La grandezza delle balene

La grandezza di una balenottera azzurra è incomprensibile finché non la si incontra in mare. Per dare un’idea concreta delle sue dimensioni basti ricordare che il cuore è grande come un’auto (vedi foto sotto) e l’aorta è così ampia che vi si può camminare dentro a gattoni.

Il Mediterraneo è un mare sorprendente, a volte, non è soltanto il riassunto dei grandi oceani. Nell’inverno 1981 ho percorso tutta la Bassa California in bus o facendo l’autostop, prima di andare ad abitare per qualche tempo in una città universitaria del Messico centrale. Ero con due amici, e la Baja è lunga come l’Italia ma abitata allora da circa 60.000 persone: era un paradiso attraversato da deserti costellati di cactus saguari, oasi, spiagge e un mare edenico.

Una mattina arrivammo nella baia di Guerrero Negro, dove ora c’è una riserva marina. Eravamo partiti da Tijuana in autostop su un camioncino vecchio come le ossa di Adamo, guidato da un paio di messicani che ci avevano piazzati sul pianale. Attraversammo nelle prime luci del mattino un deserto più costellato di teschi di vacca di un fumetto di Tex Willer o di un film di John Ford. A un certo punto il camioncino si bloccò lungo la strada che attraversava il deserto, e i messicani scesero dalla cabina di guida.

Con noi c’era una ragazza: temendo una rapina e uno stupro cercammo nelle tasche i coltellini da viaggio. Quelli si accorsero del nostro terrore e ci tranquillizzarono, dicendo che dovevano mettere acqua nel radiatore, perché avevano la guarnizione della testata bruciata. Dopo un’ora arrivammo alla baia di San Quentin. I due messicani del camion si fermavano da quelle parti e così scendemmo dal camioncino: davanti a noi c’era una strada desolata e senza fine che portava al mare. L’acqua era bassa, attorno si estendevano le lagune blu e bianche di una salina. Più lontano, nell’acqua più profonda della baia, le balene grigie andavano a figliare ogni inverno, ed era inverno.

Ebbene, non si vide nemmeno il soffio di un cetaceo, quel giorno, e fu così in tutto l’attraversamento della Baja, inclusa la navigazione da Cabo San Lucas a Puerto Vallarta, nel Messico centro-occidentale. Invece sei anni prima in Liguria, una sera in cui io e un amico eravamo andati a vedere il tramonto all’esterno della diga del nostro porto, vedemmo il salto di una balena. Quasi cademmo in mare dall’emozione. Ero un liceale, e d’estate per rimediare due lire andavo ogni notte alla lampara a pescare acciughe, così il giorno dopo chiesi ai più esperti pescatori il nome del “pesce” che avevamo visto. Non immaginavamo che ci fossero delle balene nel nostro mare, anche se di notte i delfini venivano a bussare con la schiena sotto la chiglia della barca. I vecchi cacciatori di acciughe, che erano ormeggiati in una vecchia osteria a bere vino bianco dell’Elba, risposero ironicamente che si trattava di una leccia, un pesce che non supera il metro e mezzo. Decenni dopo ho scoperto che in tutti i mari italiani si trovano balene, in particolare in Liguria, soprattutto nella Riviera di ponente, a causa di una maggiore quantità di cibo disponibile.

Nonostante siano passati migliaia di anni dai tempi del Leviatano citato più volte nella Bibbia, i grandi cetacei si troverebbero ancora bene persino in un mare che ha perso il 60 per cento del suo patrimonio ittico, se non ci fossero le reti – illegali e in gran parte abbandonate – che rendono troppo spesso atroce il loro destino.