Tsipras-mania, la festa degli irresponsabili

Ed è già Tsipras-mania. A ventiquattr’ore dalla conferma degli incredibili risultati delle elezioni parlamentari in Grecia, la coalizione di partiti di estrema sinistra, Syriza, vincitore con il 36% di voti, 149 seggi in parlamento (2 in meno rispetto alla maggioranza assoluta), ha formato il suo primo governo. Alexis Tsipras è premier e accetta un solo alleato d’appoggio, un partito minore che nessuno avrebbe previsto, i Greci Indipendenti (An. El.), formazione euroscettica di destra. Lo strano connubio, che per certi versi ricorda il patto scellerato Ribbentrop-Molotov, dà l’idea di quel che sarà la priorità del nuovo governo rivoluzionario greco: lotta all’Ue, all’austerity, al liberalismo in senso lato.

Per questo si tratta di una sfida che piace a molti, soprattutto in Italia, in Spagna e in Francia, dove le tradizioni anti-liberali di estrema destra ed estrema sinistra sono più forti. Tanti leader di destra hanno applaudito alla vittoria di Syriza in Grecia. Era già noto da giorni l’appoggio di Marine Le Pen, che dalla Francia sperava in una vittoria dell’estrema sinistra greca per scardinare l’economia dell’Ue. Per la leader di estrema destra francese non c’è alcuna conversione verso il marxismo, si tratta di un appoggio tattico. Il nemico comune è, appunto, l’Ue, ma anche il mercato comune europeo, le frontiere aperte, il libero scambio, l’alleanza dell’Europa con l’America, tutti punti fermi consolidati negli ultimi 60 anni che una crisi politica greca potrebbe rimettere in discussione. Dopo l’attentato islamico di Parigi, la vittoria di Tsipras si trasforma, dunque, in un altro cavallo di battaglia del Fronte Nazionale, un altro “te l’avevo detto” che la Le Pen rinfaccerà si suoi avversari. In Italia è incredibile notare la trasversalità degli appoggi. Da sinistra, la vittoria di Tsipras ha comprensibilmente ringalluzzito la sinistra anti-Renzi, quella di Vendola, Cuperlo, Civati e Fassina, che ora mira a “fare come in Grecia”, così come nei primi anni ‘20 andava di moda “fare come in Russia”. La Lista Tsipras italiana aveva ottenuto risultati molto magri nelle scorse elezioni europee. La sinistra non demorde, ma è probabile che anche per la prossima tornata elettorale ci sia uno scoglio insuperabile chiamato Renzi, con la sua innegabile capacità di attrarre consensi al centro togliendoli ai suoi rivali di sinistra. Il paradosso italiano, così come quello francese, è che Tsipras fa bene alla destra, quella euroscettica, che non ha mai digerito il modello liberale di crescita. E’ la destra sociale di Alemanno, che twitta subito il suo entusiasmo, quella di Giorgia Meloni, che si accoda subito al carro del vincitore di sinistra e quella di Salvini, ormai beniamino di tutte le destre anti-liberali italiane, cattoliche e nazionaliste, neofasciste e autonomiste, tutte entusiaste per lo “schiaffo a Frau Merkel”, anche se viene da un comunista greco.

