La politica francese tocca il cielo con le parole, ma precipita nel fango dei fatti

Non sono né statalistanazionalistarazzista. Sono un liberale che vorrebbe costruire una nuova cultura sociale e politica. Detto ciò, devo dire che non essere nazionalista non ci vieta di vedere come i popoli e le nazioni sviluppano culture e azioni diverse tra loro. Vai in Giappone e poi a Cuba: se non sei un radical chic, noti che ci sono molte differenze. Approda in Argentina e dopo vola in Lituania: è un mondo diverso, c’è poco da dire. Due giorni fa ho descritto una proposta sull’emigrazione, che è un corto circuito tra il facciamo come francesi, spagnoli e inglesi portato avanti dai leghisti (ma anche da una buona parte della “base” popolare e periferica della sinistra) e l’accogliamoli tutti, predicato dal Vaticano e da quella sinistra che non sa che con l’essere apocalittici e assiomatici, su temi come l’immigrazione, si crea il contrario di ciò verso cui tendi: il massimo che ottieni è una vox clamantis in deserto.

Da alcuni giorni è iniziato un duro confronto diplomatico con la Francia. Uno Stato che – in nome degli immigrati – sbarra la porta agli immigrati. La Francia però, al di là di Emmanuel Macron, del lepenismo di destra (Marine Le Pen) e del lepenismo di sinistra (Jean-Luc Mélenchon), in Africa ha più scheletri nell’armadio di quanti ce ne siano nei loculi, nelle urne e nella terra del cimitero di Città del Messico. Non parliamo del passato coloniale ma di questi decenni. Non parliamo di un caso occasionale ma di un vizio nazionale, un difetto peculiare (noi ne abbiamo altri altrettanto gravi). Sull’etica francese verso l’Africa ricorderei due casi macroscopici, avvenuti in anni recenti, quindi non nel periodo coloniale. Il primo riguarda le responsabilità nel genocidio dei Tutsi in Ruanda (almeno 800mila morti). Anche peggiore sotto il profilo politico fu lo scempio avvenuto in Costa d’Avorio nel 2004, dopo che l’allora presidente Laurent Gbagbo osò proporre di alzare il prezzo del cacao e di altri prodotti agricoli. E finì per ritrovarsi coi carri armati di Parigi in casa, coi caccia francesi a bombardare il Parlamento ivoriano, che si riuniva in un palazzo per cui Parigi – proprietaria dell’immobile – richiedeva un affitto allo Stato ivoriano. Cominciò una guerra civile, armata da Jacques Chirac, mentre il corpo di spedizione francese Licorne sparava sui dimostranti pro-Gbagbo. Naturalmente Gbagbo finì in carcere. Certo, anche lui commise degli errori, ma non quello di contrastare il candidato da lui sconfitto Alassane Ouattara, già legato a interessi stranieri più che ivoriani. Tutto ciò avvenne nel completo silenzio internazionale e dell’opinione pubblica. In quegli anni milioni di rosso-bruni e anime “candide” abbaiavano compatti contro gli americani “invasori” dell’Iraq dove un dittatore lanciava gas sui villaggi dei curdi, pagava il terrorismo e invadeva il Kuwait. Nulla dissero contro Chirac. Al Governo della Costa d’Avorio arrivarono amici dell’Eliseo. E Gbagbo è stato assolto soltanto pochi anni fa.

La Francia che ha mandato altri 500 uomini a presidiare i suoi “confini” è la stessa del 2004. Parliamo quindi di un difetto nazionale, come le eterne tentazioni tedesche verso Mosca, verso cui Berlino a volte va con le armi spianate, mentre in altre occasioni procede col portafogli spianato e un amore che va fino alla Siberia. Peccato che fosse un calesse, e non un amore alla dottor Zivago, e peccato che fosse Vladimir Putin, non Gandhi. Perché la Costa d’Avorio di Gbagbo fece arrabbiare l’amorevole Chirac (un uomo di destra amatissimo dalle sinistre mondiali, solo perché andava contro gli anglosassoni e difendeva Saddam Hussein: misteri della fede giacobino-leninista-altermondialista)? Nel novembre del 2004 scrivevo sul mio blog: “Il presidente democraticamente eletto Laurent Gbagbo cercava di avviare una politica agricola più favorevole agli interessi ivoriani che a quelli francesi, dominanti in un’Africa occidentale priva persino di una moneta locale, dal momento che il Cfa è gestito dalla Banca nazionale e dalla zecca francesi”. La Costa d’Avorio genera il 40 per cento della produzione mondiale di cacao, ed è uno dei primi produttori di caffè, cotone e diamanti. Il sottosuolo sarebbe ricco di petrolio (l’Eni, infatti, ci sta lavorando bene, in questo momento, ndr).

