L’Italia e il terrorismo, l’intervista al colonnello Di Petrillo

Lei ha combattuto il terrorismo “in trincea”, è stato uno degli ufficiali del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avete scritto pagine importanti nel contrasto al terrorismo. Come interpreta il nuovo atteggiamento della Francia, la disponibilità ad estradare i terroristi?

Sono giunto alla Sezione Speciale Anticrimine Carabinieri di Roma nel maggio del 1978, poco dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Ero proveniente dal comando del Nucleo Investigativo di Nuoro, e vi restai ad operare ininterrottamente fino al settembre 1989. La Sezione faceva parte dello schieramento antiterrorismo dell’Arma sul territorio nazionale con Sezioni dedicate dislocate nelle maggiori città, attuata subito dopo lo scioglimento del primo Nucleo Speciale di polizia Giudiziario costituito dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa. La Sezione, insieme alle altre (poco più di 150 uomini), insieme a 50 agenti della Polizia, fecero parte del secondo Nucleo Speciale affidato al Governo al generale (settembre 1978), anche questo inspiegabilmente sciolto il 31 dicembre 1979, nonostante importanti successi e mentre il terrorismo sviluppava azioni sempre più numerose e sanguinose. Quando giunsi alla Sezione, ove già operava personale proveniente dal primo Nucleo ed altri aggiuntisi dopo, trovai che erano già stati costituiti contatti operativi con analoghi reparti europei, in particolare con il Renseignements Generaux della Prefettura di Parigi e con il Bka tedesco di Wiesbaden. Nel corso di giorni, mesi ed anni successivi, in coerenza con lo sviluppo delle indagini questi rapporti si consolidarono sempre di piu’, soprattutto con i francesi perché la colonia di latitanti italiani riparati lì si ingrossava sempre più. Effettuai frequentissime missioni operative inizialmente motivate da richieste di arresto a fini estradizionali di latitanti localizzati a Parigi nel corso delle indagini successivamente motivate da esige operative in quanto la Francia sempre più diventava non solamente un paese ove riparare per evitare di essere arrestati ma anche un luogo operativo funzionale all’organizzazione. In questo contesto, relativamente alla cosiddetta “dottrina Mitterand” nel corso degli anni, con conferme solo recenti, emerse che durante la fase intermedia delle elezioni presidenziali francesi del 1981 in cui il socialista Francois Mitterand veniva dato per vincente, presso l’Eliseo si installarono di fatto due strutture. La prima facente capo al magistrato Louis Joinet e l’atra all’ex ufficiale della Dgse Francois De Grossouvre con lo scopo di gestire il nuovo corso francese dopo decenni di gaullismo neutralizzando l’antagonismo politico interno caratterizzato da azioni terroristiche poste in essere da varie organizzazioni di sinistra tra cui Action Directe, Napap ed altre. La prima elaborò sostanzialmente disposizioni amministrative di accoglienza per i latitanti riparati in Francia, accedendo all’ipotesi di concedere l’estradizione solo a coloro che si erano direttamente macchiati di fatti di sangue: requisito quest’ultimo mai realmente applicato. In proposito occorre dire che nell’ordinamento francese non esistono i reati di “associazione sovversiva” e “associazione sovversiva costituita in banda armata” presenti invece nel nostro ordinamento per cui veniva cavalcato strumentalmente l’impossibilità di aderire alle richieste italiane per un reato non previsto in Francia. È come voler dire, estremizzando, che bisogna condannare i responsabili materiali dell’attentato alle Torri gemelle e dare un premio a Bin Laden che lo ha sostenuto e organizzato. La seconda struttura, che faceva capo a De Gossouvre doveva assolvere a compiti più operativi: censire esponenti ed estremisti di destra che, sull’onda di quanto accaduto in altri Paesi, avrebbero potuto reagire all’insediamento del nuovo corso francese dovuto alla imminente elezione di Mitterand; contattare gli esponenti principali delle organizzazioni eversive ed antagoniste francesi inviandoli ad interrompere le loro attività e a dar tempo al nuovo governo francese di fare riforme sociali. Vennero chiamati a far parte di questa struttura intellettuali francesi di sinistra, alcuni funzionari dei servizi e alcuni giornalisti del quotidiano francese Liberation, all’epoca attestato su posizioni fortemente estremiste palesi ma pubbliche di cui faceva parte una struttura operativa clandestina responsabili di attentati di varia natura. L’area del giornale era contigua ad una struttura di Al Fatah strettamente in contatto che le organizzazioni eversive di sinistra europee, tra cui le nostre Brigate Rosse. I contatti li teneva il noto Mario Moretti, evidentemente introdotto dall’italiano Antonio Bellavita, brigatista latitante accolto nelle fila del quotidiano. All’arresto di Moretti questi contatti vennero tenuti dal noto brigatista Giovanni Senzani. Ed è in questo ambito che i palestinesi fornirono alle Brigate Rosse carichi di armi. Tra i francesi in contatto con la “cellula informale” vi era tale Jean Louis Baudet, giornalista del settimanale Edi Afrique, che nel 1981 compì vari viaggi a Roma per addestrare il Partito Guerriglia di Senzani, frattanto staccatosi dalle Br, a lanciare due missili: uno contro la sede del ministro della Giustizia e l’atro contro la sede del Comitato regionale della Democrazia Cristiana di piazza don Sturzo, all’Eur. Successive indagini comuni portarono all’arresto in Francia del Baudet, il quale all’atto del fermo chiese agli ispettori della Brigade Criminelle di informare l’Eliseo, segnatamente Joinet e De Gossouvre che avrebbero chiarito la sua posizione. Certamente non penso proprio che la Francia avesse un progetto di destabilizzazione del nostro Paese ma altrettanto fortemente ritengo che l’intera vicenda sia stata gestita in maniera quantomeno veramente irresponsabile. E su queste premesse, solo accennate ma molto più circostanziabili, che si basa l’atteggiamento della Francia arroccata per anni in una ignorante presunzione di responsabilità non democratiche del nostro Paese su questo argomento, fortemente sostenuto da una diffusa pletora di intellettuali di sinistra, tuttora presente e attiva (vedi vicenda Cesare Battisti). Ora Emmanuel Macron, a prescindere dall’esito dei recenti arresti a fini estradizionali, necessariamente non rapido se si seguono le normali procedure, ha oggettivamente voltato pagina eliminando l’approccio politico finora sostenuto. In futuro la Francia non dovrebbe più essere “terre d’asile” acritica, spero.

