Oms tra conflitti di interesse e giravolte

“È raro che gli asintomatici contagino”. Questa, in ordine di tempo, è l’ultima “giravolta” dell’Organizzazione mondiale della sanità. Infatti, lo scorso 8 giugno, Maria Von Kerkhove, il capo del team tecnico per il Covid-19 dell’Oms, nel corso di una conferenza stampa, è tornata sugli asintomatici precisando che “I casi non sintomatici hanno sviluppato una forma leggera della malattia e, quindi, sono dotati di una minore carica virale non in grado di tramettere il virus”. “Si tratta di un’autentica stupidaggine, gli asintomatici trasmettono e basta”, parola del dottor Andrea Crisanti validissimo virologo dell’università di Padova e stretto collaboratore del presidente Luca Zaia, la cui intuizione di tamponare gli asintomatici a Vo’ Euganeo, all’inizio dell’emergenza sanitaria, ha impedito che il Veneto facesse la fine della Lombardia quando, lo scorso febbraio, le linee guida dell’Oms recepite dal ministero della Salute dicevano l’esatto contrario. Ma, oltre ad aver fatto “arrabbiare” il dottor Crisanti, le parole della Van Kerkhove hanno suscitato critiche anche da parte di altri scienziati ed è così scattata l’immediata retromarcia. “Sono stata fraintesa, non erano considerazioni a livello globale, ma basate su piccoli studi” ha precisato l’esperta poche ore dopo, sottolineando, altresì, che “Sappiamo che potrebbero essere tra il 6 per cento ed il 41 per cento della popolazione. Stiamo ancora studiando gli asintomatici”.

E meno male che li studiano ancora, visto che, dopo quattro mesi, l’unica cosa che dovrebbe essere abbastanza chiara è che gli asintomatici sono vettori importanti di trasmissione del virus, ma pare che lo abbiano capito tutti sulla terra tranne loro. Ma questo è solo l’ultimo di una lunga serie di comportamenti contraddittori dell’Oms che, sul Covid-19, ha detto tutto ed il contrario di tutto. Dalla necessità dell’uso delle mascherine al rischio dell’uso dei guanti, non c’è stato un loro intervento che non abbia contribuito, in qualche modo, ad alimentare confusione, anche con brusche inversioni di rotta. Ed anche sugli asintomatici, ovviamente, l’Oms non poteva smentirsi, visto che a febbraio aveva sconsigliato di sottoporli a test, a marzo ha raccomandato l’esatto opposto e, adesso, una nuova retromarcia seguita, subito dopo, da una contro retromarcia che l’ha esposta all’ennesima magra figura, confermata, indirettamente, il 10 giugno, anche dalle parole del numero 2, Manfredi Guerra, secondo cui: “Non siamo brillanti nella comunicazione”.

Ma magari fosse solo un problema di comunicazione, perché, in realtà, è avvenuto di peggio, nel senso che l’Oms, più volte, ha avallato report medici cinesi totalmente errati ed è accaduto sia il 14 gennaio quando il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avallato il report secondo cui il Covid-19 non era trasmissibile per via umana e si è ripetuto anche il 24 febbraio, quando alcuni ispettori hanno avallato il report che escludeva gli asintomatici dalle fonti di trasmissione, nonostante Taiwan, il 30 gennaio, avesse avvisato l’Oms dell’inaffidabilità del dato. Ma perché l’Oms ha ripetutamente avallato report medici cinesi errati? Si è trattato di errori in buona fede, cioè, si sono semplicemente fidati sembra controllare oppure c’è dell’altro? Anche se i rapporti tra il direttore generale ed il presidente Xi Jinping sono stretti, datati e Ghebreyesus deve proprio alla Cina la sua prestigiosa nomina avvenuta nel quadro di un progressivo aumento di influenza del paese asiatico nelle posizioni strategiche internazionali, tuttavia, la tesi più verosimile dovrebbe coincidere con un eccesso di fiducia da parte dell’Oms nei confronti della Cina, perché, allo stato attuale delle acquisizioni, non è riscontrata da alcuna prova l’ipotesi che l’Oms abbia volutamente coperto la Cina.

