Caos in Tunisia: Parlamento congelato e primo ministro licenziato

Nella tarda serata di ieri il presidente della Tunisia, Kais Saied, ha annunciato la sospensione del Parlamento e il licenziamento del primo ministro, Hichem Mechichi. L’annuncio, diffuso tramite video sui social dalla pagina ufficiale della presidenza tunisina, è arrivato dopo una riunione d’emergenza presieduta dallo stesso Saied e a cui hanno preso parte i vertici della sicurezza e dell’esercito.

Questa decisione è stata presa alla luce delle manifestazioni che, domenica, hanno animato diverse città della Tunisia, tra cui la capitale, Gafsa, Kairouan, Monastir, Sousse e Tozeur. A Tunisi centinaia di persone si sono radunate nel distretto di Bardo, scandendo slogan contro il Governo, il partito islamico moderato Ennahda e il Parlamento, presieduto da Rached Ghannouchi. I manifestanti hanno anche richiesto il perseguimento dei responsabili del deterioramento economico e sanitario del Paese. Sui social network e vari media locali sono stati segnalati assalti alla sede locale del partito Ennahda nella provincia di Tozeur, nel sud-ovest del Paese, oltre a scontri tra oppositori e sostenitori del Governo a Kairouan.

“La Costituzione non consente lo scioglimento del Parlamento, ma permette la sospensione dei suoi lavori” ha affermato il presidente Saied. Sua volontà è assumere il potere esecutivo, con l’aiuto di un primo ministro nominato da lui stesso, e revocare l’immunità ai deputati.

Rached Ghannouchi ha definito la decisione di Saied “un assalto alla democrazia”. Questa mattina si è recato al Parlamento per tenere una sessione in aperto contrasto con le direttive del presidente, ma l’esercito gli ha impedito di entrare.

“Sono contro la concentrazione di tutti i poteri nelle mani di una sola persona” ha affermato l’ottantenne ex-esiliato politico e i sostenitori di Ennahda intervistati dall’agenzia Reuters hanno espresso pareri simili.

“Saied è un nuovo Sisi che vuole tutti i poteri per sé. Noi ci opporremo a questo attentato alla rivoluzione”. Queste le parole di Imed Ayadi, un membro del partito, che ricollega gli avvenimenti al colpo di stato in Egitto del 2013, quando il Governo della Fratellanza musulmana, a cui Ennahda è collegato, venne deposto dal generale Abdel Fattah al-Sisi.

I vertici delle forze armate e della sicurezza, per ora, non hanno rilasciato dichiarazioni, ma il fatto che soldati siano stati schierati attorno al Parlamento e al Palazzo presidenziale e che dei poliziotti abbiano preso il controllo della sede locale di Al-Jazeera, cacciando il personale dello staff presente, sono segnali chiari del loro sostegno alle azioni del presidente Saied. L’ormai ex-primo ministro Mechichi si trova nella sua abitazione, ma non è agli arresti domiciliari.

Questo momento di crisi istituzionale non giunge come una sorpresa. Nonostante siano passati ormai dieci anni dalla “Primavera araba” del 2011, durante la quale venne allontanato il dittatore Zine El-Abidine Ben Ali, le istituzioni democratiche tunisine rimangono soggette ad un certo grado di instabilità, che ha ostacolato i tentativi di rilanciare i servizi pubblici ormai in rovina e di attuare le riforme chieste dal Fondo monetario internazionale.

La classe politica frammentata non è stata in grado di formare governi solidi e duraturi e le istituzioni sono in stallo da mesi, a causa della contrapposizione tra Saied e Mechichi scatenata da un rimpasto di Governo, approvato dal Parlamento a fine gennaio e mai accettato dal capo dello Stato. Di recente, inoltre, si è assistito a episodi di violenza tra deputati, che hanno ulteriormente rallentato i lavori delle istituzioni ed esacerbato le tensioni sociali.

Crisi economica e malagestione della campagna vaccinale, con un conseguente aumento dei contagi da Covid-19, hanno rafforzato il fronte degli oppositori che, ore dopo gli annunci di Saied, sono rimasti nelle strade di Tunisi. Decine di migliaia di persone hanno lanciato fuochi d’artificio, intonato canti e danzato per la caduta di un Governo che si è dimostrato incapace di sanare le profonde ferite del Paese.

Il presidente Saied che, come previsto dalla Costituzione, controlla forze armate e politica estera, non ha ancora specificato quando sarà nominato un nuovo primo ministro. Nel frattempo, Rached Ghannouchi ha affermato che “le istituzioni sono ancora al loro posto. I sostenitori di Ennahda e il popolo tunisino difenderanno la loro rivoluzione”. Attendiamo ulteriori sviluppi della situazione.