Mario Draghi ha dato del dittatore al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale, come si sa, non l’ha presa troppo bene. Dopo l’incidente diplomatico della sedia negata a Ursula von der Leyen, è sopraggiunto un altro cortocircuito delle diplomazie, questa volta fra Roma e Ankara. Non sono mancate, da parte turca, minacce di ritorsione verso le imprese italiane che operano con la Turchia. Ma quella del premier italiano non è stata né una gaffe e nemmeno ha rappresentato una presa di posizione, magari inutilmente aggressiva.

Possiamo, dobbiamo, criticare il Governo, a cominciare da chi lo guida, circa una gestione della pandemia ancora insufficiente. Ma, rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva un parere sul “sofagate”, Draghi ha dato una lezione di pragmatismo in politica estera. In sostanza, il premier ha affermato che Erdogan è uno di quei dittatori con i quali bisogna avere a che fare. In Turchia non vige, per così dire tecnicamente, una dittatura, ma di fatto esiste uno status-quo, costruito negli anni da Erdogan, assai oppressivo, che soffoca il dissenso, vede ovunque tentativi golpisti e ha ormai demolito l’architettura laica lasciata in eredità da Mustafa Kemal Atatürk. Quindi, definire Erdogan come un dittatore, non equivale affatto ad una bestemmia.

Ma allo stesso tempo, Mario Draghi dice che dobbiamo avere a che fare anche con leader mondiali non proprio, diciamo così, amanti del diritto e della democrazia. Qui sta il realismo del premier. Riconoscere la necessità o la inevitabilità di relazioni, politiche ed economiche, con regimi illiberali, (la Turchia è peraltro un membro della Nato), non significa però sposarne la politica interna. La realpolitik non deve portare ad ignorare il deficit di libertà di alcuni Paesi, e questo discorso si può allargare anche ad altre realtà come, ad esempio, la Russia di Vladimir Putin e l’Arabia Saudita.