Può spiegare meglio a chi ci legge chi sono i terroristi in questione che saranno estradati e di quali reati si sono macchiati?

I terroristi arrestati in Francia provengono da diverse esperienze terroristiche. Alcuni quali Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi operavano nelle Brigate Rosse: i primi 4 nella colonna romana. La Petrella ne uscì nel 1980/1981 per aderire alla frazione Partito Guerriglia nato dalla spaccatura dalle BR ad opera del criminologo Giovanni Senzani; Tornaghi era inquadrata nella colonna milanese. La Cappelli, Alimonti e la Petrella vennero arrestati dalla mia Sezione nel 1982. La Cappelli a Trastevere il 29 maggio insieme ad un altro brigatista Marcello Capuano, vi fu una sparatoria e quest’ultimo rimase ferito ad una spalla; è stata condannata per gli omicidi del generale Enrico Galvaligi, dell’Agente di Polizia Michele Granato, del commissario Sebastiano Vinci e della gambizzazione dell’esponente della Dc Remo Gallucci. Alimonti, il 15 ottobre in via Tuscolana, era stato già da noi arrestato in precedenza ma era stato scarcerato per decorrenza termini rendendosi irreperibile; aveva partecipato al tentativo di sequestro di Nicola Simone, vice dirigente della Digos romana, rimanendo ferito ad un braccio a seguito della reazione del funzionario che venne gravemente ferito. Petrella il 7 dicembre venne sorpresa su un autobus insieme al marito Luigi Novelli, all’epoca capo della colonna romana; partecipò all’omicidio Galvaligi, al tentativo di sequestro Simone, al sequestro del magistrato Giovanni D’Urso ed al sequestro dell’esponente democristiano napoletano Ciro Cirillo durante il quale vennero uccisi due membri della scorta. Maurizio Di Marzio partecipò all’omicidio Vinci e al tentativo di sequestro di Nicola Simone. Giorgio Pietrostefani, insieme all’altrettanto noto Adriano Sofri, è stato fondatore di Lotta Continua, bacino di aggregazione responsabile di azioni terroristiche da cui provengono numerosi militanti poi confluiti in altre diverse organizzazioni eversive; è stato condannato per l’omicidio del vice questore Calabresi, dirigente la Digos milanese. Gli altri 3, Narciso Manenti, Luigi Bergamin e Raffaele Ventura erano militanti di altre organizzazioni terroristiche di minore spessore e progettualità politico- rivoluzionario, autori di efferati omicidi con obiettivi più attribuibili alla criminalità comune piuttosto che a quella “politica”. Meri assassini insomma. Bergamin era sodale dell’altrettanto noto Cesare Battisti.

