione della Danimarca non è frutto del carattere nazionale né dei profondi sviluppi storici. È piuttosto il risultato della casualità della personalità e del momento. Questo, a sua volta, implica che è pressoché impossibile prevedere quale Paese occidentale potrebbe seguire l’esempio della Danimarca per attuare una politica di buonsenso in materia di immigrazione.

IMPATTO ESTERNO

Gli osservatori riconoscono ampiamente che i danesi hanno aperto nuovi orizzonti. L’analista politico Kristian Madsen ha visto le elezioni del 2019 come “un laboratorio per ciò che il centrosinistra (in Europa) può essere”. L’analista Jamie Dettmer ha osservato che la vittoria della Frederiksen “ha acceso un dibattito tra gli altri partiti europei di Sinistra: anche loro dovrebbero adottare una retorica anti-migranti, emulare le loro controparti danesi e fare una campagna finalizzata a imporre delle regole sull’immigrazione più rigide?”. La stessa Frederiksen ha offerto ad altri Partiti Socialdemocratici l’approccio duro sull’immigrazione adottato dalla Danimarca. “Per anni”, i Socialdemocratici, ha ricordato loro la Frederiksen, “hanno sottovalutato le sfide dell’immigrazione di massa. (…) Non siamo riusciti a preservare il contratto sociale, che è la base stessa del modello sociale socialdemocratico”. Tuttavia, non c’è stata grande attenzione. Da sola, la Sinistra austriaca ha fatto piccoli passi in questa direzione quando Christian Kern, cancelliere socialdemocratico nel 2016-2017, ha inasprito le norme sull’immigrazione. I Socialdemocratici svedesi hanno parlato vagamente di dimostrare un impegno maggiore a favore dell’integrazione degli immigrati, con il primo ministro Magdalena Andersson che ha affermato: “Non vogliamo città-somale (…) vogliamo che lo svedese sia la lingua naturale in tutta la Svezia”. In conclusione, quindi, non sarà tanto il modello danese a infondere buonsenso all’Europa, ma gli sviluppi autonomi in ogni Paese. L’esempio della Danimarca può ispirare, ma non spiana il cammino.

(*) Curiosamente, il Governo danese definisce non occidentale qualsiasi Paese al di fuori dell’Unione europea, ad eccezione di diversi Stati dell’Europa occidentale (Islanda, Norvegia, Svizzera, Regno Unito), di diversi mini-stati dell’Europa occidentale (Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino, Vaticano) e dell’Anglosfera (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti). Questa misura rende Ucraina, Israele, Giappone e Cile non occidentali, ma i turco-ciprioti e gli algerini francesi sono considerati occidentali.

(**) Traduzione di Angelita La Spada