Spettro della rottura tra Marocco e Italia

Negli ultimi tre anni il quadrante nordafricano non avuto ha pace. Ed è oggetto di “attenzioni” indesiderate non solo da chi lo vorrebbe destabilizzare, ma anche da parte di chi con esso, e con alcuni Paesi in particolare, intesse da sempre fruttuose relazioni economiche, politiche e diplomatiche.

Il Marocco, nel caso di specie, è uno di quegli alleati che più strategici non si può, non solo in campo economico ma anche politico e sociale, visto che la comunità marocchina in Italia è di gran lunga quella straniera più numerosa e le aziende italiane che ogni anno impiantano la propria attività a Rabat e dintorni sono in costante aumento. Ma certi rapporti diplomatici, come quelli d’amore o di amicizia, occorre saperli costruire e gestire con saggezza ed equilibrio. Doti che non sono comuni a tutte le generazioni politiche cui viene affidato, negli anni, tale compito. È degli inizi di aprile, infatti, l’approvazione in Senato di una mozione riguardante l’annoso problema del Sahara marocchino, che da tempo agita i sonni delle cancellerie nordafricane ed europee; proposte, censimenti, idee, scontri e riappacificazioni.

Un susseguirsi di avvicinamenti e allontanamenti fra Regno del Marocco e la sua popolazione del Sud, ma mai nessun passo avanti in concreto. Come testimoniano gli atti e le iniziative internazionali compiute dall’una e dall’altra parte. Ma questa mozione, presentata dal Partito Democratico, pare non tener conto del fatto che anche da parte marocchina vi sia la volontà di risolvere una faccenda ormai divenuta troppo intricata per essere lasciata com’è; così lamenta infatti la nota ufficiale della Camera dei consiglieri del Marocco, esprimendo “profonda preoccupazione e grande rammarico” e riservandosi “il diritto di adottare tutte le misure e le pratiche che riterrà opportune per rispondere a questa mozione ostile”. Perché tanto stupore e tanta indignazione da parte dei parlamentari di Rabat? Perché la mozione, come prevede il regolamento del Senato, è stata discussa in aula assieme al Governo, rappresentato dal viceministro agli Affari Esteri, Lapo Pistelli. Che ha preso l’impegno di fare pressione internazionale, come Governo Italiano, contro il Marocco al fine di farlo recedere dalle sue posizioni. Come se esse, osserva la nota, fossero la sola causa della crisi del Sahara. Cosa che ovviamente non risponde al vero, essendo il Regno il primo fautore, e le carte lo dimostrano, dell’autonomia della zona e al contempo del mantenimento della sicurezza del quadrante e della propria sovranità territoriale. La nota evidenzia, con grande stupore, come non si sia privilegiato il dialogo, con il rischio di inasprire ancor di più le posizioni.

Il Marocco, lo abbiamo capito, non l’ha presa bene, soprattutto per la presa di posizione del viceministro, da cui ci si aspettava con tutta evidenza un po’ di prudenza politica in più. Un pizzico di quella sana lungimiranza e attenzione alla verità storica dei fatti che dovrebbe caratterizzare un esponente così importante di una diplomazia europea e mediterranea. Ma tant’è, le cose hanno preso una piega non positiva e l’aria a Rabat non è delle migliori verso il nostro Paese. Peraltro, esponenti delle associazioni internazionali operanti sul campo avevano chiesto tempo fa di essere ascoltati in Senato alla Commissione Diritti umani su questo tema, ma non hanno mai ricevuto risposta.

La crisi c’è e si sente. L’opinione pubblica non ha gradito, e con essa la politica, una presa di posizione che avrebbe avuto un senso qualora le sue basi, come si richiede in realtà ad un atto di sindacato ispettivo importante come una mozione, fossero state più equilibrate e avessero reso ragione di entrambe le posizioni sul campo. E non paragonare la faccenda Saharawi a quella israelo-palestinese, come nelle parole del viceministro. Mancanza di prospettiva o facile tendenza alla parzialità, dettata da frammentaria conoscenza dei fatti storici? Certo, l’immagine del Governo nella persona di Pistelli e del Senato ne esce, agli occhi della diplomazia di Rabat e della numerosissima comunità italo-marocchina, profondamente ridimensionata e ora ci si aspetta, nei corridoi governativi e parlamentari marocchini, un passo ulteriore da Roma. Ma la domanda è: c’è ancora spazio per tornare sui propri passi e formulare un impegno più equilibrato capace di non compromettere gli ottimi rapporti con il Marocco, oppure si lascerà deteriorare anche questo legame decennale per scarsa visione diplomatica ed errori dovuti ad antistorico campanilismo?