Geopolitica, equilibri e squilibri: intervista a Daniele Lazzeri (Nodo di Gordio)

venerdì 26 aprile 2024


La guerra russo-ucraina, cosa accade in Africa, la situazione nel Pacifico. In un’intervista all’Opinione, Daniele Lazzeri – presidente della Fondazione “Nodo di Gordio” – fa una accurata analisi di alcune situazioni critiche presenti a livello mondiale. Inoltre, segnala le importanti novità di una realtà culturale – che lo vede al timone – impegnata da oltre vent’anni nell’attività del settore della diplomazia e della politica estera.

È nata la Fondazione Nodo di Gordio. Perché questa decisione?

Dopo vent’anni di attività nel settore della diplomazia e della politica estera, con eventi promossi su tutto il territorio nazionale ed all’estero, abbiamo ritenuto di fare quel necessario salto di qualità finalizzato a consolidare, e proiettare nel futuro, una realtà culturale che si fregia di illustri collaboratori e di addentellati non solo in Italia ma anche in moltissimi Paesi stranieri. Dalla Turchia agli Stati Uniti, dalla Russia al Medioriente, dalle coste del Nord Africa all’Azerbaigian fino al Sudamerica, la rete di cooperazione internazionale del Nodo di Gordio meritava un’adeguata collocazione anche da un punto di vista istituzionale. Da qui la scelta di passare da think tank internazionale alla costituzione di una fondazione ispirata ad un principio differente rispetto alla consuetudine: quello di poter godere di un rilevante patrimonio iniziale, frutto della donazione di opere d’arte di artisti locali e nazionali. Sono infatti già presenti nella sede ufficiale della Fondazione a Pergine Valsugana in Trentino, dipinti di Pietro Verdini e Mario Romano Ricci, l’intero ciclo turco di disegni del Maestro Othmar Winkler, i quadri di Carlo Girardi insieme alle sculture di Paolo Vivian e Pompeo Peruzzi. Ed altre opere, che al momento non possiamo ancora anticipare, sono in arrivo. Una scelta che riteniamo assolutamente coerente con la particolare attenzione dedicata in questi anni dal Dicastero alla Cultura guidato dal ministro Gennaro Sangiuliano e orientata alla continua crescita del prezioso patrimonio artistico-museale italiano.

Ciò vi porterà, per esempio, a organizzare eventi o iniziative?

In realtà non ci siamo mai fermati. La Fondazione nasce ufficialmente il 3 ottobre dello scorso anno ma le attività del Nodo di Gordio proseguono ininterrottamente con l’organizzazione di convegni, presentazioni di libri, mostre, spettacoli teatrali, concerti di musica e, naturalmente, con l’attività pubblicistica grazie alla presenza dei nostri collaboratori in numerosi volumi scientifici e sulle pagine del nostro sito. In particolare, l’evento principale che stiamo promuovendo è l’annuale workshop di geopolitica ed economia internazionale. Una tre giorni di studi ed incontri che è giunta alla sua ventunesima edizione e che si terrà, come di consueto, a Montagnaga di Piné, una località di mezza montagna in Trentino dal 19 al 21 luglio. Per questa edizione abbiamo scelto, come da nostra abitudine, un titolo evocativo: “La bilancia di Zeus, equilibri e squilibri di un mondo pericoloso”.

Da sempre siete attenti alle questioni geopolitiche e agli scenari internazionali. In tal senso, che idee vi siete fatti della guerra russo-ucraina?

