Draghi, Erdogan e i diritti dell’uomo

Con l’avvento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, avevo intravisto in lui molte similarità politiche con la già di per sé splendida figura di Alcide De Gasperi. Mi sono sbagliato e anche di grosso! Se, infatti, De Gasperi è da considerare come un meraviglioso nobile “esempio” di cultura neoclassica italiana, Draghi è indice di rinnovamento della storia e della nostra cultura, reinterpretandola in chiave contemporanea per ridefinire il ruolo del Paese a livello globale.

Una trasformazione che tocca, in primo luogo, la politica italiana, per troppo tempo rimasta ancorata al più becero populismo e qualunquismo valoriale. Draghi è un architetto post-moderno che sta generando uno stile italiano senza appigli con le correnti straniere, se non con qualche riferimento alla “comune politica Mediterranea”, nel caso particolare tipicamente francese, ma soprattutto anti-islam politico e contro l’espansionismo possessivo e illecito, se non illegale, del quale il presidente turco Recep TayyipErdogan ha dato ampia esternazione nei confronti della presidente Ursula von der Leyen, in evidente conflitto con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.

Per meglio comprendere questo quasi paradosso, mi appare lecito fare un approfondimento temporale con il predecessore di Draghi nel campo dei Diritti Umani. Il 12 ottobre 2019 il premier Giuseppe Conte annunciava, infatti, che l’Italia si era aggiudicata un posto nel “Consiglio dei Diritti umani (Unhcr) a Ginevra, dichiarando che “L’Italia ha nel suo Dna la promozione del dialogo”. In contemporanea, nel 2020, il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, rese pubblico che il “Qatar avrebbe concesso un maxi-finanziamento da mezzo miliardo di dollari alle Nazioni Unite”, finalizzato al miglioramento funzionale anche del Consiglio Diritti Umani, superando l’Arabia Saudita, quale maggior finanziatore Unhcr.

Da quella data apparve dunque evidente la competizione tra Qatar e Arabia Saudita per la leadership del mondo arabo-islamico.

Come noto il Qatar, infatti, ha assunto un ruolo di primo piano nel corso delle “Primavere Arabe” per l’intera area Mediorientale: i “Fratelli Musulmani” dell’Egitto di Morsi, ma anche le attuali compagini salafite in tutto il nord Africa, i gruppi Al-Nusra in Siria, l’Isis, le diversificate “milizie” libiche, i ribelli sciiti Houthi in Yemen, Hamas nella Striscia di Gaza. Tutti finanziamenti – “proselitismo” – per l’affermazione del credo islamico. Non di meno però, le stesse “identichemotivazioni vengono date anche dall’Arabia Saudita (coalizione sunnita in Yemen, Esercito di Liberazione siriano, Maghreb, Turchia, Al Qaeda, miliziani somali, gruppi salafiti in Europa) sia dall’Iran (Hezbollah, milizie siriane, Houthi, Hamas).

Sta di fatto che le tre nazioni guida del mondo musulmano – Arabia Saudita, Qatar e Iran – diffondono nel loro proselitismo valori essenzialmente politici e sociali di estrazione shariatica. Sebbene queste forme di “pluralismo religioso” dovrebbero interessare solo l’interpretazione giuridica dei Sacri Testi (Corano e Hadith), nella pratica a livello di singola Nazione si è tramuto in orientamenti politici, spesso sancite nelle singole Carte costituzionali. Dal punto di vista internazionale, tutto questo è stato ufficializzato nella Dichiarazione islamica dei Diritti dell’uomo, proclamata sin dal 1981 presso l’Unesco a Parigi. Nella sostanza, la maggioranza delle nazioni del nord Africa e Medio orientali (36) professano una “giurisprudenza” prettamente “islamica” che risponde molto più ai dettami coranici anziché a quelli di umana pacifica convivenza, di cui alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948.

