Nagorno-Karabakh: una crisi dai risvolti oscuri

lunedì 25 settembre 2023


La crisi del Nagorno-Karabakh si staglia in un sistema geopolitico che appariva complesso ancora prima della guerra in Ucraina. Cinque anni fa, l’Armenia ottenne un grande successo di politica interna, riuscendo a estromettere dal potere un regime di impostazione post-sovietica, autocratico e corrotto, oltre che troppo legato al Cremlino. Infatti, approdò al Governo Nikol Pashinyan, esautorando il filorusso Serge Sarkissian, dando all’Armenia una speranza per un futuro stabile e trasparente e non soggiogato politicamente a Mosca. Ma la Russia ha comunque avuto finora un ruolo determinate sul peso geopolitico dell’Armenia nell’area caucasica, una sorta di scudo protettivo. Le motivazioni della presenza del “mallevatoremoscovita sono molteplici, tra questi il comune denominatore della fede, in un contesto di Stati musulmani, come anche la necessità di continuare a proiettare l’ombra del Cremlino sull’area caucasica, sia per radicate e storiche ragioni socio-economiche che per articolati interessi di cooperazione.

Dopo la “penultima” guerra nel Nagorno, quella del novembre 2020, quando le forze armene furono sconfitte non dall’esercito azero ma da quello mercenario turco, composto soprattutto da jihadisti dell’ex Stato islamico, e dai droni di Ankara, è caduto un sistema disequilibrato, che ancora però dava prospettive e speranze agli armeni della regione del Nagorno-Karabakh. Allora, il conflitto lasciò sul campo oltre duemiladuecento armeni, oltre ad aver creato circa centomila sfollati che dal Nagorno-Karabakh si rifugiarono in Armenia. A seguito della vittoria azera, l’esercito di Baku è sicuramente cresciuto grazie all’impostazione militare turca. Così, dopo oltre tre decenni di conflitti, l’Azerbaigian oggi ha rovesciato militarmente le autoproclamate autorità della ex regione autonoma del Nagorno-Karabakh.

La vittoria dell’esercito di Baku è stata veloce. I combattimenti sono iniziati il 19 settembre: in circa venti ore l’Azerbaigian ha praticamente assunto il controllo del territorio popolato principalmente da armeni. Giovedì si sono avviati i colloqui tra il Paese caucasico e gli armeni del Nagorno, che spesso vengono definiti “separatisti” ma su questo concetto non si può essere né sintetici, né superficiali, né generalisti. In questa operazione militare hanno perso la vita oltre duecento armeni; ricordo che nel periodo 1992-94 l’esercito armeno sconfisse quello azero.

La Russia, anche se chiaramente mutilata nella sua fisionomia di potenza mondiale a causa del logorante impegno in Ucraina, il 20 settembre ha comunque permesso ai rappresentanti azeri e agli omologhi armeni del Nagorno di sedersi intorno a un amaro tavolo – per gli armeni – al fine di suggellare su carta vincitori e vinti. La resa armena, perché di questo si tratta, è stata firmata e rappresenta la loro seconda sconfitta consecutiva. Sul documento è stato stabilito, oltre che il cessate il fuoco e la deposizione delle armi, anche l’avvio di negoziati per la reintegrazione di questo territorio nell’Azerbaigian. Una svolta storica, con tanto di cambiamenti geografici, che segna la vittoria di Baku per il controllo di questa piccola regione montuosa del Caucaso, ora territorio azero ma popolato prevalentemente da armeni.

Il presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, con tono trionfante mercoledì ha pronunciato un discorso televisivo dove ha dichiarato che la sovranità dello Stato è stata ristabilita sul Nagorno-Karabakh, aggiungendo che il suo esercito ha annientato la maggior parte delle forze e dell’equipaggiamento dei separatisti armeni; che questi hanno iniziato a consegnare le armi ma, soprattutto, che l’idea di un Nagorno-Karabakh indipendente è finalmente confinata nella storia. Ciononostante, questa tronfia esternazione non ha avuto riscontro tra i cittadini di Baku. Infatti, scene di gioia non sono apparse in nessun canale televisivo.

La sicurezza degli armeni dell’enclave, autoproclamata indipendente nel 1991, è uno dei primi punti dei negoziati. Il rappresentante speciale del presidente dell’Azerbaigian, Elchin Amirbayov, ha coordinato un primo incontro terminato venerdì con un nulla di fatto. Per l’appunto, Artak Beglaryan, ex ministro dell’Artsakh e difensore dei diritti umani durante la guerra del 2020, ha dichiarato ad Al Jazeera che “senza garanzie internazionali di alto livello, è impossibile firmare un accordo data la profondità del conflitto”.

La delegazione è stata guidata da Ramin Mammadov, deputato del Karabakh. Al vertice erano presenti anche delegati armeni ma Amirbayov aveva già affermato che questi non avranno nessun ruolo nel Governo “guidato a distanza” da Baku. Il classico Governo fantoccio, perché non c’è nessuna intenzione di legittimare le presenze armene nella nuova regione azera. In realtà, il timore diffuso tra gli armeni del Nagorno è che ci sia il rischio di un genocidio e di una pulizia etnica. E che l’integrazione della popolazione armena sarà impossibile. È evidente che la Russia avrà un ruolo di garante della sicurezza per gli armeni e che probabilmente sarà una convenzione bilaterale, dove gli azeri non parteciperanno.

In realtà, lo scontro è tra due “visioni di grandezza”. Quella della storia armena, che ha caratterizzato con la sua presenza una vasta area geografica definita “Grande Armenia”. E quella azera, che leggendo la loro recente letteratura accampa diritti di possesso su ampi spazi di questa regione caucasica. Una visione di grandezza che in questo momento ha tracciato nuove linee geografiche, in un progetto che potrebbe vedere Baku creare un corridoio per la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, appartenente all’Azerbaigian, superando anche il corridoio di Latchine.

Una geografia in evoluzione dove la Russia, impantanata nel conflitto in Ucraina, non ha la stessa capacità di convincimento in possesso prima della guerra. Un nuovo inquietante segnale di “squilibrio globale”.


di Fabio Marco Fabbri