L’entusiasmo per una vittoria anti-europeista coinvolge anche personaggi insospettabili, come il thatcheriano Nigel Farage, che non ha perso l’occasione di rilasciare dichiarazioni anti-europee, solo perché Tsipras potrebbe scardinare l’Ue. Non certo perché Farage è diventato un marxista dell’ultima ora. Anche fra i liberali italiani non tutti si stracciano le vesti per la vittoria di un politico che giura vendetta contro il liberalismo (anzi, contro il “neoliberismo” a cui attribuisce tutte le tragedie greche da Omero in poi). Se qualche liberale italiano è entusiasta della “rivoluzione” greca, lo è solo per un motivo: perché è uno schiaffo all’Ue, appunto. E alle politiche della Merkel. Ma è una posizione giustificabile, sotto qualche aspetto? No. Perché si dimentica il succo della questione greca. Atene non è finita sull’orlo della bancarotta per colpa dell’Ue. Ci è finita, semmai, per colpa della politica economica greca, della corruzione, della spesa pubblica sproporzionata alla produzione, dei posti pubblici improduttivi e delle posizioni di rendita distribuiti a milioni solo per ragioni elettorali, delle numerose misure protezioniste che esentavano vasti settori economici dalla concorrenza, nazionale e internazionale. Questo è l’ambiente in cui si sono create le premesse della crisi del 2009, quando gli investitori internazionali hanno ritenuto che la Grecia potesse non essere più in grado di ripagare i suoi debiti. Da allora ad oggi, l’Ue e il Fmi hanno accordato alla Grecia prestiti per 230 miliardi di euro. Tsipras non è altro che il debitore che morde la mano al creditore. Se i suoi predecessori, come il premier conservatore, almeno davano la parvenza di tagliare la spesa pubblica greca ed effettuare piccole riforme liberali per dare fiducia ai creditori europei, Tsipras punta i piedi e dichiara di non voler pagare 330 miliardi di debito pubblico. Allo stesso tempo non vuol nemmeno dare la parvenza di fare le riforme richieste, ma, anzi, intende lanciare un faraonico “piano di ricostruzione nazionale” da 11 miliardi di euro, roba che nemmeno la Gran Bretagna potrebbe permettersi. Se per i suoi predecessori keynesiani, il pareggio di bilancio era una misura da aggirare, per il neo-comunista Tsipras non sembra neppure esistere il concetto stesso di “bilancio”: si spende tutto quel che è necessario per aiutare il popolo. A spese di chi?

Tsipras non mira a fare come gli euroscettici, non mira, cioè, a uscire dall’euro, a riprendere la dracma, per sperimentare una nuova economia sulla pelle dei greci. No, sarebbe troppo responsabile: pagherebbe i suoi errori, o godrebbe del suo successo, coi soldi dei suoi elettori e contribuenti. Tsipras vuol fare un esperimento socialista coi soldi del contribuente italiano, francese, tedesco. Degli europei in generale, non del suo popolo. Il nuovo premier greco non è un euroscettico, è un collettivista che vuol nazionalizzare gli utili e collettivizzare le perdite della Grecia, spalmandole sul resto del continente. Che sarà mai? La sua politica, se applicata coerentemente, potrebbe far perdere a noi, contribuenti italiani, circa 30 miliardi di euro, secondo le stime più generose. Quello di Tsipras è un ricatto che suona come: “datemi soldi, rinunciate al credito, o faccio bancarotta e voi perdete tutto”.

Piace agli euroscettici come Farage, perché questi subodorano che il ricatto di Tsipras possa far saltare l’Europa. Perché a questo punto l’Ue può reagire in due modi, entrambi pericolosi: cancellare il debito greco, oppure sbatter fuori la Grecia dall’eurozona. Nel primo caso, tutte le economie europee più fragili potrebbero “fare come in Grecia” e sottoporre l’Ue allo stesso ricatto. Ma a questo punto, sarebbero le nazioni più virtuose, prima di tutto la Germania, a voler uscire dall’euro. Sarebbero costrette a farlo, per non dissanguarsi in aiuti profusi a tutto il Mediterraneo. Un’eventuale espulsione della Grecia dall’eurozona sarebbe un po’ meno pericolosa, ma dimostrerebbe che l’euro non è una via a senso unico, che si può uscire e che in certi casi è addirittura più responsabile uscirne. Questo aprirebbe il vaso di pandora degli euroscettici. Bruxelles sta dunque cercando di muoversi fra questi due estremi, evitandoli entrambi. La prima reazione, preventiva, è stato il Quantitative Easing voluto da Mario Draghi. Con più liquidità in circolazione, pensa il governatore della Bce, gli Stati più fragili potranno aumentare la spesa pubblica e rilanciare i consumi. Anche questa mossa, alla lunga, potrà rivelarsi controproducente, perché facilita la formazione di bolle speculative, finisce comunque per creare inflazioni e nonostante una parvenza di crescita rende tutte le economie europee un po’ più fragili. Altre soluzioni potrebbero consistere in una rinegoziazione delle riforme chieste alla Grecia quale condizione per nuovi prestiti, ma anche qui ogni concessione può essere intesa come una cambiale in bianco e sfruttata per chiedere altri soldi. In ogni caso, un’Europa con Tsipras al suo interno non sarà facilmente gestibile. La via dell’espulsione dal club europeo è la più responsabile, ma la meno percorribile: nessun governo europeo la vuole. L’alternativa è solo una vasta gamma di sfumature di ricatto greco al resto d’Europa. Ecco perché è da irresponsabili festeggiare la vittoria di Tsipras.