Missile sulla Polonia: e se non fosse stato un errore?

Il mondo sta danzando su una lama di rasoio. È da quando è scoppiata la guerra russo-ucraina che si rischia la catastrofe di una Terza guerra mondiale. Ovvio che non vi sia persona di buonsenso al mondo che non preghi perché non si giunga all’irreparabile. Purtuttavia, al momento non vi è persona al mondo che possa affermare con assoluta certezza che il peggio non accadrà. Particolarmente nei giorni scorsi, dopo l’incidente sfiorato tra la Nato e la Federazione Russa con la caduta del missile sul suolo polacco. L’ordigno ha colpito una fattoria di Przewodów, cittadina al confine con l’Ucraina, e ha provocato due morti. Quando è stata diffusa la notizia dell’esplosione del missile in territorio polacco era in pieno svolgimento il G20 a Bali.

La prima reazione delle cancellerie occidentali è stata di pensare a un attacco deliberato dei russi contro un Paese Nato. Subito dopo, però, valutate le circostanze dell’evento, le caratteristiche del target e il fatto che si fosse trattato di un singolo ordigno, i leader occidentali hanno virato, saggiamente, su posizioni improntate alla cautela. Ed è stato un bene perché con il passare delle ore si è capito che il fatto, in sé grave, non era ascrivibile alla volontà di Mosca di estendere il conflitto a un Paese Nato. L’ipotesi che è stata accreditata dai comandi militari degli Stati Uniti e, a ruota, dal Governo polacco e dal segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, è che si sia trattato di un sistema d’arma antiaereo di fabbricazione sovietica – classe S-300 – in dotazione alle Forze armate ucraine, lanciato dalla difesa antimissilistica della regione occidentale dell’Ucraina per intercettare un razzo russo. Il cattivo funzionamento ne avrebbe deviato la traiettoria facendolo finire oltre confine, in Polonia.

Una versione che accontenta tutti e, soprattutto, non costringe i partner Nato ad attivare l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico che al primo capoverso recita: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”. L’unico mostratosi recalcitrante ad accreditare questa versione dell’incidente è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha insistito sulla tesi dell’attacco deliberato di Mosca contro la Polonia.

Tanta ostinazione ci ha insospettito. Visto che siamo nel campo delle ipotesi, la mettiamo giù a modo nostro domandandoci: se non fosse stato un errore quello commesso dalla difesa antimissilistica ucraina? Se l’alto comando di Kiev avesse consapevolmente lanciato il suo missile fuori rotta? Prima di rispondere a queste domande occorre porsene un’altra: un missile che esplode in Polonia, Cui prodest? È nostra opinione che il maggior interessato a coinvolgere l’Occidente in un conflitto diretto con la Russia non sia l’inquilino del Cremlino ma il capo degli ucraini. Nonostante la propaganda volta a ottundere la ragione all’opinione pubblica occidentale non è vero che la guerra stia segnando il trionfo dell’epica resistenza ucraina contro l’invasore russo.

Dopo la controffensiva di Kiev, che ha oggettivamente ottenuto risultati significativi sul campo, la strategia di Mosca è cambiata radicalmente. I droni kamikaze Shaed-136/Geran-2, di fabbricazione iraniana, hanno preso il posto dell’artiglieria convenzionale nel colpire, con successo, le infrastrutture energetiche ucraine. Il cambio di strategia, voluto dal nuovo comandante delle forze russe d’invasione, generale Sergej Surovikin, mira ad annichilire la capacità di resistenza del popolo ucraino. Nelle ultime due settimane oltre 1,5 milioni di persone sono rimaste al buio, al punto che il governo di Kiev è stato costretto a razionare l’energia elettrica. E proprio nelle ultime ore lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha dovuto ammettere che “sono oltre dieci milioni gli ucraini senza elettricità”. La strategia di Mosca è chiara.