Come abbiamo sostenuto in tempi non sospetti, e cioè fin dallo scoppio del conflitto nel febbraio del 2022, non si trattava affatto di una Blietzkrieg, una guerra lampo, come raccontato dai replicanti dei media nazionali. Non era nelle intenzioni di Vladimir Putin, né appartiene alla tradizione militare dell’esercito di Mosca. Non lo era per le milizie dell’impero zarista, non lo è stato per l’Armata rossa nel periodo sovietico e non lo è tuttora nonostante il radicale cambiamento delle tecnologie belliche e delle strategie militari moderne. Con tutta probabilità, invece, Putin è rimasto sorpreso dal massiccio sostegno finanziario e militare inviato dall’Occidente al presidente ucraino Zelensky. E non mi riferisco, ovviamente, agli Stati Uniti d’America che hanno ingaggiato deliberatamente una “proxy war” – una guerra per procura – alle porte dell’Europa. Parlo più chiaramente del manifesto masochismo dimostrato proprio dalle cancellerie del Vecchio Continente che, a furia di sanzioni boomerang nei confronti della Russia e di miliardari supporti economici all’Ucraina, hanno finito per svenare le già malconce casse dei singoli Stati dell’Unione europea. Il tutto sotto la copertura, o la scusa, dell’ombrello Nato che è risaputo essere la longa manus di Washington. Una scellerata strategia europea che ha già compromesso un futuro di riappacificazione, di dialogo e di collaborazione con Mosca e che, dopo i “misteriosi” attentati ai gasdotti Nord Stream e con il blocco alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, sta creando una crisi energetica continentale con il conseguente aumento vertiginoso dei prezzi per i consumatori.

Ci sono poi situazioni che spesso non vengono trattate con la dovuta attenzione. Per esempio, il quadro interno alla Libia…

Non solo in Libia dove, dopo l’assassinio di Muammar Gheddafi pianificato dalla Francia di Nicolas Sarkozy e la contestuale e sostanziale uscita di scena dell’Italia dall’ex Quarta Sponda, si gioca una complessa partita che vede coinvolti su vari fronti Turchia, Francia, Russia, Emirati arabi e Stati Uniti, solo per citarne alcuni. Ma più in generale, penso a tutti gli altri conflitti a cui stiamo assistendo e che, in qualche misura, sono correlati. Mi riferisco alle guerre che stanno infiammando l’intero globo, dalla tragedia israelo-palestinese alle tensioni sul Mar Rosso degli Houthi yemeniti, dal crescente e muscolare scontro con l’Iran e le frange libanesi di Hezbollah ai numerosi golpe in Africa. Per non parlare delle mai sopite braci che covano sotto le ceneri in Georgia o nel Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian e Armenia o della quasi dimenticata guerra in Siria. Sono tutte parti di un unico grande sommovimento planetario in cerca di nuovi equilibri che, dalla fine del confronto tra i due grandi blocchi geopolitici ai tempi della Guerra fredda, non ha trovato nell’unilateralismo americano una valida risposta alle mutate esigenze del mondo nella postmodernità. C’è una gran voglia di multipolarismo da quando dei giganti demografici ed economici come Cina e India hanno preso coscienza della loro forza e dell’influenza globale che hanno conquistato negli ultimi decenni. Ma ci sono anche potenze regionali come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan che, ancorché appannata da una profonda crisi economica interna, non ha mai abbandonato il sogno della rinascita di una politica neo-ottomana in diverse direzioni geografiche e, in primis, nel Mediterraneo. Quel “Mare nostrum” che ormai è sempre più “Mare lorum”… Appannaggio degli Stati Uniti che ne controllano i traffici navali e della Cina che, silenziosamente, ha conquistato economicamente vaste aree della sponda nordafricana. L’Italia in questo contesto, pur avendo la possibilità di riprendersi la storica centralità geopolitica, il cruciale ruolo di asse mediano del Mediterraneo, ha purtroppo scelto la strategia dell’opossum: fingersi morti approfittando dell’attimo di distrazione del suo avversario per darsi alla fuga. Non si è ancora compreso che, nonostante gli stravolgimenti geopolitici epocali di questi ultimi decenni, ancora oggi il Mediterraneo allargato rappresenta il crocevia fondamentale delle dinamiche di politica estera, degli scambi commerciali e militari che influenzano strutturalmente le scelte globali. Si pensi alla Russia che, con l’occupazione della Crimea ha messo un’ipoteca sull’accesso al Mediterraneo attraverso il passaggio nel Mar Nero. Un mare interno che – come ha ben ribadito anche recentemente il nostro direttore scientifico, Franco Cardini – non è altro che “un golfo del Mediterraneo”.

