Micromobilità nelle città: giorni contati o un futuro concreto?

La micromobilità dockless ha i giorni contati o un futuro concreto? Se lo chiede, con molti approfondimenti, il mondo della ricerca made in Usa, di certo più avanti di quello europeo, e in particolare italiano, sul fenomeno dell’utilizzo di biciclette e monopattini alimentati con l’energia elettrica e sempre più diffusi nella declinazione dockless, ovvero senza stazioni di prelievo fisse. L’argomento è all’ordine del giorno, visto il boom del fenomeno, alimentato anche da una massiccia produzione e distribuzione di fonte cinese, che ha trovato dalle nostre parti un’ampia diffusione corroborata da una forte convinzione di ispirazione ambientalista.

Nel 2019, McKinsey ha stimato che la micromobilità sarebbe un’industria da 300 miliardi di dollari scalabile a 500 miliardi entro il 2030 e nuove stime calibrate sugli effetti della pandemia suggeriscono un ulteriore aumento del 5 per cento -10 per cento. Negli Stati Uniti si arriva a definire però questo tipo di bike sharing come un modello non sostenibile. Lo afferma Puneeth Meruva, analista associato di Trucks Venture Capital, un fondo che sostiene le imprese dedicate alla mobilità e ai trasporti. Questa lettura si accompagna all’attuale contrazione del fenomeno in termini di sviluppo. Sullo sfondo, determinante come non mai specialmente in Italia, c’è poi l’incrocio di questa tendenza con la necessità per le aziende di arrivare a un modello B2G (Business to government) per dare risposte concrete a ciò che le città e le Amministrazioni locali esigono per assolvere alla domanda delle comunità ma anche per non stravolgere la loro programmazione territoriale.

Dotare i mezzi di trasporto della micromobilità, come molte aziende in tutto il mondo si avviano già a fare, di software sempre più intelligenti e che garantiscano la piena sicurezza dell’aspetto tecnico dei mezzi, forse non può bastare. La vera svolta può risiedere – come sostiene Trucks Venture Capital – nel coniugare supply chain, distribuzione e manutenzione con la post-vendita. Tutto ciò, in un’ottica spinta di economia circolare, per affermare questi mezzi come utile alternativa in città agli altri ma anche per garantire sicuri porti di destinazione dei mezzi a fine vita. Dietro l’angolo, infine, Google e Apple cavalcano la ricerca per trasformare questi mezzi in strumenti quotidiani per vivere la città, oltre che per spostarsi in essa.