Una nuova Cuba dopo l’emergenza sanitaria

Cuba è in rivolta e la rivoluzione cubana sembra essere definitivamente conclusa. L’11 luglio 2021, in una giornata storica, migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare pacificamente in diverse parti del Paese, esercitando e rivendicando i propri diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica. Dal 2019 la popolazione ha dovuto far fronte alla carenza di cibo, medicine e carburante. Secondo varie fonti di informazione, questa situazione sembra essersi intensificata nel corso del 2020, principalmente a causa dell’emergenza sanitaria che rende Cuba tra i Paesi più colpiti nel Centro e Sud America. Le autorità cubane attribuiscono queste carenze all’embargo imposto dagli Stati Uniti ma le numerose organizzazioni sindacali e per la tutela dei diritti umani ribadiscono che le colpe sono da ricercare unicamente nelle politiche delle istituzioni nazionali e nell’inefficiente classe politica al potere. Nel tentativo di approfondire tali dinamiche intervistiamo l’ambasciatore, scrittore e saggista Domenico Vecchioni, già Ambasciatore italiano a Cuba.

Ambasciatore, cosa sta accadendo a Cuba in questi giorni e quali sono i cambiamenti in corso nella mentalità del popolo cubano?

A Cuba il vento della Storia sta cambiando direzione. Le recenti e pacifiche manifestazioni di protesta hanno dimostrato che esiste oramai uno sfasamento, ideologico, sociale e generazionale tra la popolazione, soprattutto quella giovanile, e l’anchilosato regime rivoluzionario. I manifestanti, che si sono riversati sulle strade di tutte le principali città del Paese l’11 luglio scorso, non reclamavano solo migliori condizioni di vita e di salute, ma richiedevano anche, e soprattutto, i diritti politici e civili. In una parola, invocavano la libertà, immaginando una nuova patria e una nuova vita: Patria y Vida. E hanno manifestato a viso aperto. Con un coraggio e una determinazione che non si erano mai visti prima a Cuba. E come ha risposto il Governo a queste inedite forme di protesta? Con i soliti, stantii strumenti di una repressione cieca e bieca: arresti, sparizioni, manganellate, minacce ai dissidenti e ai loro familiari, censura, controllo dell’informazione, attiva disinformazione. Un regime che ha una sola finalità: conservare se stesso. Miguel Díaz-Canel non sembra possedere la visione politica necessaria a gestire una crisi di simili dimensioni. Non ha né il magico carisma di Fidel né il solido pragmatismo di Raúl. È solo un burocrate di partito, post-rivoluzionario, vissuto all’ombra dell’ideologia comunista e delle certezze castriste. Non ha capito che nell’era internet l’informazione circola comunque e non può essere soffocata, i giovani cubani riescono a servirsi delle reti sociali anche quando il governo tenta di bloccarle. Ha sottovalutato l’intensità del loro malessere politico e sociale. Oggi i giovani cubani tengono una finestra costantemente aperta sul mondo. Sanno cosa succede altrove, cosa succede a Cuba e fanno paragoni. Sono stufi, insomma, di essere sudditi e vogliono finalmente diventare cittadini. Ecco, a Cuba ora c’è questa nuova consapevolezza. I giovani non aspirano a fuggire dall’isola comunista per godere dei benefici della libertà e della democrazia in altri Paesi, come fece la precedente generazione. Vogliono invece rimanere in Patria per costruire una nuova Cuba, libera, moderna, democratica e prospera. Patria y Vida, appunto.

Le Autorità cubane continuano ad indicare come colpevoli gli Usa e le interferenze statunitensi in territorio cubano. In realtà, quale è la situazione della politica interna a Cuba?

