Istruzione pubblica, l’agonia in due cifre

Dare la colpa agli altri è facile. Esaminare se stessi è molto più doloroso. Il rapporto McKinsey sull’Italia e altri 6 Paesi europei, riguardante il legame fra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro, è uno di quei documenti che ci obbligano a guardare in noi stessi e a trarre le debite conclusioni. Perché il risultato è chiaro: solo il 42% dei potenziali datori di lavoro ritiene che gli studenti, appena concluso il loro ciclo di studi, siano idonei al lavoro. In tutti i campi. Ma il dato più eclatante è che il 72% degli insegnanti siano convinti del contrario: cioè che gli studenti escano da scuola e università perfettamente in grado di iniziare a guadagnarsi da vivere.

Questo indica solo che esiste un fenomeno molto evidente: uno scollamento completo fra le aspirazioni e la realtà. Secondo l'indagine di McKinsey, da questo punto di vista, siamo il peggior Paese in Europa, almeno fra le sette realtà esaminate. Persino in Grecia, nazione che non offre prospettive ai suoi cittadini, la forbice esaminata è più ridotta rispetto all’Italia. Già a novembre, aveva fatto meditare un poster pubblicitario apparso a Treviglio, la réclame di un istituto professionale locale che comparava le prospettive di due ragazzi: quello che sceglie la formazione al lavoro fa tre anni di studio dopo le medie e a 30 anni si ritrova sposato, con un posto sicuro e un buono stipendio; lo sfortunato che opta per il percorso tradizionale, fa invece altri 9 anni di studio dopo la terza media (5 di liceo e 4 di università) per ritrovarsi, a 30 anni, single, precario ed economicamente dipendente dai suoi genitori.

Purtroppo, dati McKinsey alla mano, oggi possiamo ben dire che quel poster pubblicitario non era una provocazione, ma la realtà. Non a caso, negli ultimi due anni, le università stanno registrando un record al ribasso delle iscrizioni: sono inutili, questa è la percezione dominante. Quando si guarda in faccia questo brutto scenario, la reazione psicologica dominante negli studenti, privati di un futuro dopo lo studio, è quella di dare la colpa al mondo del lavoro. Lo dimostra la gran proliferazione di sindacati, associazioni e iniziative in difesa dei precari, favorevoli alla stabilizzazione di contratti a tempo indeterminato.

Questa reazione è anch’essa frutto dell’insegnamento: sono i professori che instillano l’idea “secondo me vali tanto, sono i datori di lavoro che non ti capiscono”. Quel 72% di insegnanti che ritiene i propri studenti idonei ad affrontare il lavoro, lo pensa di sicuro. Ma gli studenti che si scontrano con quel 58% di datori di lavoro che non la pensano così, che hanno dubbi sulla loro formazione o li ritengono del tutto non idonei al lavoro, dovrebbero porsi un’altra domanda. Una domanda che suona: “Ha ragione il mio vecchio prof e tutto il resto del mondo è cattivo? Oppure il mio vecchio prof mi ha insegnato qualcosa di scollegato dalla realtà?”.

Fatti queste domande e datti da solo le risposte, direbbe Gigi Marzullo. L’uomo razionale saprebbe benissimo individuare il problema nella nostra istruzione e nelle regole che la dominano, negli schemi di insegnamento e nell’ideologia stessa dei professori che ci lavorano dentro, nelle materie di studio e nella mancanza di collegamento fra scuole, università e aziende. L’uomo irrazionale, purtroppo prevalente negli attivisti politici e sindacali, si dà invece una risposta ideologica: deve cambiare tutto il mondo del lavoro e tutto il metodo di produzione, adeguandolo a standard graditi a presidi e insegnanti. È da questa risposta irrazionale che nascono tutti i movimenti studenteschi, le manifestazioni e le proteste dei giovani (frustrati). Ma è da questa risposta che nasce la disoccupazione giovanile, che è un problema culturale prima ancora che “sociale”.