Come scrive Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, l’obiettivo è triplice: mettere in crisi il sistema di rifornimenti delle truppe in prima linea, impedire a Kiev di esportare parte della sua produzione elettrica nei Paesi europei già in forte deficit energetico e minare il consenso popolare nei confronti del governo ucraino complicando la vita della popolazione, poiché l’assenza o la carenza di energia elettrica condiziona pesantemente anche il pompaggio idrico, il riscaldamento e la rete Internet. Con il sopraggiungere dell’inverno e il conseguente crollo delle temperature – ieri a Kiev il termometro segnava un grado – per la popolazione lasciata al buio e al freddo sarà impossibile resistere. A ciò si deve aggiungere la difficoltà per la distribuzione delle derrate alimentari a causa dell’interruzioni in più punti della rete ferroviaria.

Il primo effetto che dovremo attenderci nelle prossime settimane come europei sarà l’abbattersi di uno tsunami migratorio dall’Ucraina verso Occidente. Anche l’Italia sarà interessata dall’onda anomala dei profughi ucraini. Ora, si può comprendere l’enfasi propagandistica di Zelensky che deve sostenere il morale della nazione in guerra, meno si capisce l’albagia dei leader europei che hanno cantato vittoria un po’ troppo in fretta. La guerra continua, la Russia non è caduta e l’Occidente non ha schiacciato il demonio Vladimir Putin. A fare da contraltare al facile entusiasmo dei politici occidentali ci sono gli alti comandi militari dei Paesi Nato che, invece, le idee sullo stato della guerra in Ucraina le hanno chiarissime. Sanno bene che in queste ore entra in campo un nuovo fattore non sottovalutabile nella riconfigurazione dei piani strategici.

Il “generale inverno” è da sempre un alleato decisivo delle armi russe. Giocando sugli effetti del freddo, Mosca ha sconfitto, nei secoli, due temibili aggressori: Napoleone Bonaparte e Adolf Hitler. Presumibilmente, gli alti comandi russi pensano di ottenere il medesimo risultato con gli ucraini: una popolazione stremata dalla fame e dal freddo che non ha alcuna possibilità di prevalere sul nemico. In tale cornice di eventi si colloca l’episodio del missile che ha centrato un trattore agricolo in Polonia. Da qui nasce il nostro il sospetto circa il tentativo disperato della dirigenza ucraina di coinvolgere l’Occidente, suo malgrado, in una guerra che a questo punto sarebbe totale. Comprendiamo benissimo le ragioni di chi sente di avere l’acqua alla gola, tuttavia ci domandiamo: è giusto trascinare a fondo chi sta facendo di tutto per salvarti?

Perché è esattamente ciò che sta tentando di fare Zelensky. I leader occidentali dovrebbero riflettere su questo interrogativo. E se è vero che il presidente statunitense Joe Biden sta valutando la possibilità di cercare un accordo con Mosca, almeno per stabilire un cessate il fuoco propedeutico all’avvio di negoziati di pace, ne saremmo sollevati.

La posizione italiana. Giorgia Meloni ha ribadito, anche nelle sedi internazionali, la vicinanza e la solidarietà dell’Italia alla lotta del popolo ucraino. Gesto politicamente forte e moralmente nobile. Tuttavia, il nostro premier non può non apprezzare l’antica saggezza popolare per la quale: “Il medico pietoso fa la piaga puzzolente”. Con ciò vogliamo significare che non è che qualsiasi cosa faccia o dica Zelensky la si debba prendere per oro colato e gli si debba sempre dire di sì. Talvolta, qualche “no” e qualche “alt!” allungano la vita.

Intendiamoci, siamo per la giusta causa ucraina. Ma bisognerebbe essere quanto meno cauti nel firmare una cambiale in bianco sulla nostra futura sopravvivenza a un personaggio come Zelensky che in nome della lotta per libertà della sua nazione ha comunque represso ogni opposizione interna, ha dichiarato fuorilegge 12 partiti politici ucraini, ha soffocato il dissenso intellettuale e giornalistico mediante l’emanazione di una legge ad hoc che punisce con il carcere chi esprima valutazioni sul conflitto difformi da quelle governative. Per di più, oggi su di lui grava il legittimo sospetto di aver mirato scientemente a colpire la Polonia per indurre la Nato a dichiarare guerra alla Russia. Se a Washington si ragiona per trovare una soluzione alternativa al conflitto, perché un uguale sforzo non si dovrebbe tentare anche a Roma? D’altro canto, siamo tutti ucraini. Ma con giudizio.