L’argomento di caricare tutti problemi di Cuba sulle spalle dell’embargo americano non funziona più. Non fa più presa. È un alibi stantio e superato, come lo è quello di una Cia sempre impegnata a preparare l’invasione dell’isola. Il problema principale non è l’embargo (che pure ovviamente pesa e andrebbe eliminato), ma è il sistema comunista che non ha mai funzionato e continua a non funzionare. Un sistema che ha impoverito l’isola una volta florida. Si fa credere che Cuba prima della Rivoluzione fosse un Paese povero, ridotto all’estremo, dove si soffriva la fame. Ma non era affatto così. Cuba all’epoca era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina, con diseguaglianze sociali pronunciate certo, ma non molto dissimili da quelle che si riscontravano in molti Paesi europei. La Costituzione adottata nel 1940 era tra le più avanzate e democratiche al mondo. Quella di Fidel Castro non fu una Rivoluzione “sociale”, ma una Rivolta nazionalistica per affrancare il Paese dalla tutela americana. In seguito, scelse il comunismo come mezzo per conservare il potere ad aeternum. L’esperimento tuttavia fu disastroso. L’agricoltura, la nascente industria, i servizi del Paese ne uscirono distrutti. Colpa dell’embargo? Solo in parte. Niente, infatti, vietava a Cuba di commerciare con altri Paesi, di ricevere sostegni, appoggi, contributi e investimenti dagli Stati ideologicamente affini e poi – cosa che spesso si dimentica – l’embargo prevede due eccezioni: per i prodotti alimentati e per i medicinali. Gli Usa, malgrado tutto, sono il quinto partner commerciale dell’isola. No, i ragazzi che dimostravano per le strade cubane non invocavano la fine dell’embargo, invocavano la fine di un sistema che ha fallito la sua missione storica. Del resto, lo stesso Joe Biden, presidente democratico, ha definito Cuba “uno Stato fallito”. Come dargli torto?

Giulio Terzi, già ministro degli Esteri, ha scritto che la crisi economica, scatenata principalmente dal blocco pressoché totale del turismo causato dalla pandemia e dalla conseguente interruzione del flusso turistico, può essere considerata la “miccia” che ha dato fuoco alle polveri della contestazione. Condivide tale analisi?

Certamente. La crisi nelle sue diverse componenti, economica, energetica, turistica, sanitaria ha ulteriormente indebolito un’economia già fragilizzata da un sessantennio di collettivismo esasperato, sprofondando i cubani nella disperazione. Il loro sorprendente coraggio dei giorni scorsi è stato il tipico coraggio della disperazione. Ma appunto è stata, come ha ben scritto l’Ambasciatore Giulio Terzi, la miccia che ha fatto esplodere un malessere più profondo e sofferto, l’anelito al cambiamento, il bisogno di libertà, l’acquisizione dei diritti fondamentali finora negati. I giovani cubani non vogliono la Rivoluzione, vogliono “altro”. Per loro Fidel e Raúl Castro sono oramai personaggi da ritrovare nei libri di Storia, non possono più essere il riferimento per gestire il futuro del Paese.

Dove possiamo inquadrare il futuro di Cuba anche in rapporto agli Usa e all’Europa?

Cuba ha bisogno d’investimenti colossali per rimettere in sesto la sua economia disastrata. Le strutture di base in effetti sono rimaste in gran parte quelle che esistevano prima della Rivoluzione: strade, ferrovie, rete elettrica, edilizia popolare. La Rivoluzione non ha fatto granché. È indicativo il fatto che nel celebrato lungomare del Malecón non c’è un edificio o un albergo che si possa accreditare alla Rivoluzione! E il primo Paese che potrebbe assicurare simili investimenti sono evidentemente gli Stati Uniti. Washington, tuttavia, chiede al regime di ammorbidire i suoi procedimenti polizieschi, di assicurare il rispetto dei diritti umani, di liberare i prigionieri politici, di avviare un serio processo di transizione che possa portare il Paese, gradualmente, pacificamente (nessuno auspica e ha interesse a soluzioni drammatiche) e democraticamente a scegliere il proprio assetto politico. In questo quadro anche l’Europa potrebbe giocare una parte da protagonista. Il regime dovrebbe attivare un dialogo di riconciliazione nazionale con gli esponenti dell’opposizione, cominciare a sentire le loro ragioni e le loro richieste, dando finalmente la parola al popolo. Un popolo che da sessant’anni vive in un sistema surreale, inefficiente e di falsa democrazia. Un popolo oramai consapevole che non c’è ragione al mondo che obblighi Cuba a rimanere sotto la pesante cappa di una casta militare, la nuova aristocrazia del Paese che, con la scusa dell’ideologia, non riesce nemmeno a immaginare di dover prima o poi lasciare il potere e abbandonare i propri privilegi.