Guerra in Ucraina: il piano “B” globale

L’Occidente è in difficoltà? Ripropongo il quesito del mio precedente articolo cambiando il “soggetto”. Senza dubbio anche la Nato e “l’Occidente” sono in difficoltà, al pari del presidente russo. L’adozione del piano “B” delle nazioni anti-Vladimir Putin, rappresentato dal recente invio di armi pesanti all’Ucraina, mostra che l’escalation della guerra è l’ennesimo fallimento, voluto o meno, di ogni altra momentanea alternativa. Così l’Occidente, dopo ufficiali tentennamenti nell’ammettere il rifornimento smisurato dell’arsenale militare ucraino, ha trasformato la confinante Polonia in una strategica base di stoccaggio e distribuzione delle attrezzature militari per l’esercito di Kiev. Intanto, sempre più Paesi “occidentali” si offrono di fornire veicoli corazzati, carri armati, obici, a Kiev rompendo, finalmente, con quella ipocrita cautela di apparire non cobelligeranti nel conflitto, e con l’obiettivo di ripristinare le capacità dell’esercito ucraino di fronteggiare l’armata russa nell’est e sud dello Stato.

Ma appare anche evidente che il gran numero di mezzi mobili da guerra forniti dall’Occidente, sia terrestri che aerei, come elicotteri, droni armati, velivoli spia – in attesa dei caccia – tutti dotati di sofisticate tecnologie, accompagnati da una enorme quantità di artiglieria pesante e leggera non semplice all’uso, dovranno essere manovrati da militari addestrati, e chiaramente non potranno essere solo gli ucraini o le milizie dell’esercito internazionale dei legionari” a usarli. In sostanza, l’obiettivo dei Paesi filo-Ucraina è quello di dare mobilità veloce alle forze militari ucraine, fornendo varie categorie di armi pesanti, delle quali molte sono state inviate e altre sono in fase di consegna.

Gli obici sono tra le prime armi assegnate: consentono di sparare cariche potenti e precise fino a una distanza anche di quaranta chilometri, con la capacità quindi di sbarrare gli avanzamenti russi. Pare, infatti, che il conflitto stia, in alcune zone, assumendo una fase di “guerra di posizioni” su un fronte relativamente delimitato. Hanno annunciato la spedizione di mezzi da guerra i Paesi Bassi, l’Estonia, la Repubblica Ceca e soprattutto gli Stati Uniti; la Francia ha messo a disposizione i suoi cannoni Caesar. Non casualmente la Repubblica Ceca è stata la prima a fornire i carri armati all’inizio di aprile; non casualmente anche la Polonia ha riferito di aver fatto la stessa fornitura negli stessi giorni; secondo informazioni il numero di detti carri armati dovrebbe essere superiore al centinaio, oltre a decine di veicoli corazzati. Così anche la Germania ha rivelato, due giorni fa, l’invio di carri armati di tipo Cheetah, antiaerei, oltre ad altri armamenti prelevati dalle riserve dell’industria tedesca. Inoltre, i Paesi Bassi, il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Australia contribuiscono con mezzi resistenti alle mine e altri veicoli per il trasporto dei combattenti.

Come accennato, l’escalation della guerra è in atto e sul campo si stagliano apparenti controverse posizioni, come quella della presenza alla periferia di Kiev di combattenti ceceni del battaglione Sheikh Mansour, volontari anti-Putin alleati con l’Ucraina dal 2014. Sono i profughi ceceni scampati dalle guerre russo-cecene che hanno devastato il loro Paese dal 1994 al 2009, con un breve intervallo. Questi sostengono le forze armate ucraine. Ricordo che i ceceni sono musulmani sunniti, per la maggior parte salafiti; i loro combattenti sono noti sia per la crudeltà, sia per essere stati tra i primi a combattere sul fronte del Donbass al fianco dei militari russi. La loro presenza era determinante anche tra le milizie dell’Isis, dove hanno rivestito ruoli di comando. Attualmente, è difficile sapere quanti ceceni stiano combattendo al fianco degli ucraini, ma il loro impegno è costante; mentre il leader della Cecenia, Ramzan Kadyrov, è un fedele sostenitore di Vladimir Putin e ha inviato migliaia di soldati ceceni per integrare l’esercito russo in Ucraina. Così, questi guerrieri sono attualmente presenti in Ucraina su entrambi i fronti. Il loro coinvolgimento non ha avuto una rilevante risonanza mediatica, forse perché è stata mal recepita la portata, ma l’annuncio, fatto con clamore già il 25 febbraio 2022 da Ramzan Kadyrov, che suggellava l’invio di militari ceceni al fianco dell’esercito russo, ha suscitato preoccupazione nelle diplomazie occidentali che hanno dovuto registrare, subito, che Mosca aveva il supporto militare della Cecenia (la Bielorussia è scontata ma tatticamente e ufficialmente semi-statica). Tuttavia, fino al 2009, ossia il termine della Seconda guerra russo-cecena, Mosca motivava le sue azioni militari in Cecenia come “lotta al terrorismo”.

In questa guerra, e in queste ore, in un contesto generale che tende a confondere i confini tra pratiche pseudo-democratiche e anti-democratiche palesi, giustizia ordinaria e “Diritto eccezionale applicato dalle nazioni sedicenti democratiche, inserito nel lacunoso e inosservato Diritto internazionale, si assiste a tante amalgame riconosciute come portatrici di grandi rischi, ma che all’atto pratico delineano l’escalation verticale che può essere rappresentata dal cambiamento nella natura della guerra come l’uso di armi non convenzionali, sostanze chimiche rafforzate o armi nucleari balistiche; e l’escalation orizzontale che è la cobelligeranza dei Paesi sostenitori e allineati più o meno ufficialmente. Tutti sintomi di difficoltà multilaterali, caratteristiche delle guerre, ma soprattutto di quelle ad ampio respiro come il conflitto in Ucraina.