A cosa porterà la crisi della Tunisia

Non è ancora chiaro cosa stia esattamente accadendo in Tunisia, se si tratti di un semplice, anche se un po’ troppo turbolento, cambio del Governo, ovvero di un golpe, un vero e proprio cambio di regime come quelli avvenuti in Egitto prima nel 2012 con l’autoproclamazione di Mohamed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, e subito dopo nel 2013 con Al-Sisi, a seguito delle forti proteste popolari contro il Partito islamico.

Di fatto, il 25 luglio sorso, domenica sera, è accaduto che il presidente della giovane democrazia tunisina, Kais Saied, un avvocato costituzionalista, non legato ad uno specifico partito anche se ritenuto ispirato da modelli sovranisti, dopo l’ennesima manifestazione di protesta contro il Governo in carica ha invocato lo stato di eccezione previsto dall’articolo 80 della Costituzione per far decadere l’Esecutivo e sospendere le funzioni parlamentari per almeno 30 giorni. E si è avvalso dell’esercito per bloccare l’ingresso del Parlamento, disporre divieti per altre manifestazioni e limitazioni alla stampa, in particolare per l’emittente araba Al Jazeera.

Invero, la situazione politica era già compromessa, perché dopo le ultime consultazioni nessun partito aveva ottenuto più del 25 per cento dei seggi. In ogni caso è dal 2011 che in Tunisia il maggior partito è rappresentato dal movimento islamista moderato Ennahda, guidato da Rached Ghannouchi, cui è stata conferita la presidenza del Parlamento, ed ha espresso anche l’ultimo premier, Hichem Mechichi, il terzo in carica in un solo anno.

Dopo le “Primavere arabe” e la “Rivoluzione dei gelsomini”, la Tunisia si era imposta come modello di democrazia, ma gli ultimi anni sono stati aggravati una forte crisi economica e politica, su cui si sono impattati gli ultimi effetti più stravolgenti: da un lato la  disoccupazione ha raggiunto la soglia del 20 per cento, dall’altro la corruzione ha visto coinvolti numerosi esponenti della classe politica, e infine è arrivato il collasso della pandemia, con oltre 18mila vittime e appena un 7 per cento di vaccinati. E ha fatto il giro del web l’immagine di un medico dell’ospedale di Mateur, una città a circa 60 chilometri da Tunisi, che, disperato, piange perché mancano ossigeno e sangue.

Il problema è vedere ora come si evolverà la questione, non solo sul piano interno. Sotto quest’ultimo profilo Saied gode la fama di persona onesta e indipendente, ed è stato acclamato proprio dalla popolazione cha ha protestato contro il Governo in questi giorni. I conoscitori più attenti della società tunisina hanno evidenziato che in questa fase potrebbero  avere un ruolo importante nella ricomposizione delle polarizzazioni alcune particolari rappresentanze della società civile, come l’Ordine degli avvocati, la Confederazione dell’industria e del commercio, e soprattutto l’Ugtt, il più importante sindacato dei lavoratori che ha sinora sostenuto il presidente Saied ma ha anche chiesto espressamente “una road map partecipativa e comprensiva di tutte le forze in campo” per superare la crisi in breve tempo.

Ma gli oppositori del partito islamista Ennhada hanno anch’essi una area di consenso che nella frammentazione dei partiti tunisini è comunque maggioritaria. Inoltre, sebbene di ispirazione più moderata, la loro rete ideologica di riferimento è quella transnazionale della Fratellanza Musulmana e hanno l’appoggio di Turchia e Qatar. Tuttavia va detto che, probabilmente, anche per le proteste popolari dei giorni scorsi a loro rivolte, i dirigenti di Ennhada non sembrano voler inasprire gli animi, tanto che il premier uscente non ha polemizzato e ha solo auspicato che l’attività parlamentare venga ripresa per poi riparlare delle formule di Governo.

Le agenzie di stampa riferiscono di vari tentativi di mediazione dell’Algeria e dell’Egitto, ma anche Stati Uniti e Unione europea, per tramite dei rispettivi referenti della politica estera, e cioè il segretario di Stato Antony Bliken e l’alto rappresentante per la Pesc, Josep Borrell, si sono fatti sentire invitando il presidente Saied a valutare ogni iniziativa per un ristabilimento delle normali relazioni politiche interne. Si parla anche di una possibile iniziativa congiunta Italia-Francia, i due Paesi che effettivamente hanno uno storico rapporto di cooperazione con la Tunisia. Certo è che quello che sta succedendo nel Paese non è rassicurante per la stabilità del Nord Africa, dove si sta già affrontando ancora con grandi preoccupazioni la crisi libica. E i dati dei flussi sugli sbarchi irregolari vedono già al primo posto 5830 tunisini approdati in Italia nel 2021.

Cosa può fare la Comunità internazionale per scongiurare il rischio di un collasso istituzionale della Tunisia, i cui primi effetti si riverserebbero certamente sulla pressione migratoria? Sicuramente occorre pensare ad un Piano di aiuti straordinario, finalizzato in special modo a rafforzare il sistema sanitario tunisino e a diffondere la campagna dei vaccini. E poi occorrerà pensare a un Piano più strutturato che rassicuri la società tunisina, che se lasciata a se stessa potrebbe finire anch’essa fagocitata dal frammentarismo settario che si è rilevato deleterio in Libia e in Libano, ovvero dai tentativi egemonici della Turchia o di qualche altra potenza che sta guardando con lungimiranza alle crisi del Nord Africa per espandere la sua influenza.

(*) Membro dell’International Law Association