La cyber-governance: da Internet a Intranet

Addomesticare Internet? Se sei la Cina e ti chiami Xi Jinping è possibile. Passati ormai i tempi dell’anno 2000 in cui Bill Clinton ironizzava sulla presunta velleità del Pcc (Partito Comunista cinese) di controllare il web mondiale, stigmatizzandolo con la seguente battuta: “Buona fortuna! È un po’ come voler incollare la gelatina a un muro con una puntina da disegno!”. “Che Puntina! Che Muro!” si potrebbe dire oggi, parafrasando la gallina di Winston Churchill. Da allora, infatti, molte cose sono accadute. Una che ci riguarda molto da vicino è lo strapotere delle Major (le così dette Gafa, Google, Amazon, Facebook, Apple) della Silicon Valley, che si permettono persino di censurare un presidente americano in carica o sospendere i loro servizi per giorni interi, come misura di ritorsione verso alcuni governi occidentali (quello australiano, in particolare) a causa di un contenzioso commerciale.

Mettere la museruola al web è possibile, ma sarebbe come tagliare la testa al cane, dato che molti Paesi del mondo non hanno raggiunto l’autarchia dell’Intranet nazionale dipendendo del tutto dai fornitori esteri. Per tutti costoro, infatti, spegnere la Rete significherebbe tagliare servizi e beni immateriali essenziali, come prenotazioni ospedaliere, prescrizioni e cure sanitarie a distanza, operazioni bancarie di pagamento rapido, e così via. Emerge un problema fra tutti, il più importante: possiamo consegnare a degli sconosciuti i dati più sensibili che riguardano noi stessi e la nostra vita privata, fatta di immagini, parole, documenti, informazioni delicate come numeri di cellulari privati, coordinate bancarie e dati sanitari?

Il web, infatti, è divenuto oggi uno dei luoghi più pericolosi del mondo: oltre a una varietà impressionante di truffe via Internet (tra cui il ransomware, che rende miliardi di dollari alla delinquenza informatica, organizzata e non), un mare di decine di milioni di file pedopornografici e pornografici girano liberamente sulla rete ordinaria (Toile, in francese) o clandestinamente sul deep web, in cui sono reperibili per persone anche non troppo esperte, e molto spesso assai giovani, servizi del tutto illegali come killer a pagamento, droghe raffinate e sintetiche, armi, documenti di identità contraffatti, e così via.

Anche la Cina dell’anno 2000, che contava all’epoca soltanto 22 milioni di utilizzatori, non è più la stessa, visto che oggi vanta qualcosa come un miliardo d’internauti, che non fanno ricorso ai servizi di Gafa bensì a quelli omologhi dei loro campioni nazionali: Alibaba, Tencent, Baidu. La formula del successo sta solo in parte nel gigantismo del mercato interno cinese di un miliardo e mezzo di anime. La vera differenza l’ha fatta, in questi ultimi dieci anni, la superverticistica catena di comando del Pcc e il ruolo di comandante supremo a vita che si è intestato Xi Jinping, capo indiscusso dei mandarini comunisti e che per primo ha teorizzato e messo in atto il concetto di Cyber-sovranità e di Cyber-governance a livello nazionale. Le premesse erano già contenute in un Libro Bianco del 2010, in cui veniva spiegata l’intenzione del Governo di “porre Internet sotto la giurisdizione della sovranità cinese all’interno del proprio territorio”. Detto e fatto. Senza tante discussioni.

Da lì in poi la Cina ha fatto scuola sotto un altro punto di vista della massima importanza: la responsabilizzazione dei giganti del Net. Al tempo in cui le grandi società occidentali, che avevano il monopolio del web mondiale, si giustificavano spiegando ai Governi interessati che loro erano soltanto dei canali di comunicazione, da ritenersi quindi irresponsabili dei contenuti così veicolati, la Cina faceva esattamente il contrario, responsabilizzando i propri giganti del web su ciò che veniva diffuso attraverso i loro network. Risultato? Si sono creati dal nulla e rapidamente centinaia di migliaia di impieghi per… censori digitali! Cosa che, oggi, anche questa parte del mondo si sta impegnando a realizzare!

Del resto, era proprio Xi Jinping a definire Internet come “il principale campo di battaglia per la conquista dell’opinione pubblica”. Nota in proposito Le Monde: "Piuttosto che indebolire il Pcc, Internet gli ha consentito al contrario di accrescere il suo potere e la capacità di controllo sulla società cinese” tanto che, oggi, la Cina si è data la scadenza del 2035 per divenire una cyber-potenza dotata di “tecnologie avanzate, di una cyber-industria sviluppata e di una cyber-sicurezza indistruttibile, sia in attacco che in difesa, grazie a una forte capacità di governance di Internet”.

A quanto pare, quell’obiettivo di Pechino potrebbe essere raggiunto ben prima della scadenza del 2035! Tanto è vero che, anche qui in Occidente, c’è chi pensa che l’attuale modello privatistico di Internet, in funzione del libero mercato, sia ormai definitivamente al tramonto, essendo non poche autocrazie o democrature interessate a copiare il sistema di controllo informatico centralizzato realizzato dalla Cina, per quanto riguarda la videosorveglianza, il credito sociale (“ti detraggo punti se violi le regole e te li aggiungo se le rispetti e osservi comportamenti virtuosi”), il filtraggio di Internet per il monitoraggio degli influencer sui social e sui blog, e la proibizione di aggirare la censura con reti domestiche Vpn per l’accesso all’Internet mondiale.

Un altro attore che guarda con grande interesse all'esempio cinese è l’Iran, alleato fedele della Cina in non pochi scenari globali e in aree particolarmente sensibili del mondo, come il Venezuela. Proprio Teheran, dal 2017, ha interdetto molti dei servizi forniti da società come Amazon, Google e Microsoft, oltre all’autocensura di queste ultime per quanto riguarda le transazioni internazionali, dato che le banche estere non accettano i pagamenti degli utenti iraniani, nel timore di violare le sanzioni imposte da Washington.

Ed è così che l’Iran ha avviato sin dal 2012 il suo bel progetto dell’Intranet nazionale, con i relativi motori di ricerca, messaggistica e siti internet esclusivamente locali, facendo pagare più caro ai suoi utenti il consumo dei dati che non provengano dai giacimenti informatici nazionali, per la consultazione di informazioni e l'utilizzo di applicazioni basate all’estero. Così come accade in Cina e Russia, che hanno letteralmente costruito intere divisioni di hacker informatici militari e civili che operano a tempo pieno per violare la cyber-sicurezza e i Big Data di Paesi nemici o concorrenti commerciali, anche in Iran succede che ex appartenenti ai servizi segreti occupino posti di rilievo e di responsabilità, al vertice dei grandi operatori di telefonia mobile e di Internet. Per cui la Toile rappresenta oggi in Iran, come nota Le Figaro, “un soggetto molto politico ed estremamente securitario”. E l’Unione europea che fa? Si gingilla con la “sovranità numerica” da raggiungere nel 2030. Aspetta e spera.