Immagino, anzi gli auguro, di avere nel cassetto proposte e progetti di rilievo che presto o tardi ci rivelerà. Per ora, tuttavia, il Letta pensiero non pare particolarmente brillante e lungimirante. E questa è una ulteriore prova della immeritata ma spesso sconfinata reputazione delle ecoles francesi, piene di intellettuali rampanti ma che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, non lasciano quasi mai segno di sé per più di una generazione.

Stando alle proposte finora rese pubbliche, i sei anni passati a Parigi in profonda riflessione lo hanno portato a proporre lo ius soli, il voto ai sedicenni e il reato di omotransfobia. Il Paese aveva davvero bisogno di una simile ventata di modernità, senza la quale saremmo rimasti nel pieno del Medio Evo mentre gli altri Paesi sfrecciavano orgogliosi nel futuro, stabilendo prima di noi invidiabili primati etici. Ma anche valori indiscutibili, proprio nel senso che nessuno può osare discuterne.

Eppure, qualcosa di anomalo c’è: perché mai il buon Enrico Letta, assegnando i ruoli di capigruppo a due donne, ha tolto ogni speranza, che so, a una trans o a un gay? Tutte questioni interne del Partito Democratico, si dirà. Ma non è o non è solo così perché l’Italia, e l’Europa, attendono di conoscere i nostri piani d’azione economica, finanziaria e di contabilità di Stato. Temi sui quali abbiamo certamente uomini capaci al Governo, ma dei quali si ritiene sia in qualche misura esperto anche Letta. Il quale, come segretario di un importante partito, non si vede cosa attenda per formulare ipotesi di politica economica, mettendole sul tavolo con chiarezza in modo che la maggioranza, e Mario Draghi, ne possano prendere seriamente atto. O ha bisogno di altri sei anni di riflessione?

In realtà, egli non sta facendo altro che galleggiare in attesa di poter prendere in mano il bandolo della matassa delle correnti. E, così, si limita a leggiadre esibizioni di superiorità morale, senza accorgersi, però, di risultare inconcludente e sempre più deludente al pari dei Cinque Stelle.