È la spesa, che uccide l’Italia

sabato 23 novembre 2013


Il premier Enrico Letta, all’assemblea di Federcasse (Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali ed Artigiane), denuncia gli “ayatollah del rigore” europei e chiede una strategia europea per la “crescita”. Dietro questa denuncia c’è ancora la frustrazione per la bocciatura dell’Ue della sua (e della nostra) Legge di Stabilità: bene la riduzione del deficit sotto il 3% prescritto, ma il debito pubblico va ancora male, avendo raggiunto l’inaccettabile 133% del Prodotto Interno Lordo. E non c’è modo di assorbire questa percentuale, considerando che il Pil italiano subisce una nuova contrazione (-0,1%) nel terzo trimestre 2013 e dunque è in calo per il nono semestre consecutivo.

L’unico modo per ridurre il debito su Pil è il taglio della spesa pubblica. Il governo se ne deve fare una ragione, metter mano alla scure e tagliare 4 miliardi di euro: pari allo 0,5% della spesa complessiva. L’Ue ce lo chiede come misura urgente, se non altro per sbloccare un co-finanziamento di 3 miliardi di euro per investimenti produttivi (il bonus Ue). Quattro miliardi non sono un grande sacrificio, a dire il vero, considerando una spesa annua di 800 miliardi. Per rispettare in pieno il patto di stabilità con l’Ue si dovrebbe ricorrere al taglio di circa 40 miliardi, dieci volte tanto, molto di più di quanto richiesto da Fare, il più liberista fra i partiti che si erano presentati alle elezioni del 2013. Ma l’obiettivo dei 4 miliardi in meno, risulta già troppo difficile per un governo che ha appena varato un decreto Istruzione che prevede un aumento di mezzo miliardo nella spesa pubblica.

Che non riesce a fare a meno di farci pagare la seconda rata Imu, perché non sa come recuperare un miliardo. Letta cerca di farlo capire ai suoi ascoltatori: la stagione della crescita deve essere basata “sulla solidità dei conti”. Leggasi: su un bilancio che non sia così in rosso come quello di adesso (anche se il pareggio è un obiettivo utopistico, ormai). E lamenta che: “Le polemiche e le critiche di questi giorni sulla Legge di Stabilità sono legate al fatto che tutti vorrebbero più soldi e più spesa ma questo significherebbe sforare il bilancio, ecco perché abbiamo messo in campo la spending review”.

Visto che la “review” fatta finora non ha affatto risolto il problema di “spending” eccessivo, finalmente il governo ha iniziato ad accennare a possibili privatizzazioni delle aziende di Stato. Ma immediatamente si levano le voci indignate di quanti vorrebbero difendere i cosiddetti “gioielli di famiglia”, come se le aziende non fossero organizzazioni che producono beni e servizi, ma trofei da esibire come motivo di orgoglio nazionale. Ed è proprio in queste polemiche che emerge il vero problema dell’Italia: la sua cultura.

I lavoratori ritengono di avere il diritto di lavorare anche se i soldi per gli stipendi non ci sono, gli inquilini sfrattati ritengono di avere il diritto di occupare una casa (oggetto delle proteste di questi giorni a Milano) anche se non possono pagare l’affitto, gli autoferrotranvieri di Genova ritengono di avere il diritto al trasporto pubblico anche se il Comune ha finito i soldi, gli imprenditori il diritto a tenere in piedi i “gioielli di famiglia” anche se non vendono, i professionisti il diritto di esercitare la professione con le tariffe che decidono loro, anche se non hanno clienti.

Il tutto a spese di chi? Del contribuente. Con una mentalità del genere, la spesa pubblica non potrà mai essere tagliata. Non sarà neppure l’Ue che riuscirà ad “imporcelo”, perché ogni taglio drastico incontrerebbe l’ira di un popolo educato, sin dalla nascita, ad essere mantenuto dallo Stato. Esattamente come sta avvenendo in Grecia, dove nemmeno la fame nera ha fatto capire ai greci che era il loro sistema ad essere sbagliato: piuttosto votano i fascisti di Alba Dorata (balzati al 26% dei consensi), ma vogliono continuare a farsi mantenere dallo Stato. Si preferisce dare la colpa ad “ayatollah” di un “rigore” che all’estero produce ricchezza: la Germania cresce più lentamente del previsto, ma cresce, l’Estonia, la più rigorista in assoluto, è anche la nazione dell’eurozona che si sta sviluppando più rapidamente. Noi preferiamo sognare “politiche della crescita” pagate con la spesa pubblica. E continuare a fare la fame.


di Giorgio Bastiani