Crisi e jihadismo, strana coincidenza

martedì 16 settembre 2014


L’abito non fa mai, e sottolineo mai, il monaco. E nel caso dell’Isis, ancora meno. Gli abiti neri, le barbe lunghe, gli sguardi feroci e le bandiere jihadiste non devono ingannare; l’anima vera e pulsante di questo movimento terrorista di stampo salafita alberga nelle torbide manovre finanziarie che governano le politiche energetiche ed economiche di una parte di mondo, che si appresta a lanciare un’Opa sull’altra. Che, per intenderci, siamo noi in Occidente.

La storia, si sa, è fatta anche di strane e a volte apparentemente inspiegabili coincidenze; mi sono chiesta se fra queste vi fosse anche il fatto che alla più grande e profonda crisi economica mondiale dopo quella del 1929 sia corrisposto il risveglio dei popoli arabi e il tentativo delle potenze del Golfo di mettere le mani sull’Occidente. Non è degno di riflessione il fatto che mentre una parte di mondo annaspa tentando di respirare, con disoccupazione e deflazione che affamano popoli interi, l’altra accresce in maniera abnorme la sua influenza economico-finanziaria, sostiene i movimenti estremisti con soldi e armi e compra un giorno sì e l’altro pure un pezzo d’Europa e d’Italia? In una società dell’immagine smodata, dove la forma è spesso confusa con la sostanza, Isis diventa il “mezzo di distrazione di massa” da gettare in pasto ai media e all’opinione pubblica; mentre sotto la coltre di violenza e di atrocità che abbiamo tutti visto, e di cui le decapitazioni sono solo la punta di un iceberg abissale, prosegue l’opera di accaparramento dei punti nevralgici del mondo, da parte di un’elite di emiri dalle ricchezze sconfinate.

L’Europa e l’Occidente si impoveriscono e l’altra parte del mondo man mano ne rosicchia un pezzetto dopo l’altro, comprando e barattando, in una bottega che ormai svende per mettere insieme il pranzo con la cena. E proprio l’anello di congiunzione geograficamente più importante fra Occidente e Oriente, la Turchia, mostra involontariamente le trame che investono il nostro continente; Ankara che si è sfilata dalla coalizione anti-Isis è da tempo, grazie ad una frontiera le cui maglie sono volutamente allentate, crocevia per il passaggio indisturbato di jihadisti e mercenari salafiti verso la Siria e ora l’Iraq. Mercenari che mentre vanno in una direzione, vedono andare in quella inversa carichi clamorosi di petrolio.

I media internazionali parlano di quasi due milioni di dollari al giorno che entrano, tramite il petrolio, nelle mani dell’Isis, che a quanto pare assieme alla guerriglia e alle decapitazioni è capacissimo di fare anche affari. Petrolio che diventa denaro, amicizie pericolose che si rinsaldano e progetti che proseguono a ritmo serrato: Isis, se non si fosse capito, è un partner costruito ad hoc, anche a livello comunicativo chiamandolo ossessivamente e senza alcun motivo “Stato”, per ridisegnare equilibri che rischiavano di saltare. Con il petrolio che vendono nel mondo ricavano i soldi per comprarselo il mondo, ovviamente lasciando nelle mani dei grandi negoziatori del Golfo le manovre più delicate, quelle in cui le armi non servono. La guerra non è mai fine a sé stessa e difficilmente dietro alle farneticazioni di un movimento jihadista di stampo salafita non si nasconde un progetto di egemonia economica da perseguire a qualsiasi costo. Siate folli per un istante e fatevi questa domanda: siamo sicuri che sei mesi senza petrolio non facciano più paura a loro che a noi?


di Souad Sbai