Dopo la nuova politica del presidente Gbagbo, nel Burkina Faso, Paese allora sotto il controllo francese, si organizza un esercito “ribelle” (formato in parte da mercenari e addestrato e armato da francesi). I “ribelli” attaccano la Costa d’Avorio e occupano parte del suo territorio. La Francia, quando i ribelli stanno per essere sconfitti dall’esercito ivoriano, interviene proponendosi come “forza di pace e interposizione”. In realtà, secondo gli ivoriani, in questo modo offre quella legalità ai ribelli da lei stessa armata e mira alla spaccatura del Paese, se non alla eliminazione di Gbagbo. In base ad accordi di pace sottoscritti dalle parti, circa 4mila francesi presidiano il territorio ivoriano, ma gli scontri continuano. Gbagbo è in bilico tra democrazia e dittatura soft. Rinuncia tuttavia al “culto della personalità” in salsa africana: i cartelli con le sue foto vengono rimossi dalle strade e piazze.

MESSAGGIO ALLA NAZIONE DELL’ALLORA PRESIDENTE LAURENT GBAGBO

“… Da quando occupano una parte del nostro territorio, i ribelli hanno aperto degli uffici di vendita dei diamanti ivoriani nei Paesi vicini. Da due anni i ribelli rubano e rivendono i nostri raccolti di caffè, cacao e cotone. Bisognava cercare di porre termine a questa rapina organizzata e continua ai danni della nostra economia. (…) Ricordiamo anche gli attacchi contro le agenzie governative a Bouaké, Korhogo e Man. Questa rivolta si distingue dalle altre per la sua volontà di bruciare tutte le risorse economiche della comunità dell’Africa dell’ovest. E si è disinteressata della data del 15 ottobre, fissata dall’Onu come termine del processo di disarmo. Pertanto, ho deciso di agire per la libertà e l’unità del Paese. Sabato 6 novembre 2004, le forze ivoriane stavano colpendo obiettivi militari nemici a Bouaké. Si trattava di ottenere la liberazione della città, il disarmo dei rivoltosi e la riunificazione della Costa d’Avorio. I ribelli non avevano opposto una resistenza significativa, la liberazione della città era vicina. Ma è in quel preciso momento che le autorità militari francesi hanno annunciato che una bomba caduta sul loro distaccamento a Bouaké avrebbe causato la morte di otto militari francesi e di un civile americano. In seguito, a ciò le forze dell’operazione Licorne hanno distrutto tutti velivoli delle forze armate ivoriane. (...) Esorto ancora la popolazione alla calma e chiedo a tutti i manifestanti di andare a casa. Non si deve assolutamente cedere alle provocazioni”.

CRONACA SPARSA DI QUEI GIORNI

Il 7 novembre, con un’intervista alla radio France Info, il presidente dell’Assemblea nazionale, Mamadou Koulibaly dice: “Lo Stato della Costa d’Avorio non esiste più. È un’estensione dello Stato francese”. Nella stessa giornata continuano gli scontri tra manifestanti e militari francesi che presidiano massicciamente l’aeroporto di Abidjan anche con blocchi stradali realizzati ammassando grandi container.

“Ero in mezzo ai giovani che cercavano di raggiungere l’aeroporto dalla città, sul viale principale d’accesso all’aerostazione – racconta uno dei manifestanti – quando ci siamo trovati di fronte una grande rotonda sbarrata dai container dall’alto dei quali i militari francesi hanno cominciato a sparare sulla folla; ho visto con i miei occhi almeno 5 o 6 persone colpite in modo mortale. In particolare, un ragazzo che avanzava soltanto con una bandiera è stato ucciso sul colpo”. Il testimone che riferisce di questo episodio alla fonte della Misna, ad Abidjan, è terrorizzato e incredulo. La stessa mattina, nel quartiere di Port-Bouët, il più vicino all’aeroporto, si sentono raffiche di mitra, esplosioni di lacrimogeni e granate. Dal cielo, uno o più elicotteri sorvegliano la zona. Migliaia di manifestanti sono confluiti verso l’aeroporto da più direzioni.

L’Onu condanna il raid ivoriano contro i ribelli armati da Parigi, il Papa invece augura che “cessi la violenza”. La Francia invia altri 600 parà. Un convoglio francese di 30 blindati e 10 tank ha preso il controllo dei ponti di Abidjan. I francesi hanno non solo ucciso 50 manifestanti e ferito centinaia di persone, ma anche distrutto una parte dell’armamento in mano al presidente (socialista) Gbagbo. Un giorno dopo il Consiglio di sicurezza dell’Onu blocca la richiesta di sanzioni contro la Costa d’Avorio avanzata dal Governo di “interposizione” francese.

Arrivano altri rinforzi francesi: alcune centinaia di uomini di due unità d’élite dell’Armée, paracadutisti della Legione straniera e fanti del 125esimo reggimento di stanza a Brives. Riprendono gli scontri: centinaia di manifestanti, sparatorie, caos. “Soldati francesi sparano sulla folla” (Abidjan net). I feriti salgono a oltre 600. Circa 100 carri armati francesi si posizionano a 200 metri dalla residenza di Gbagbo. Tra i tank e il palazzo presidenziale vi sono dei civili, i quali bloccano ogni possibile azione francese. Nove soldati ivoriani che avevano creato una barriera stradale sono stati uccisi dai francesi che intendevano far passare un convoglio di 100 veicoli (forse lo stesso arrivato vicino al palazzo di Gbagbo, Lavoici News). Frenchmen, go home chiosa un giornale “anglosassone.