In Italia c’è chi dice che ci sia “accanimento” verso questi terroristi e che sono anziani. Qualcuno ritiene necessario, perché la storia vada avanti e si volti pagina, il diritto “all’oblio”. È questa la strada giusta?

Non direi. Nel nostro Paese, pur con tutte le sue contraddizioni, vige ed è consolidato uno stato di diritto che regola le relazioni sociali, comprese le deviazioni per le quali bisogna accettare le conseguenze. Interrompere o ignorare questo principio elementare significa demolire lo stato di diritto creando disparità di trattamento insostenibili. E in questo contesto neppure rilevano, ritengo, le diverse motivazioni a queste devianze. Taluni infatti, compresi i terroristi scarcerati per effetto della Legge Gozzini, pretendono di attribuire alle contraddizioni presenti nel Paese in quel periodo una sorta di giustificazione per le azioni compiute a prescindere dalla loro gravità. Come se l’esercizio del voto democratico fosse uno strumento di livello inferiore per determinare l’ordinamento complessivo dello Stato. Ignorando completamente anche le sofferenze patite dalle famiglie degli uccisi e, da un punto di vista istituzionale, i danni provocati rispetto all’ordine democratico per un paese libero. Ho giurato ben 3 volte fedeltà a questa Repubblica ed alle istituzioni democratiche che le rendono dignità, alla Scuola Militare Nunziatella di Napoli, all’Accademia Militare di Modena e alla Scuola ufficiali Carabinieri per cui mi riesce impossibile accedere ipotesi diverse. Giustizia quindi, non vendetta. La vendetta è un sentimento proprio delle persone assicurare uno Stato libero invece deve esercitare il suo potere e le sue determinazioni in base ad uno Stato di diritto costruito nella sacralità parlamentare. Tuttavia ritengo che uno Stato forte può anche accedere ad indulgenze rispetto a quanto accaduto in un determinato periodo storico ma sulla base di precise regole. Tra queste la principale ed ineludibile deve essere costituita da un reale ripensamento da parte di ciascuno dei responsabili i quali peraltro hanno il dovere di contribuire a ricostruire esattamente quanto accaduto anche per interrompere ricostruzioni avventurose di gravi eventi verificatisi che continuano ad avvicendarsi senza fine creando instabilità ed incertezza nella gente. Men che meno quando alcuni terroristi, condannati all’ergastolo o ad altre gravi pene, scarcerati per una pessima applicazione della Legge Gozzini, continuano a rivendicare la loro appartenenza passata celebrando macabri anniversari, come recentemente fatto dalla brigatista ergastolana libera Barbara Balzerani in occasione dell’ultimo anniversario della strage di via Fani

Alle ultime generazioni può raccontare la nascita (e l’attività) del Nucleo speciale antiterrorismo voluto dal generale dalla Chiesa?