Quali sono, poi, le altre situazioni dell’Africa che state attenzionando. E che non avete mai abbandonato?

Il Continente africano, ormai da qualche anno, è attraversato da un’ondata di golpe che hanno interessato in particolare molti Paesi del Sahel. Colpi di Stato si sono registrati in Mali, Niger, Burkina Faso, Gabon e hanno toccato l’Africa subsahariana con il rovesciamento di al-Bashir in Sudan. La complessa situazione africana, che si innesta nella già drammatica presenza sui vari territori di un arcipelago di milizie jihadiste, ha provocato un crescente imbarazzo soprattutto per il presidente francese Emmanuel Macron che vede definitivamente sfumare le passate glorie dell’ormai ex Françafrique. Pensiamo solo al Niger, dove per decenni Parigi ha sfruttato le miniere di uranio per approvvigionarsi a basso costo delle risorse necessarie alla produzione di energia nucleare. Ma guardiamo anche al Sudan che sta diventando incredibilmente un nuovo e lontano terreno di scontro tra Russia e Ucraina. L’emittente statunitense Cnn ha trasmesso la notizia, ripresa in Italia dalla rivista Analisi Difesa di Gianandrea Gaiani, di come i servizi segreti e le forze speciali ucraine si siano resi responsabili di una serie di attacchi e sabotaggi sferrati nell’area della capitale sudanese Khartum contro le Forze di Supporto Rapido, una fazione ribelle attiva contro il Governo del Sudan e ritenuta vicina alla società militare privata russa Wagner.

In ultimo, che cosa succede nel Pacifico? Cosa “sfugge” ai media tradizionali?

Un presidente americano del secolo scorso, rispondendo a una domanda di un giornalista, disse che “in futuro la storia si farà tra le due sponde dell’oceano”. E il giornalista lo rimbrottò facendogli notare che è sempre stato così. Ma il presidente risposte: “Sì, ma io parlavo del Pacifico”. Ed è proprio nell’oceano Pacifico che si sta verificando, un po’ sottotraccia, il conflitto più imponente del XXI secolo. Un conflitto a bassa intensità, costituito principalmente da scontri commerciali. Un braccio di ferro tra le due potenze economiche globali: gli Stati Uniti e la Cina. Sullo sfondo le tensioni che riguardano il destino dell’indipendenza di Taiwan, le contese tra Pechino ed il Giappone per le isole nel Mar Cinese Orientale e la strategia del “Filo di perle” nell’Oceano indiano, finalizzata a realizzare delle infrastrutture a sostegno dell’espansione economica e commerciale cinese: una Via della Seta marittima, insomma. Con tutta probabilità, non assisteremo ad uno scontro armato tra gli Usa ed il Celeste Impero. Troppo pericoloso da un punto di vista militare – con il rischio di un’ecatombe nucleare – e dispendioso da un punto di vista economico. Per Washington è meglio proseguire con le stoccate di fioretto, a colpi di dazi commerciali e blocchi alle importazioni di prodotti Made in China. Pechino continua, invece, a esercitare la sua influenza indiretta sugli Usa attraverso il controllo di un terzo del debito pubblico americano acquistato nel corso degli ultimi decenni dalla Banca popolare cinese. Tuttavia, come saggiamente ha fatto notare il politologo americano Edward Luttwak in una delle sue interviste al Nodo di Gordio: “Quando il debito è molto grande – ed il debito pubblico americano è davvero molto grande – è il creditore che non dorme la notte, non il debitore”. In sostanza, a nessuno dei due contendenti conviene tirare troppo la corda. Meglio dirottare i problemi in altre aree. L’Europa, per esempio, dove la politica di rottura con la Cina, richiesta apertamente da Washington, è stata recepita da molti membri dell’Unione europea. Germania in testa. Con il cancelliere Olaf Scholz alle prese con una grave e strutturale crisi politica ed economica interna, un miope processo di deindustrializzazione e una sconsiderata corsa all’energia green che sta trasformando l’ormai ex locomotiva d’Europa in fardello pesante per tutta l’Ue. Un nano politico che non può più nemmeno vantarsi di essere un gigante economico.


di Cla. Bel.