Giolitti statista nel dvd di Aldo Mola

martedì 28 marzo 2017


Giovanni Giolitti 1842-1928. Lo statista della Nuova Italia è un dvd realizzato nell’ambito del progetto “Il Piemonte per l’Italia: Cavour, Giolitti, Einaudi”, promosso dalla Fondazione Camillo Cavour (Santena), dalla Fondazione Luigi Einaudi (Roma) e dal Centro europeo Giovanni Giolitti (Dronero-Cavour). Vi si ripercorre, attraverso quasi un’ora, la vita dello statista piemontese, con interventi di numerosi storici e amministratori. Da ammirare anche i tanti scorci del vecchio Piemonte, delle colline e delle montagne che furono percorse dallo stesso Giolitti, oltre che delle case in cui visse o soggiornò. La cura del dvd è dello storico Aldo Alessandro Mola, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Giolitti era un uomo schivo. Perché farne il soggetto di un dvd?

Giolitti, in effetti, non compare in alcun filmato della sua epoca. Anche le sue fotografie sono rare. Pubblicò le Memorie della mia vita (arbitrariamente attribuite a Olindo Malagodi) nel suo ottantesimo compleanno, il 27 ottobre 1922, vigilia di una data famosa. Dalla storiografia e dalla pubblicistica spesso Giolitti è menzionato a sproposito, perché rimane poco e mal conosciuto. La biografia che ne scrisse Nino Valeri è del 1971. Forse un racconto per immagini raggiunge un pubblico vasto e può invogliare a capire meglio l’uomo e il suo tempo.

Perché “statista della Nuova Italia”?

La genialità di Cavour è indiscutibile. Ma nessuno sa come avrebbe governato il regno d’Italia, proclamato pochi mesi prima che morisse, il 6 giugno 1861. Einaudi, altro gigante, resse il Paese dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Con Umberto I e soprattutto con Vittorio Emanuele III, Giolitti fu capo di governo quando l’Italia raggiunse il vertice della sua storia di Stato unitario indipendente, accolto alla pari nel novero delle grandi potenze.

Quali furono i punti di forza di Giolitti?

La perfetta conoscenza della macchina dello Stato (amministrazione centrale e periferica) e della legiferazione (norme chiare, di immediata fruizione), una visione organica della scala dei compiti: politica estera, difesa, finanze, giustizia, istruzione.

Ma fu un dittatore, come scrisse Denis Mack Smith?

No. Anzi, come Cavour, Giolitti fece del Parlamento, soprattutto della Camera, elettiva, il pilastro della monarchia rappresentativa, sul modello inglese molto più che su quello francese, impastato di bonapartismo, giacobinismo e clericalismo. Tra il 1848 e il 1913 i collegi uninominali furono il vivaio dell’immensa classe dirigente politica che costruì la Nuova Italia. Nei suoi cinque governi, tra il 1892 e il 1921 Giolitti si valse di dozzine di ministri delle regioni più diverse. Tra i suoi fedelissimi molti furono i meridionali. Tra tutti ricordo il napoletano Pietro Rosano. Investito da una campagna diffamatoria questi si sparò per evitare che di rimbalzo essa colpisse Giolitti. Una condotta da antico romano. Aggiungerei il siciliano Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, e il calabrese Antonio Cefaly.

Quale fu il suo vero rapporto con Casa Savoia?

Giolitti era profondamente monarchico. Mai cortigiano. I re per lui incarnavano l’idea di Italia, che arrivava dai secoli andati. Casa Savoia aveva compiuto il miracolo dell’unificazione dopo secoli di dominazione straniera: un tasto sul quale batté sempre nei discorsi parlamentari ed extraparlamentari e nella corrispondenza privata. La monarchia era garante dell’unità, della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi, conquista fondamentale dopo secoli di dominio straniero e in costanza del clericalismo.

Di Giolitti si dice che era troppo prosaico e che non seppe cogliere le novità poetiche e artistiche del Novecento.

Carducci, di cui fu ammiratore, sin dal 1876 scrisse che l’Italia poteva fare a meno di poeti per mezzo secolo e che aveva bisogno di studi statistici, di cultura economica. Quando nel 1914 inaugurò un ospedale per l’infanzia, Giolitti disse che con due generazioni “bene allevate e bene educate” gli italiani sarebbero divenuti un Paese non inferiore a quelli che avevano tanti più secoli di storia unitaria.

Perché fu contrario all’intervento dell’Italia nella Grande Guerra?

Capì, quasi unico tra i politici italiani, che sarebbe stata lunga, logorante e che l’Italia ne sarebbe uscita comunque logora e indebitata. Nell’agosto 1917 propose il trasferimento del potere di dichiarare guerra dalla Corona al Parlamento. Lo ribadì nel programma elettorale del 1919 e lo propose alle Camere quando tornò per la quinta volta presidente del Consiglio, ma la riforma dello Statuto non venne mai discussa: un errore catastrofico del Parlamento, di cui nel giugno 1940 profittò Mussolini.

Il dvd rileva la contrapposizione di Giolitti al fascismo, ma Gaetano Salvemini, che già lo aveva denominato “ministro della malavita”, disse che fu il Giovanni Battista del fascismo.

Occorre distinguere nettamente il governo di coalizione nazionale presieduto da Mussolini dal 31 ottobre del 1922 e le sue trasformazioni dopo il 3 gennaio del 1925. La prima fase fu improntata a liberismo; dal 1925 iniziò il regime, che si consolidò nei due anni seguenti (le “leggi fascistissime”), in specie con la riforma elettorale che nel 1928 conferì al Gran Consiglio del Fascismo la compilazione dei componenti della Camera. Giolitti, che nel 1924 aveva capitanato una lista coerentemente liberale nel nome di Cavour, Azeglio e Sella, votò contro. Morì ottantaseienne il 17 luglio di quell’anno: poco prima del Concordato Stato-Chiesa dell’11 febbraio del 1929, avversato in Senato da Benedetto Croce, già ministro dell’Istruzione nel suo V governo.

Quale attività svolge il Centro Giolitti?

Da vent’anni organizza convegni e ne pubblica gli Atti. Tra le sue opere ricordo i tre volumi in cinque tomi Giolitti al governo, in Parlamento, nel Carteggio: circa 5mila pagine raccolte in collaborazione con Aldo G. Ricci e quasi tutte di inediti. L’obiettivo è documentare, come anche fa il dvd: nessuna concessione a leggende e fantasie: fatti, concretezza, senso della misura. L’ultimo tomo ebbe la prefazione di Francesco Cossiga, presidente del Comitato d’Onore delle Opere del Centro.


di Marco Bertoncini