Il “Nucleo speciale di Polizia Giudiziaria”, creato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa quando da generale di Brigata comandava la 1^ Brigata Carabinieri di Torino, proveniente dal comando della Legione di Palermo, nacque il 22 maggio 1974, a seguito del sequestro del sostituto procuratore della Repubblica di Genova, Mario Sossi, avvenuto il 18 aprile 1964 a Genova che rientrava nella giurisdizione della Brigata. Fu il governo a deciderne la costituzione a seguito di altre precedenti gravi azioni terroristiche che avevano sollecitato grande allarme nel Paese. Ed affidò l’incarico al nostro generale che aveva già dato ampia prova di capacità organizzative ed operative, per ultimo in Sicilia ove aveva efficacemente combattuto la mafia quando era sostanzialmente strumentalmente sottovalutata da tutti. Circa 40 uomini, quasi tutti tratti dai reparti investigativi della sua giurisdizione, 7 ufficiali, 33 sottufficiali e 1 carabiniere. Il Nucleo operò subito con rapidità ed efficienza riuscendo a compiere azioni importanti quali l’arruolamento del noto Silvano Girotto, detto Frate mitra, ex legionario, ex frate francescano missionario in Bolivia dove fu tra i fondatori del Movimento di Sinistra Rivoluzionario. Referenza questa ben sfruttata dall’allora capitano Gustavo Pignero, mio fraterno amico sin dai tempi della comune frequentazione della Scuola Militare Nunziatella, per infiltrarlo nelle Br. Dalle sue informazioni , infatti scaturì l’arresto di Renato Curcio e Aberto Franceschini (8-9-1974) all’epoca ai vertici delle Br. Successivamente il nucleo ebbe altri importanti successi ma soprattutto inaugurò un metodo nuovo di effettuare indagini privilegiando l’attività di intelligence rispetto all’intervento operativo fine a se stesso avendo come obbiettivo primario la disarticolazione delle organizzazioni eversive. Inoltre, nella considerazione che il fenomeno evidenziava aspetti internazionali, instaurò importantissimi contatti operativi con strutture di sicurezza di altrui Paesi, in particolare il Rgpp francese e il Bka tedesco. Purtroppo, ancora una volta inspiegabilmente, il Nucleo venne sciolto il 14 settembre 1975. L’Arma sfruttò l’occasione per costituire “Sezioni Speciali Anticrimine” sul territorio nazionale. Il 10 settembre 1978, a seguito del sequestro Moro e dell’elevatissimo numero di attentati perpetrati anche da altre organizzazioni eversive, il governo dispose la ricostituzione di un nuovo Nucleo affidandolo al generale, questa volta con dotazioni di uomini e mezzi più adeguati. Le Sezioni effettuarono da subito importantissime operazioni veramente efficaci perché riuscirono a colpire vertici e strutture organizzative delle Br e di altre formazioni analoghe – Prima Linea, Ucc, Fcc, e altre. Anche questa volta, però, il 31 dicembre 1979 in Nucleo venne sciolto e le Sezioni ritornarono nelle strutture territoriali di provenienza, sebbene consolidarono sempre più la prassi di indagini comuni basate sul nuovo “metodo”: agire da “polizia di sicurezza” sebbene con gli strumenti della polizia giudiziaria con risultati assolutamente eccezionali. Tra le operazioni più complesse e durature vale citare l’operazione “Olocausto” elaborata dalla mia Sezione dal settembre 1979 al settembre 1989. 10 anni in cui, con più interventi operativi mirati, giungemmo alla completa distruzione delle Br con un’operazione finale eseguita a Parigi.

Che idea si è fatto sul rapimento Moro? Oltre a uomini e donne delle brigate rosse è verosimile che ci siamo stati infiltrati provenienti da altri Paesi nonché “pezzi deviati dello Stato”?

A proposito del continuo proporsi di trame di diversa natura nel ricostruire gravi vicende che hanno attraversato la storia del nostro Paese, compreso la vicenda Moro oggetto di analisi da parte di continue Commissioni parlamentari, mi sento di affermare serenamente che dietro la Brigate Rosse ci sono state la Brigate Rosse e non altre “entità” di diversa natura interna o internazionale. Tuttavia è altrettanto vero che la vicenda Moro è stata oggetto di dispute interne alla Dc e tra i Partiti inerenti principalmente la trattativa proposta dalle Br ed è ancora altrettanto vero che il ruolo del Pci in quel periodo abbia sollecitato timori di stabilità della forma di governo democratico nel nostro Paese da parte principalmente degli Stati Uniti durante la Guerra fredda. A questo convincimento sono giunto dopo ben 12 anni di attività in questo settore durante i quali ho profondamente studiato il fenomeno sia dal punto di vista documentale sia da quello operativo durante il quale ho avuto modo di confrontarmi con numerosissimi “pentiti”, taluni già in posizione rilevante nell’organizzazione. Un esempio lampante mi giunge dalle dichiarazioni rilasciate dal brigatista pentito Loris Scricciolo che riferì di un incontro in via La Spezia a Roma, cui assistette tra Luigi Novelli, capo della colonna romana, ed un funzionario del servizio segreto bulgaro che avrebbe sollecitato la disponibilità delle Br a consentire loro di interrogare il generale americano James Lee Dozier, sottocapo di stato maggiore logistico delle forze terrestri della Nato nell’Europa meridionale, sequestrato a Verona il 17 dicembre 1981 dalla colonna veneta delle Br. Novelli respinse la richiesta non credo proprio per sua autonoma decisione.

