Tunisia stretta tra Fondo monetario internazionale e incompetenza

Il presidente della Tunisia, Kais Saied, non è un politico, è un tranquillo professore di Diritto costituzionale all’Università di Tunisi e in qualità di capo dello Stato non ha molte prerogative ma può sciogliere il Parlamento e ha la responsabilità delle Forze armate.

Da tempo aveva colto il diffuso malcontento di un popolo che solo due anni fa, nell’ottobre del 2019, portò in Parlamento il partito Ennahda, auto-definitosi islamico, democratico e legato alla Fratellanza Musulmana. Presidente del Parlamento fu nominato Rached Ghannouchi, co-fondatore del partito stesso, nonché suo “leader intellettuale” dagli anni Settanta, quando ancora il nome del movimento echeggiava nelle black list del terrorismo.

I tunisini erano in trepidante attesa del nuovo corso parlamentare ma sono stati rapidamente delusi, complici l’incompetenza, la crisi economica acuita dal Covid e l’enorme debito contratto con il Fondo monetario internazionale (Fmi). Il diffuso malcontento ha così portato la folla ad assalire le sedi del partito Ennahda e al fine di prevenire disordini sempre più preoccupanti, domenica scorsa il presidente Saied è pervenuto alle soluzioni radicali ben conosciute.

La mossa condannata dai suoi rivali come un attacco alla democrazia è stata accolta da gran parte della popolazione con festeggiamenti in tutto il Paese e, a chi lo accusa di colpo di Stato, il presidente risponde di aver basato le sue decisioni su una Costituzione che consente di adottare misure straordinarie in caso di “pericolo imminente che minaccia la nazione”. In un Paese da anni privo di una Corte costituzionale l’affermazione non è valutabile al pari delle altre misure restrittive disposte: coprifuoco a partire dalle 19 e divieto di lasciare il Paese esteso anche a politici e uomini d’affari.

I ministri esautorati (Difesa, Interni, Giustizia) sono stati rimpiazzati provvisoriamente da alti funzionari pubblici, misura apprezzata dall’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt) – principale sindacato tunisino – che si è schierata a favore del presidente.

Quello che sta succedendo in Tunisia sembra la replica soft di ciò che è avvenuto in Egitto nel 2013 quando al-Sīsī attuò un incruento colpo di Stato militare, deponendo Mohamed Morsi dopo giorni di crescenti manifestazioni d’insofferenza verso il Governo dei Fratelli Musulmani. Anche la Tunisia spesso celebrata come modello di successo della Primavera araba ha fallito e deve affrontare questa grande crisi.

La lezione appresa è il totale fallimento delle politiche dei Fratelli musulmani, che si sono dimostrati incapaci di governare perché non hanno saputo coinvolgere una buona classe dirigente e, più in generale, persone competenti. Al pari dei movimenti di pura contestazione sorti non solo nella sponda sud del Mediterraneo ma anche in Europa, chi scende in piazza protesta e produce facili slogan ma non è in grado di prendere il potere e governare.

Il presidente Saied non ha l’aria di un pericoloso dittatore incurante dei diritti umani e avrà il compito di portare il Paese a nuove elezioni che possano acclamare una maggioranza rispondente alla volontà del Paese. Il problema che dovrà affrontare al pari del Governo uscente sarà il modo con cui ripagare il debito di circa 2,6 miliardi di dollari contratto con il Fondo monetario internazionale, in aggiunta a quello con gli istituti di credito, contando su un Pil di 38 miliardi, sempre in dollari. Per onorarlo dovranno essere attuate le poco gradite riforme richieste dal Fondo che prevederanno ulteriori tagli per ridurre il deficit pubblico e andranno ad incidere su salari medi già bassissimi (250 dollari mensili).

La Comunità internazionale al momento si è espressa con appelli tanto ovvi quanto inopportuni ad attenersi alle regole democratiche. Importante è che non si creino dei martiri e che, come sostenuto da Saied, si ripristino le condizioni di sicurezza nel Paese. Un Paese che l’Italia non può permettersi che vada incontro a periodi di instabilità.