Ma, anche nella migliore delle ipotesi, cioè, una colpa in “vigilando”, l’Oms non è esente da responsabilità, ovviamente. Per questa ragione desta perplessità che, proprio l’Oms, sia stata incaricata di svolgere un’indagine sulla Cina per acclarare presunti ritardi nella condivisione di informazioni che avrebbero consentito al mondo una risposta più efficace per arginare la diffusione del virus, perché è evidente che un indagine di questa portata si risolve, in qualche modo, in un’indagine anche sulla correttezza dell’operato dell’Oms. Inoltre, non c’è bisogno di avere particolari competenze geopolitiche per comprendere che le conclusioni dell’inchiesta possano essere strumentalizzate a prescindere dai contenuti, anche perché, nel frattempo, gli Stati Uniti hanno provveduto a sospendere temporaneamente i finanziamenti all’Oms, con la minaccia di sospenderli in via definitiva. Sorprende, quindi, che la comunità internazionale che ha chiesto l’apertura dell’indagine sulla Cina – cioè 122 stati, quindi, stiamo parlando di qualche miliardo di persone – non abbia battuto ciglio quando ha appreso che l’indagine è stata affidata proprio all’Oms, non perché sia già colpevole di qualcosa, ma semplicemente perché c’è il rischio che possa essere condizionata o dai suoi rapporti con la Cina oppure dal fatto che, nel frattempo, Donald Trump gli ha tagliato i viveri.

Come abbiamo anticipato in due articoli datati 28 aprile e 4 maggio, l’inchiesta internazionale nasce perché molti stati, ma non l’Italia, a cui evidentemente non interessa approfondire la delicata questione, hanno chiesto spiegazioni alla Cina sul fatto che, da più parti, sono giunte notizie secondo cui il governo cinese non avrebbe gestito le fasi iniziali dell’epidemia con la necessaria trasparenza, mostrando, viceversa, un certo ostracismo a condividere informazioni per contrastare la diffusione intercontinentale del virus, essendo ormai assodato che una polmonite di tipo “sars – cov” si stesse propagando a Wuhan ben prima del 20 gennaio, giorno in cui il governo cinese ha lanciato l’allarme. Secondo la versione ufficiale di Pechino, il virus si sarebbe sviluppato nel contesto del mercato ittico di Wuhan, con catena di trasmissione pipistrello uomo, ma sulla sua veridicità sono stati sollevati dubbi, già il 25 gennaio, dal giornalista Paolo Liguori e, qualche tempo dopo, anche da altri giornalisti che hanno fatto propria la suggestiva, ma non infondata tesi secondo cui il Covid-19, pur avendo natura “umana”, avrebbe avuto origine non al mercato ittico, ma da un “incidente” avvenuto in un laboratorio sito a 200 metri dal mercato.

Quindi, un virus umano, non originato dalle cattive condizioni igieniche del mercato, come raccontato dai cinesi, ma frutto di un “incidente” causato da un addetto al laboratorio che si è infettato per caso ed ha fatto da involontario vettore di trasmissione all’esterno. L’unica voce ad aver parlato di un virus “non umano” del Covid-19 è stato il virologo Luc Montagner, ex premio Nobel quasi novantenne, ma, sulla sua posizione si è abbattuta la secca smentita di larga parte della comunità scientifica internazionale, secondo cui il Covid-19 ha sicure origini “naturali” e non “chimiche”, cioè, non risulta che sia stato manipolato. Quindi, secondo i bene informati, l’incidente in laboratorio c’è stato davvero, ma il virus non è stato oggetto di manipolazione, tuttavia, non è necessario essere eminenti scienziati per rimanere fortemente colpiti dalle sue modalità di trasmissione talmente rapide e sorprendenti da aver messo in ginocchio il mondo in poche settimane. Proprio questa caratteristica legittima il sospetto che il Covid-19 non abbia origine umana come tutti i virus che ci hanno colpito in passato e che non hanno mai avuto modalità di trasmissione così particolari e subdole da obbligare i governi a queste inedite misure di distanziamento.