Lei ha scritto un libro straordinario, “Il lungo assedio”, con prefazione di Nando dalla Chiesa. Nel libro cosa racconta? Può essere un contributo alla verità storica di quegli anni e della battaglia “degli uomini dello Stato”?

Nessuno di noi che ha servito nei reparti antiterrorismo dell’Arma, impostati dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha mai pensato di scrivere un libro che descriva in maniera dettagliata l’esperienza. La nostra impostazione di base era quella di operare in estrema riservatezza e con il massimo basso profilo sia per preservare le nostre strutture organizzative e i nostri uomini ma soprattutto perché era quella la modalità più adeguata per neutralizzare un nemico pericoloso e organizzato che voleva sovvertire la stabilità democratica del nostro Paese. E così è stato per moltissimo tempo. Negli anni successivi, lontani dal periodo focale, alcuni di noi, me compreso, abbiamo accettato di partecipare ad interviste o dibattiti ma sempre limitati ad episodi specifici, mai descrittivi della completa strategia eseguita e degli esiti conseguiti nel tempo. Ho preso ora la decisione di provvedervi per varie ragioni. Soprattutto perché sull’argomento si sono avvicendati nel tempo improbabili interpreti, blasonati e non, sulla situazione di conflittualità presente in quegli anni e sulle modalità con cui lo Stato aveva reagito. Spesso quasi giustificando la reazione violenta posta in essere dalle organizzazioni eversive, tralasciando, ignorando o anche travisando il ruolo svolto da servitori dello Stato per concorrere, dal punto di vista militare, all’eliminazione dell’emergenza, progressivamente espulsa soprattutto dalla stessa società civile. E l’ho scritto sotto forma di diario operativo, contenente date, nomi ed eventi incontrovertibili proprio per rintuzzare ricostruzioni artificiose, talvolta anche offensive. Un libro documento quindi a disposizioni di chi, senza preconcetti o pretestuosi intenti ideologici, voglia realmente conoscere cosa è accaduto e come un settore dell’Arma dei Carabinieri dedicato a contrastare il fenomeno ha realmente agito nel rispetto di quello Stato di Diritto che il nostro Paese merita. Ogni altra ricostruzione, per essere credibile, dovrebbe avere la dignità di argomentare con analoga precisione scevra da ignoranza o, peggio, da false e strumentali ideologie. Altro aspetto, più personale, è stato quello di voler confermare pubblicamente ai miei uomini il mio affetto e la mia profonda gratitudine per quanto mi hanno dato e l’orgoglio immenso di essere stato il loro comandante. In proposito ho sempre pensato che l’affetto dei propri familiari è un fatto naturale, viene da sé, facile da ricevere, mentre per garantirsi quello dei propri uomini, specie in un periodo di guerra in cui vengono fuori le vere qualità delle persone, è sfida ben più dura e difficile.

Come l’Italia può uscire dalla storia terribile della lotta al terrorismo?

Il terrorismo di quegli anni, inizialmente sostenuto da larghi strati della società, con il passare del tempo e la constatazione da parte della gente dell’inutilità di tante persone assassinate inutilmente sulla base di velleitarie motivazioni socio-politiche, è stato debellato innanzitutto dalla società italiana progressivamente a partire dal sequestro e omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Credo che dire la verità agli italiani sia il modo più semplice ed efficace, anche per stroncare periodiche persistenti ricostruzioni fantasiose e complottiste, più proprie di soggetti cinematografici che descrittive della realtà. Lo Stato, nella sua accezione costituzionale più ampia, dovrebbe ammettere le proprie responsabilità nell’aver creato condizioni di sofferenza sociale che hanno finito per agevolare aggregazioni antagoniste prima e terroristiche poi. I terroristi arrestati dovrebbero contribuire a ricostruire esattamente cosa accadde in quegli anni invece di tacere, taluni ancora arroccati su anacronistiche nostalgie, altri per mera vigliaccheria. Chissà, forse sono proprio queste mie ultime affermazioni a peccare di velleitarismo, ma mi piace pensarlo.