Molestie sessuali: Activision Blizzard nella bufera

Soffiano venti di bufera in casa Activision Blizzard: mercoledì 21 luglio lo Stato della California ha ufficialmente denunciato la compagnia videoludica per abusi, molestie sessuali, maltrattamenti e disparità di retribuzioni. Si tratta di comportamenti perpetrati – a quanto pare – ai danni delle lavoratrici di sesso femminile, che compongono circa il 20 per cento del totale dei dipendenti. I due anni di indagini, condotte dal California Department of Fair Employment and Housing (Dfeh), l’associazione governativa americana che si occupa dei diritti civili, hanno portato alla luce una situazione che, se confermata, sarebbe sconcertante. I luoghi di lavoro, a quanto risulta, sono pervasi da una “cultura da fratellanza” (frat boy workplace culture), con i dipendenti maschi che delegano i lavori di maggiore responsabilità alle colleghe, bersagliate da continue molestie, palpeggiamenti e commenti sessuali. In particolare, si sarebbero verificati episodi di “Cube crawl”, pratica in cui i dipendenti maschi bevono alcolici e fanno il giro delle postazioni di lavoro, comportandosi, per usare un eufemismo, in modo inappropriato con le lavoratrici.

Sempre secondo l’indagine, la dirigenza dell’azienda avrebbe occultato (e, in certi casi, incoraggiato o preso parte a) questo tipo di comportamenti. Le donne del team di sviluppo di World of Warcraft hanno testimoniato di aver assistito ai comportamenti inappropriati di dipendenti e supervisori maschi. Questo spiegherebbe il licenziamento passato quasi sotto silenzio dell’ex creative director di WoW, Alex Afasiabi, allontanato dall’azienda nel 2020, a seguito delle sue numerose molestie ai danni delle dipendenti (persino alla fiera annuale dell’azienda, il BlizzCon). Questi comportamenti, secondo il Dfeh, avrebbero portato addirittura al suicidio di una dipendente mentre era in viaggio di lavoro con un suo supervisore. La donna era stata costante bersaglio di gravi molestie sessuali, tra cui la diffusione di sue foto di nudo durante una festa aziendale.

La risposta di Activision Blizzard non si è fatta attendere. Ma frasi come “il Dfeh include descrizioni distorte, e in molti casi false, del passato di Blizzard” e “siamo disgustati dal comportamento riprovevole del Dfeh di trascinare nella denuncia il tragico suicidio di un dipendente la cui scomparsa non ha alcuna incidenza su questo caso e senza riguardo per la sua famiglia in lutto” non hanno fatto altro che gettare altra benzina sul fuoco. A queste dichiarazioni ufficiali, si sono aggiunte le parole di Frances Townsend, vicepresidente esecutivo per gli affari aziendali, che ha sottolineato come l’immagine della compagnia, presentata in ben 29 pagine di denuncia, sia “distorta e fasulla”, con riportate vicende che sarebbero “fattualmente incorrette, vecchie anche di dieci anni e fuori contesto”.

Insomma, nei primi giorni di questa bufera, Activision Blizzard sembra aver voluto sollevare un polverone ancora più grande. Numerosi dipendenti, anche di alto livello, si sono distaccati dalle dichiarazioni di Townsend e del corpo dirigente aziendale, arrivando a firmare, in quasi un migliaio, una lettera aperta, resa pubblica ieri, in cui si richiedono le dimissioni di Townsend e una presa di posizione forte da parte dell’azienda. Il Ceo di Activision, Bobby Kotick, ha preso parte ieri a una conferenza Zoom con circa 500 dipendenti, in cui ha ammesso di non essere stato a conoscenza dell’aria che tirava negli uffici. Deciso ad arrivare fino in fondo alla questione, ha anche criticato aspramente i primi comunicati emessi dall’azienda, considerando non adatto il modo in cui i quadri dirigenti hanno voluto esprimersi. Persino lo storico ex Ceo di Blizzard, Mike Morhaime, ha diffuso nella giornata di sabato 24 un messaggio su Twitter, in cui si scusa di non aver fatto abbastanza durante la sua presidenza per evitare il presentarsi di queste situazioni e di essere deciso a sfruttare tutta la sua influenza per apportare cambiamenti radicali in tutta l’industria videoludica, per impedire che si verifichino nuovamente episodi simili.

Sempre ieri si è svolta una marcia dei dipendenti fuori dagli uffici della Blizzard, a Irvine. Alla richiesta di fare chiarezza sulla situazione, si sono aggiunte anche istanze per implementare un nuovo sistema di assunzioni, finalizzato ad aumentare la rappresentanza in tutta l’azienda e, cosa decisamente rilevante, consentire a una task force di diversità, inclusione ed equità di assumere un’organizzazione di terze parti per monitorare il team esecutivo, poiché “i sistemi attuali non sono riusciti a prevenire le molestie dei dipendenti”. Persino gli utenti dei vari giochi targati Blizzard hanno fatto sentire la loro voce. La gilda Fence Macabre di World of Warcraft ha organizzato, all’interno del gioco, un sit-in di protesta nell’area di Oribos, raccogliendo anche 9mila dollari per l’associazione Black Girls Code, che si occupa di aiutare giovani ragazze afroamericane tra i 7 e i 17 anni a entrare nel mondo della tecnologia. Gli aderenti a questa iniziativa hanno anche cancellato il loro abbonamento mensile al gioco, sfruttando il tempo residuo per partecipare fino al termine del sit-in (26 luglio).

A tutto questo putiferio, si aggiungono anche testate online come The Gamer, GameXplain e Prima Games, che hanno annunciato pubblicamente lo stop alla copertura sui prodotti presenti e futuri della compagnia. Finché la questione non sarà chiarita, sui loro siti non verranno pubblicate più news, anteprime, prodotti o altro materiale legato ad Activision Blizzard. Nel frattempo, perdura il silenzio dei canali social dell’azienda e di tutti i suoi giochi. Il profilo Twitter di Call of Duty non viene aggiornato da quasi una settimana, cosa decisamente insolita. Activision Blizzard non è la prima casa di sviluppo di videogiochi a essere travolta da accuse di questo genere. L’anno scorso, Ubisoft si è trovata coinvolta in un enorme scandalo per molestie sessuali, le cui radici affonderebbero a una decina d’anni fa. Secondo le ricostruzioni, circa un quarto dei dipendenti di questa società avrebbe visto o subito molestie. Anche Riot Games, la casa di sviluppo di League of Legends, è stata portata in tribunale da un’ex dipendente, che ha accusato di comportamenti inappropriati e avance spinte l’amministratore delegato Nicolas Laurent. Attendiamo ulteriori sviluppi delle indagini, nella speranza che il clamore generato dalla vicenda possa portare a un miglioramento delle condizioni lavorative di un’industria in cui le garanzie, per i dipendenti, sarebbero spesso inesistenti.