Porta romana

Quaranta sfumature di sinistra, con una surreale tattica calcistica. Low-cost, naturalmente. I giocatori della squadra campione sono tutti dei signori Chiunque, ai quali è stata affidata una missione ed è stata costruita una fama immeritata. D’altra parte, giornalisti e intellettuali veri stanno a bordo campo, ma non accetterebbero mai di giocare da centravanti in una compagine finta, sparacchiando palloni ovunque.

Come fa Michela Murgia, il cui ultimo compitino era quello di coprire storie di siringhe, mascherine, tendoni per vaccini e strani affari di Domenico Arcuri, sparando gravi accuse contro chi rimedia alle scelleratezze dei Conte boys. Il generale Francesco Paolo Figliuolo ha la divisa! E questo è grave, molto peggio che rubare, diffondere dati falsi, negare di conoscere trafficanti con i quali si hanno avuto appena 1280 contatti telefonici. E visto che più scalci più diventi famosa, perciò importante e temuta, Michela fa da bomber e mira il pallone direttamente in tribuna. Ma la sinistra ha un apparato: a Luca Bottura il compito di deviarlo, scrivendo sull’Espresso che lei non ha ragione, ha ragionissima. In pratica, un civile arruffone va bene, un militare efficiente evoca dittature. Nell’era dei flash nessuno si fa domande. Ed è gol.

La Murgia staziona nell’area di rigore avversaria, difficile immaginarla come un libero che dribbla per decine di metri. Ma l’azione si snoda ugualmente. Selvaggia Lucarelli sta a centrocampo con una maglia scientificamente mélange, e giochicchia in modo viscido, ammiccante, ma salottiero, usando un palloncino da spiaggetta privata che ogni tanto finge di farsi rubare da chi le fa comodo. Roberto Saviano è il brasiliano di favela, che reclama e ottiene rigori mentre Gino Strada e Laura Boldrini attirano l’attenzione dell’arbitro su Marco Travaglio che si agita, si butta a terra, e lo fa con un’arte drammatica tale per cui il direttore di gara indica il dischetto. Non considerando che, vicino al rotolante, non c’era nessun avversario e che Travaglio gioca realmente per un’altra squadra, ma gli hanno prestato una maglia. Così, tanto per fare un po’ di casino.

Tutto normale in campetti e parrocchie. Peccato che questa sia la finale-scudetto della serie A, in uno stadio in cui per il Covid sono stati esclusi tutti i tifosi di una squadra, mentre quelli della formazione che gioca a sinistra del campo, guardando dalla sala dei bottoni, sono in tribuna e nei distinti, travestiti da barellieri, crocerossine, pompieri, forze dell’ordine, gelatai e tanti bibitari. Così nessuno reclama per i rigori non concessi, nemmeno il mister della squadra, che gioca sulla destra, espulso al primo minuto per proteste, dopo aver trovato cento chiodi a tre punte sulla sua panchina.

Nessuno fa notare neppure che il tabellone segna cinque a zero già al calcio di inizio, e che la squadra destinata a vincere ha portiere e difensori in panchina, nella certezza che nessun ardimentoso oserà varcare la metà campo, e si calcerà sempre verso una porta sola, chiamata Porta romana dai ragazzini che giocano in angusti cortiletti. Intanto, il pubblico con l’altra maglia, passeggiando silenzioso intorno allo stadio, nota migliaia di persone che entrano con travestimenti variopinti, ma crede nell’autorità costituita. E viene comunque sfollato dalle guardie private dell’agenzia Vopo’s.

Rassegnato e frastagliato, il popolo del colore sbagliato pensa che il Covid sia una buona scusa, per evitare un confronto in cui non ha chance, perché è affetto da una forma di obiettività minimale, ma totalmente invalidante. E intanto il decimo pallone entra in rete. Ma poi, in Champions, si perde al primo turno, contro il Nessuno della Moldova.