In linea con le tradizioni di una dittatura, la Cina non ha collaborato a rendere più chiaro “come” e “dove” sia nato il Covid-19, se in laboratorio, al mercato ittico o chissà dove, ed è avvolto nel mistero anche “quando” possa essersi manifestato il primo caso di contagio. Proprio su questo punto, un recente studio americano della prestigiosa università di Harvard, ripreso dai media italiani il 9 giugno, ha precisato che “Nei mesi di settembre ed ottobre del 2019, è stato registrato, dai satelliti, un sovraffollamento nei cinque principali ospedali di Wuhan, oggetto di comparazione con il volume di traffico dell’anno precedente che induce a pensare che la popolazione locale fosse alle prese con l’emergenza sanitaria ben prima di quando ammesso ufficialmente dalla Cina”. Inoltre, sempre dai dati in possesso di Harvard, “E’ stato registrato anche il contestuale aumento, sul motore di ricerca Baidu, della digitazione di parole riconducibili a sintomi di malattie respiratorie marcatori del Covid-19” ed anche quest’ulteriore circostanza, incrociata alla precedente, fa indubbiamente riflettere. Le conclusioni di questo studio sono state duramente contestate dal governo cinese che ha parlato di “Ricostruzioni fantasiose e ridicole perché basate sui volumi di traffico”, tuttavia, sono ulteriori indizi di scarsa trasparenza ed intempestività nella condivisione di dati decisivi.

Quindi, l’indagine è essenziale per fare chiarezza e per acquisire le prove in vista di un eventuale processo, nella competente sede internazionale, del Partito comunista cinese che, se ritenuto colpevole, dovrà, in forza di provvedimenti giuridicamente vincolanti, risarcire i danni cagionati al mondo ed è anomalo che l’indagine sia stata affidata all’Oms, sia per i motivi di opportunità di cui si è detto, sia perché è composta da medici che, peraltro, non hanno entusiasmato nelle loro vesti scientifiche e non si capisce perché dovrebbero essere più affidabili in veste “inquirente”. Quindi: l’Oms, accusata di contiguità con la Cina, sta indagando su se stessa e sulla Cina, dopo che gli Stati Uniti gli hanno tagliato i viveri. Sembra solo un’antifrasi, ma è anche la realtà dei fatti. In proposito, non sono da escludere importanti novità a breve, perché l’agenzia giornalistica americana Associated Press ha pubblicato notizie clamorose, riprese il 2 giugno dai media italiani, secondo cui “La Cina ha effettivamente ritardato le informazioni necessarie a prevenire la diffusione della pandemia”.

“Ciò è avvenuto senza la complicità dell’Oms, ma a loro insaputa, perché le informazioni decisive sono state nascoste anche ai loro ispettori e gli elogi del direttore generale alla trasparenza del governo cinese erano solo un mezzo di pressione diretto a sollecitare la massima trasparenza”. L’agenzia AP non ha indicato le fonti da cui ha attinto le notizie, ma non è da escludere che si possa trattare di stralci anticipatori delle conclusioni dell’inchiesta dell’Oms sulla Cina, perché il taglio della notizia lascia intravedere una formula “assolutoria” nel comportamento dell’Oms e di “condanna” per il governo cinese e, se la nostra previsione si dovesse rivelare corretta, ciò starebbe a significare che l’Oms è in procinto di “scaricare” la Cina, secondo il più classico dei brocardi di derivazione latina: Mors tua, vita mea. Anche se, di questi tempi, la giustizia italiana ha l’immagine un po’ appannata, tuttavia, un pm accusato di eccessiva contiguità con una parte del processo, si asterrebbe dall’indagare per ragioni di opportunità, mentre all’Oms è stata affidata un’indagine su se stessa e sulla Cina e c’è poco da stare allegri avendoli visti all’opera da medici, figuriamoci da “giudici”. Già nel lontano 1798, George Wilhelm Friedrich Hegel scriveva che “L’unico modo per impedire il deplorevole stato della Magistratura tedesca era quello di procedere ad un’elezione diretta dei giudici da parte dei cittadini”, per cui viene da chiedersi quale sarebbe la reazione del grande filosofo tedesco al pensiero che la comunità internazionale, per “giudicare” la Cina, si sia affidata ad un’agenzia medica...