Sudafrica in rivolta: le piaghe del post-colonialismo

Chi salverà il Sudafrica dopo Nelson Mandela? I recenti, violenti disordini che hanno letteralmente messo a ferro e fuoco il Paese, apparentemente originati dalla crisi pandemica ed economica, nonché dalla corruzione dilagante, hanno in realtà molto più a che fare con l’arresto, avvenuto lo scorso 7 luglio, dell’ex presidente Jacob Zuma. I suoi sostenitori sono convinti che la persecuzione dell’ex presidente, come lui stesso ha pubblicamente denunciato, rappresenti una sorta di caccia alle streghe di trumpiana memoria.

Il vero obiettivo delle rivolte antigovernative, quindi, è quello della sua liberazione, dopo che la Corte costituzionale sudafricana, con sentenza del 29 giugno, lo ha condannato a 15 mesi di prigione a seguito di un grave atto di disobbedienza a un tribunale ordinario, in quanto, come imputato principale nel processo di corruzione a suo carico, si era rifiutato di comparire in udienza.

A tirare le fila delle recenti, violente manifestazioni di protesta vi sarebbero i suoi più stretti collaboratori, membri influenti dell’ala più compromessa dell’African national congress (Anc), partito ancora oggi al potere, che si sono resi responsabili di numerosi atti di corruzione sistemica costati all’erario sudafricano qualcosa come 34,5 miliardi di dollari. Nei nove anni ininterrotti del mandato di Zuma, che vanno dal 2009 al 2018, caratterizzati dall’esercizio dispotico e clientelare del potere presidenziale, sono state depredate e saccheggiate intere voci di bilancio grazie al depotenziamento degli organismi preposti al controllo dei relativi abusi, incluse forze di polizia e magistratura.

L’attuale presidente, Cyril Ramaphosa, sta facendo il possibile per invertire la tendenza, nel pieno rispetto degli impegni presi con i suoi elettori. In particolare, alla Agenzia delle Entrate e nei ranghi della magistratura sono state nominate persone oneste, capaci e indipendenti. L’elezione di Ramaphosa è avvenuta a seguito di due anni di violente manifestazioni di piazza, nel periodo immediatamente precedente alla pandemia (che ha causato non meno di 65mila vittime), contro la corruzione dilagante. Il ritorno alla legalità e alla trasparenza, voluto dall’attuale presidente, ha reso infatti furiosi i suoi oppositori politici dell’Anc che godevano degli immensi privilegi conseguenti al clima di illegalità, instaurato dalla precedente Amministrazione presidenziale. Per tutti costoro, compresi non pochi ufficiali delle forze di polizia, solo la restaurazione e il ritorno al potere di Zuma potrà assicurare loro un salvacondotto contro l’azione penale, ripristinando per di più le condizioni pregresse di arricchimento illecito.

La debolezza delle istituzioni dello Stato sudafricano è particolarmente avvertita negli ex feudi elettorali di Zuma, controllati dai nazionalisti zulu e dalle mafie locali, che si sono resi responsabili di numerosi assassini politici in epoca recente. Soltanto nella seconda settimana di luglio, si sono registrati nel Paese ben 72 omicidi e più di 1.200 arresti di facinorosi a seguito degli innumerevoli saccheggi e devastazioni di esercizi commerciali avvenuti, in particolare, nel distretto economico di Johannesburg.

Nelle zone controllate dai ribelli zulu, i manifestanti hanno gravemente danneggiato infrastrutture di vitale importanza, come un centinaio di torri per le telecomunicazioni e capannoni industriali adibiti a magazzini. Lungo i raccordi autostradali che collegano il porto commerciale di Durban con la provincia sudafricana dello KwaZulu-Natal, i rivoltosi hanno incendiato numerosi tir bloccando il traffico, circostanza quest’ultima che ha impedito al personale sanitario di raggiungere i rispettivi presidi ospedalieri per assicurare ai pazienti le cure anti-Covid, in una situazione drammatica che vede il Sudafrica alle prese con una terza, devastante ondata della pandemia.

Nelle aree della rivolta persino le ambulanze sono state prese di mira e molti siti vaccinali sono stati chiusi, mentre centinaia di attività commerciali hanno subito gravissimi danni che ne impediranno la riapertura, costringendo alla chiusura la più grande raffineria del Paese. Di conseguenza, le autorità nazionali sono state costrette a razionare benzina, beni alimentari di prima necessità e medicine, creando così ulteriori disagi a una popolazione già particolarmente provata dalle ricadute fortemente negative sull’economia, causate dall’emergenza Covid e dalla sua variante sudafricana, molto più contagiosa di quella originaria. Nel tentativo di autodifesa, numerosi civili si sono armati per difendere dalle violenze e dai saccheggi le proprie abitazioni e negozi, mentre la reazione di Ramaphosa (che non ha ancora destituito il suo ministro degli Interni, né il capo della polizia) si è rivelata finora fin troppo cauta, rischiando così di estendere anche alle province più vicine il contagio della rivolta in atto.

Soltanto il 14 luglio, infatti, il ministro della Difesa del Sudafrica ha deciso l’invio di un contingente di 25mila soldati (che rappresenta la più grande mobilitazione di truppe dalla fine dell’Apartheid) per reprimere le violenze in corso, mentre il ministero delle Finanze ha disposto interventi urgenti per il sostegno all’economia nazionale, gravemente colpita dalla pandemia.

Le sommosse attuali (le più violente che si siano mai registrate dal 1994, anno della dichiarazione di indipendenza del Sudafrica) dimostrano quanto sia fragile lo Stato post-coloniale sudafricano. E qui varrebbe la pena fare un inciso di carattere generale sulla mancanza di metodo e sulla perdita significato, che riguardano l’Onu e il suo Consiglio di Sicurezza. Sarebbe stato sufficiente, infatti, fissare nella Carta il principio in base al quale qualunque regime autoctono post-coloniale e indipendente, che si fosse reso responsabile di un degrado istituzionale, economico e sociale, rispetto al lascito del colonialismo, sarebbe stato censurato e sanzionato in proporzione ai soprusi e alle violenze commesse nei confronti della sua popolazione. Ovvero, tanto più le élite corrotte avrebbero sottratto ricchezze che andavano redistribuite, maggiori e più penetranti sarebbero state le contromisure adottate nei loro confronti dalla Comunità internazionale.

E, invece, oggi accade tutto il contrario. In Sudafrica, in particolare, il tasso di disoccupazione rimane il più alto del mondo, stando alle stime della Banca mondiale, mentre è notevolmente aumentata la forbice di reddito tra ricchi e poveri. In alcune regioni sudafricane molte delle abitazioni non dispongono né di acqua corrente, né di energia elettrica, mentre le forze di polizia nazionali e locali sono tristemente note per la loro incompetenza e crudeltà.

Del resto, nota The Economist del 17 luglio, come meravigliarsi dei saccheggi nei supermercati di una popolazione ridotta alla miseria, quando i responsabili politici e amministrativi depredano impunemente le compagnie aeree e le aziende elettriche nazionali?”. Intanto, l’economia sudafricana ne esce devastata e i capitali abbandonano Città del Capo, mentre le forze di polizia e di sicurezza si guardano bene dal mettere fine alle rivolte. Riuscirà Ramaphosa ad avere successo lì dove ha fallito Mandela?