Un paradosso che va sempre più accentuandosi nel citato Consiglio dei Diritti umani di Ginevra, nonché “nel Comitato per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza” delle Nazioni Unite, dove sino a ora stanno maturando forme di integrazione “consapevole”, legate sì alla base maggioritaria (i cristiani nel mondo sono a tutt’oggi il 32 per cento, mentre l’Islam è al 28 per cento ma in rapida ascesa), ma anche ai notevoli “contributi” che il mondo Arabo musulmano versa… spesso a mero vantaggio dei tanti “qualunquisti-populisti egalitari” sparsi sempre più in tutta Europa.

D’altra parte, se sino ad oggi ha prevalso “è meglio non parlare di ciò che divide!” sponsorizzato dal qualunquismo religioso assimilato al socialismo populista (cui si è aggiunto il richiamo di Papa Francesco con la sua Enciclica Fratelli tutti), c’è dunque da domandarsi: di quale colore si tingerà il futuro dei diritti dell’uomo? Quello rosseggiante del socialismo o quello nero dell’Islam moderato?

Su questo interrogativo si innesca, con irruenza e veemenza, la nuova dottrina pan-islamica del premier Erdogan, definito dall’ex sottosegretario agli Esteri, Mario Giro (Storia di una Ascesa), come il leader che “si posiziona all’incrocio esatto tra due opzioni possibili per non rimanere sorpreso, sfruttando appieno le opportunità che la posizione mediana della Turchia gli offre: in bilico tra Europa e Medio Oriente, Nato e Russia, umma islamica e Occidente (socialista), nel Mediterraneo e tra Cina ed Europa o tra Eurasia e Africa”, costituendo di fatto un riferimento per il futuro del nuovo mondo dei Diritti dell’uomo dell’Islam! A questo va aggiunta la pretestuosa rivendicazione dell’accordo Libico-Turco del 2020, concordato tra il premier Fayez al-Sarraj ed Erdogan, per una nuova delimitazione delle Zone economiche esclusive, che ha nella sostanza costituito una seria minaccia con gravi implicazioni politico-giuridiche, per i diritti marittimi della Grecia, Creta, l’intero Dodecaneso, ma anche per l’Egitto e la nostra Italia.

Ed ecco che proprio dalla visita ultimamente fatta a Tripoli, incomincia ad emergere la “nuova dimensione politica” del presidente Draghi, cui va aggiunta la sua condanna, per aver lasciato la presidente Ursula von der Leyen senza sedia al vertice Turchia-Unione Europea di Ankara, definendo pubblicamente il presidente Erdogan “un dittatore con cui però quale bisogna collaborare”. La posizione assunta con Draghi nei confronti della Turchia di Erdogan, anche se contrasta con gli interessi tedeschi di Angela Merkel (la Germania ospita più di tre milioni di immigrati turchi!), apre finalmente l’Italia ad assumere, sia in Mediterraneo sia nei confronti degli alleati atlantici, una dimensione europea dove la Francia rinuncia a sabotare gli sforzi internazionali di pacificazione (per l’Italia sino a ieri inesistenti!) e accetta di appoggiare una soluzione comune italo-francese che, oltre a rendere meno influente il ruolo della Turchia in Libia, riporta giustamente l’attenzione della centralità dell’Italia nello scacchiere Mediterraneo-Mediorientale.

E chissà che questo non riporti anche a una riconsiderazione di quanto sta accadendo nel Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dove l’Italia (lo ricordo) sino al 2023 ha piena titolarità per rivendicare gli antichi valori Mediterranei di matrice giudaico-cristiana. Nella considerazione che Ismail e Isacco erano sì fratelli figli di Abramo (da madri diverse, Sara e la schiava egiziana Agar), ma che, soprattutto, entrambi (insieme alle rispettive “discendenze” bibliche e coraniche!) sono cresciuti in aree geografiche completamente diverse, generando culture, se non civiltà, che oggi più che mai non hanno proprio più nulla della fraterna comunanza valoriale tanto pubblicizzata da Papa Francesco.