Tokyo 2020: meno vaccini, più misure draconiane

Sono in corso le Olimpiadi più indimenticabili della storia contemporanea, Tokyo 2020. Già la data è un piccolo tilt: non siamo forse nel 2021? Certo, ma questa trentaduesima edizione si sta disputando con un anno di ritardo a causa del lockdown. Per le olimpiadi in sé nulla di apocalittico. Dai primi Giochi di Olimpia (776 avanti Cristo - 393 dopo Cristo) in onore di Zeus, cerimonie religiose che si tenevano ogni quattro anni per scandire il tempo e sospendere ogni guerra, trascorsero 15 secoli prima di arrivare ai Giochi dell’Era moderna del 1986, ad Atene, voluti dal barone Pierre de Coubertin. Sono i “salti di epoche, gli spillover, e se noi ce la fossimo cavata con un solo anno sarebbe un miracolo.

Un filo resta: “L’importante non è vincere, ma prendervi parte”, secondo la corretta versione di de Coubertin, che al termine dei Giochi di Londra 1908 citò la frase di un vescovo anglicano della Pennsylvania. E di fatti l’importante è proprio “esserci” per i 206 Paesi e per gli 11.363 atleti (di cui 384 italiani) protagonisti della prima manifestazione “senza pubblico” ma con “tutto il mondo collegato”. Un giro d’affari comunque gigantesco, tant’è che anche per ragioni commerciali e di marketing non è stato cambiato il brand 2020.

Proprio dalle misure specialissime si intuisce che un tempo si chiude e un altro ci invade, come dimostra il quasi spettrale New National Stadium coi suoi 68mila posti semivuoti, occupati da manciate disperse di gruppetti isolati. E non credo che passata la pandemia (quando e come passerà?) “tutto tornerà come prima”. Il “nulla uguale” si intravvede nelle corporature mastodontiche degli atleti, nei loro sguardi bionici, nelle nuove specialità al debutto (softball, baseball, arrampicata, skateboard, karate e surf), che segnano il passaggio dalla competizione classica alle discipline in voga, a cui forse in un tempo non più così remoto sarà possibile presenziare da “ologramma pluri-luogo”, cioè al tempo stesso l’individuo al lavoro, a casa, a praticare hobby. Tutti uniti sotto il motto “united by emotion”, lanciato alla cerimonia inaugurale dal presidente giapponese, Shinzo Abe e dal nuovo imperatore Naruhito, che ha di recente inaugurato l’era dell’armonia e della fortuna giapponese.

È finita la libertà dei greci e latini? Il Sol Levante o l’Impero Celeste ci hanno forse conquistati? Il nuovo preoccupa, ma sul vecchio fronte restano nazioni e continenti schiacciati dalle ansie e dalle crisi del virus Sars-CoV-2, che ha colpito 191 milioni di persone e provocato 4 milioni di morti, forse il doppio se dovessero essere veri i report sui dati indiani.

Le cronache raccontano di una Tokyo sotto stato d’emergenza: niente alcolici, niente eventi indoor e molti outdoor, per atleti e partecipanti una vita playbook da misure draconiane. Le ferree regole sono state elaborate dalla All-Partners Task Force, che comprende il Governo del Giappone, il Governo metropolitano di Tokyo, il Comitato organizzatore Tokyo 2020, il Comitato olimpico internazionale (Cio), il Comitato paralimpico internazionale (Cpi), l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed esperti e organizzazioni indipendenti di tutto il mondo. Sono sette manuali: per gli atleti e i funzionari, per le federazioni olimpiche internazionali, per i famigliari, per i partner commerciali, per le emittenti televisive e una diversa versione per i rappresentanti della stampa e dei media e per i lavoratori della gigantesca macchina. Indicazioni distinte per ogni categoria e quattro principi base: indossare le mascherine il più possibile, ridurre al minimo contatti e interazioni, testare e tracciare continuamente, fare molta attenzione all’igiene delle mani e degli ambienti.

Da mesi ogni partecipante è stato messo in contatto con un Clo (Covid-19 liaison officer) un referente di contatto ben addestrato e istruito, attraverso cui passano quasi tutti i documenti e le comunicazioni. Al Clo è stato consegnato un “Written Pledge”, un impegno scritto in cui ci si assume la responsabilità della propria condotta e si promette di rispettare tutte le regole. All’arrivo in Giappone per tutti c’è stato un test all’aeroporto e solo una volta risultato negativo, con mezzi di trasporto ad hoc e senza pause shopping, è stato possibile raggiungere il proprio alloggio per quattro giorni di quarantena. Per atleti, allenatori e operatori sui campi è previsto un tampone quotidiano, mentre per gli altri, a seconda del ruolo e del livello di contatto, uno ogni due giorni o uno a settimana.

All’interno del villaggio olimpico i contatti sono ridotti al massimo. È raccomandato di mangiare ognuno per conto proprio, a distanza di due metri, meglio ancora ordinare il cibo direttamente nell’alloggio. Chi non segue le misure rischia la squalifica e l’allontanamento. I vincitori dovranno addirittura mettersi da soli le medaglie, restare sul podio distanziati, niente abbracci, niente foto di gruppo, mascherine giù per 30 secondi per le foto ufficiali. Le dodici atlete di Canada, Australia, Stati Uniti della 4x100 stile libero, che non avevano le protezioni e si sono abbracciate, sono state ammonite dal portavoce presidenziale del Cio, Mark Adams: “Esortiamo e chiediamo a tutti di obbedire”.

“L’Olimpiade al tempo del Covid è una montagna da scalare”, ha scritto l’inviato di Avvenire. Il suo reportage è a metà tra Blade Runner e un diario dalla Terza guerra mondiale: “I tapis roulant ci sono, ma non funzionano. Non sono rotti, ma si è scelto di non farli andare perché camminare distanzia di più”. Per avere accesso all’Olimpiade occorre scaricare due app: la Cocoa, una specie di Covid-radar con il quale ogni movimento è monitorato e l’Ocha, un contenitore di tutta la storia medica personale. Al suon di arigato, arigato, grazie e inchino, si firmano papiri su papiri, non ci sono taxi e autobus, nessun contatto col popolo giapponese e un controllore per ogni hotel annota e fa firmare chiunque esca, con tanto di orario.

Non più di 15 minuti di aria aperta – ha raccontato il collega del quotidiano cattolico – del resto a che serve uscire se non si può visitare nulla né andare al ristorante?”.

A Tokyo i vaccini non sono obbligatori. L’escalation draconiana aumenta tanto più aumentano i “no Vax” tra gli atleti, i positivi e le quarantene. Il capo medico del team Usa, Jonathan Finnoff, ha spiegato: “Su 613 atleti solo un centinaio non sono vaccinati”. Ma tra questi c’è Michael Andrew, il fenomeno del nuoto americano, che prima di partire ha chiarito: “Non voglio immettere nel mio corpo sostanze che potrebbero provocare reazioni e pregiudicare il mio rendimento atletico”. Ma questa è l’era artificiale?