La legge è uguale per tutti

Nell’agenda politica di Mario Draghi, dopo quella pandemica e quella economica, sicuramente in cima alla lista c’è la riforma della giustizia, per la quale non a caso c’è un ministro, Marta Cartabia che proviene dalla presidenza della Corte costituzionale. Da dove cominciare? Ma dalla dicitura che campeggia in quasi tutti i tribunali, preture, sedi giurisdizionali: “La legge è uguale per tutti”. Già, perché come ci ricorda Don Lorenzo Milani “non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diversi”.

È vero che esiste l’istituto del difensore d’ufficio, ma è ovvio che chi ha disponibilità finanziarie rilevanti non ha le possibilità di difendersi di chi si avvale appunto di quel difensore pubblico; per non parlare poi del fatto che talvolta la legge si applica e per qualcuno si interpreta. Un primo segnale viene dalla proposta dell’onorevole Enrico Costa, che prevede in caso di assoluzione con formula piena con sentenza irrevocabile, ci sia un “ristoro” (oggi il termine va di gran moda) in favore dell’imputato trascinato ingiustamente a giudizio, di 10.500 euro (va a capire come questo importo è stato calcolato). Cifra modesta, che naturalmente non copre affatto i danni subiti alla salute ed all’immagine del beneficiario, ma che appunto è un segnale; ben altre cifre, qualche centinaio di milioni sinora, sono i risarcimenti per i detenuti risultati innocenti.

C’è un altro tema delicatissimo che da anni viene dibattuto, quello della divisione delle carriere in magistratura: il caso Palamara, intanto, ci ha mostrato “di che lagrime grondi e di che sangue” il nostro Terzo Potere, e di come le cosiddette correnti giudiziarie, al pari di quelle politiche, non rappresentino più orientamenti e filosofie interpretative, ma grumi di potere finalizzati ad altro potere e denaro.

Ora l’interscambiabilità tra pubblico ministero e giudice, ciascuno con un ruolo ed anche con una forma mentis acquisita durante il tirocinio iniziale, favorisce un atteggiamento accusatorio piuttosto che quella terzietà super partes che il giudice deve osservare. La distinzione delle carriere, quindi, porterebbe ad avere ruoli specifici e due Consigli superiori di autogoverno, in cui la cultura accusatoria è distinta da quella giudicante, come del resto avviene nella stragrande maggioranza delle altre magistrature.

C’è un programma di riforma in tal senso e sarebbe bene aprire un dibattito nel merito, senza inficiarne i contenuti con l’argomento che a volerla erano stati dei pessimi sponsor. Circa la durata dell’applicazione della giustizia, della prescrizione e di quant’altro previsto nell’articolo 111 della Costituzione c’è da distinguere: per i procedimenti civili, che impallano anche l’economia e l’affidabilità di ogni investimento, la risposta va cercata negli Istituti extragiudiziari quali mediazione (Adr), negoziazione assistita, conciliazione ed arbitrato.

Per quelli penali e tributari, arrivare con provvedimenti normativi e organizzativi almeno alla media di durata europea. Insomma, qualcosa si muove ma bisognerà ben cominciare, altrimenti si rischia un ingorgo di provvedimenti e, soprattutto, una confusione di posizioni, che non giova a riforme chiare e partecipate.