Centomila giornalisti alle urne per l’Ordine

Un esercito di giornalisti alle urne? Si vedrà, ma anche nella categoria l’astensionismo l’ha fatta sempre da padrone. Questa volta c’è anche la possibilità di votare online e domenica 24 in presenza nelle sedi degli Ordini regionali. Una votazione attesa per il rinnovo dei vertici del Consiglio nazionale e di tutti gli organismi regionali. Il presidente uscente è dal 2017 il napoletano Carlo Verna, per molti anni protagonista delle telecronache sportive della Rai e che era succeduto all’abruzzese Nicola Marini. Secondo quanto scritto da uno dei candidati l’Ordine dei giornalisti è la peggiore forma di autogoverno che si è data la categoria ma nel corso degli anni dall’istituzione del 1963 (ministro Guido Gonnella) non ne è stata trovata una migliore. Ci sono state polemiche anche aspre a favore dell’abolizione ad opera del radicale Marco Pannella, era anche lui giornalista pubblicista oltre che parlamentare.

Con le aperture alle professioni richieste dalla Comunità europea l’Ordine dei giornalisti italiano sembra una vecchia struttura. Un esercito di iscritti. Il numero supera le 105mila unità, di cui quasi 30mila professionisti e 75mila pubblicisti. Il più alto in assoluto di tutti i Paesi europei ma anche degli Stati Uniti. Poi si scopre che i dipendenti dei 6.600 giornali e le 380 televisioni soltanto poche decine di migliaia di giornalisti sono iscritti all’Istituto di previdenza (Inpgi). Il problema più rilevante di questi ultimi decenni è stato la necessità di adeguare la struttura e il funzionamento dell’Ordine di fronte alle trasformazioni del mondo editoriale e alle crisi del settore dei quotidiani e dei settimanali.

Gli Ordini nazionale e regionali hanno il compito di controllare il rispetto delle norme deontologiche, assicurando correttezza nell’accesso alla professione che avviene in due maniere: attraverso le 12 scuole di giornalismo oppure attraverso l’attestato della pratica giornalistica da parte del direttore responsabile del giornale, del settimanale, della tivù e della radio. E qui stanno le prime criticità. Si è arrivati a questo turno elettorale senza un grande dibattito, senza una analisi approfondita su come si svolge oggi l’attività di professionisti e pubblicisti, sulle linee guida per una riforma di un organismo ideato e strutturato circa 60 anni fa e a ridosso della fine della seconda guerra mondiale. Cosa dovrebbe contenere la riforma? Secondo alcuni esperti della materia non spetta soltanto ai giornalisti presentare osservazioni e proposte. La legge del 1963 va cambiata in Parlamento. Un giornalista in pensione del Messaggero come Vittorio Roidi che ha ricoperto molti incarichi all’interno delle istituzioni della categoria ritiene di dover sciogliere innanzitutto tre aspetti:

1) regge ancora la distinzione tra professionisti e pubblicisti? Da ciò scaturiscono le modalità per entrare negli albi da parte di migliaia di persone che lavorano nel pianeta Internet, delle immagini ed altre nuove figure di media;

2) l’accesso alla professione che era stata affidata dalla legge agli editori per la formazione dei giovani non funziona più per la crisi dell’editoria;

3) In materia di etica professionale qual è il fondamento che la collettività intende porre a base del lavoro dei giornalisti?

Le questioni si legano al problema del giornalismo di qualità in una realtà globale dove imperversano le fake news. C’è infine il buco nero della mancanza di assistenza per freelance e precari, i più soggetti a violenze e a querele intimidatorie.