Quei cattolici come sepolcri imbiancati a favore del Green pass

“L’obbedienza del cattolico si è tramutata in un’infinita docilità a tutti i venti del mondo”: così Nicolas Gomez Davila chiosava in uno dei suoi molteplici aforismi sulla fragilità spirituale, intellettuale e culturale del cattolico contemporaneo che si lascia plasmare dal mondo che lo circonda snaturando se stesso, i propri principi, il proprio credo e, in definitiva, la propria stessa ragione. Alla luce di questa constatazione, forse perfino ovvia in considerazione dei moti di marea della secolarizzazione che oggi come non mai si infrange ricorsivamente sulle comunità cattoliche senza più un apparato ecclesiale che – come in passato – riesca a fungere da frangiflutti a protezione delle anime e delle menti cristiane, si può e si deve riconoscere che molti di quei cattolici che hanno acriticamente accettato l’istituzione del Green pass, non soltanto sono in errore a causa di una accettazione passiva del principio di necessità, ma anche e soprattutto perché pare non intendano essere coerenti né con se stessi, né con la tradizione e la dottrina della Chiesa.

In primo luogo: emerge l’incoerenza dei cattolici con l’assunto di base a fondamento del Green pass, cioè il fatto che esso garantisca – nonostante così non sia – la sicurezza degli ambienti in cui si ritrovano i titolari del medesimo. I cattolici che tanto convintamente sostengono il Green pass, e che perfino accettano che ad esso si subordini un diritto fondamentale come quello al lavoro, oltre a quello all’istruzione, alla circolazione, alla riunione, dovrebbero con insperata coerenza condurre questa propria convinzione fino in fondo, richiedendo pubblicamente che il Green pass si applichi senza sconti anche a loro, cioè alle messe e alle cerimonie cattoliche (battesimi, comunioni, matrimoni, funerali), oltre che a tutta la galassia del mondo cattolico come oratori, circoli di animazione parrocchiale, lezioni di catechismo per giovani e adulti, gruppi di preghiera, associazioni di volontariato. Non si comprende, del resto, perché si debba accettare una limitazione – se non vera e propria soppressione – di un fondamentale diritto come quello al lavoro e non una analoga restrizione per l’esercizio del diritto di culto, considerando soprattutto che le cerimonie cattoliche si svolgono per lo più in ambienti chiusi, con grandi quantità di persone le une molto vicine alle altre, e con cadenza periodica.

I cattolici, soprattutto gli intellettuali cattolici che si sperticano in accorati applausi alla trovata del Green pass e che venerano l’idolo della sicurezza presunta del Green pass accusando i suoi critici di “libertarismo”, dovrebbero quindi decidersi dinnanzi ad una amletica opzione. Delle due l’una: o si ritiene che il Green pass non è adeguato per limitare un fondamentale diritto come quello al culto, come non lo è nemmeno per tutti gli altri diritti ugualmente fondamentali, cominciando da quello al lavoro; oppure occorre ammettere che il Green pass è così tanto necessario che il diritto di culto non può essere privilegiato rispetto a tutti gli altri diritti dovendosi ugualmente sottomettere alla disciplina securitaria che il Green pass impone. In secondo luogo: ciò che più sorprende dell’adesione acritica di vaste comunità di cattolici, e perfino di parte del mondo della Chiesa, all’imposizione del Green pass è che non si tenga in debita considerazione da parte di costoro dei dettami e dei principi della stessa dottrina sociale della Chiesa. Il Green pass, infatti, avendo invertito la gerarchia dei principi giuridici e degli atti giuridici, per cui non si valutano più i certificati alla luce dei diritti fondamentali, ma si valutano i diritti fondamentali alla luce dei certificati, ha radicalmente compresso, come mai prima d’ora l’esercizio del diritto al lavoro.

Il diritto al lavoro, occorre tener presente, non costituisce soltanto un diritto fondamentale, essendo il cardine della Costituzione italiana – sia in senso formale e normativo (articoli 1, 2, 4, 35, 36) sia in senso etico e sostanziale rappresentando la sintesi aurea della policromatica fonte di valori che è stata l’Assemblea Costituente – ma esprime la dimensione socio–giuridica e assiologica dell’esistenza in quanto sociale e in quanto umana. In questo senso la dottrina sociale della Chiesa è quanto mai chiara, come risulta compulsando direttamente il compendio di dottrina sociale che, per l’appunto, così specifica: “La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell’organizzazione produttiva. Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è actus personae”.

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell’uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto”: n. 271; “il lavoro umano non soltanto procede dalla persona, ma è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa”: n. 272; “il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo: un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana. La Chiesa insegna il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità. Il lavoro è necessario per formare e mantenere una famiglia, per avere diritto alla proprietà, per contribuire al bene comune della famiglia umana”: n. 287; “i diritti dei lavoratori, come tutti gli altri diritti, si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascendente dignità. Il Magistero sociale della Chiesa ha ritenuto di elencarne alcuni, auspicandone il riconoscimento negli ordinamenti giuridici: il diritto ad una giusta remunerazione; il diritto al riposo; il diritto ad ambienti di lavoro ed a processi produttivi che non rechino pregiudizio alla sanità fisica dei lavoratori e non ledano la loro integrità morale; il diritto che venga salvaguardata la propria personalità sul luogo di lavoro, senza essere violati in alcun modo nella propria coscienza o nella propria dignità”: n. 301.

Se tutto questo non fosse ancora sufficiente, si interroghi direttamente l’autorità del magistero papale, per esempio, ricordando ciò che ha insegnato San Giovanni Paolo II nella sua enciclica del 14 settembre 1981 “Laborem exercens”: “La Chiesa ritiene suo compito di richiamare sempre la dignità e i diritti degli uomini del lavoro e di stigmatizzare le situazioni, in cui essi vengono violati. Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva. In una tale concezione sparisce quasi il fondamento stesso dell’antica differenziazione degli uomini in ceti, a seconda del genere di lavoro da essi eseguito. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità – perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”. Senza questa considerazione non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo. Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità.

E noto, ancora, che è possibile usare variamente il lavoro contro l’uomo, che si può punire l’uomo col sistema del lavoro forzato nei lager, che si può fare del lavoro un mezzo di oppressione dell’uomo, che infine si può in vari modi sfruttare il lavoro umano, cioè l’uomo del lavoro. Tutto ciò depone in favore dell’obbligo morale di unire la laboriosità come virtù con l’ordine sociale del lavoro, che permetterà all’uomo di “diventare più uomo” nel lavoro, e non già di degradarsi a causa del lavoro, logorando non solo le forze fisiche (il che, almeno fino a un certo grado, è inevitabile), ma soprattutto intaccando la dignità e soggettività, che gli sono proprie”: n. 2-9. In conclusione, ai cattolici che, pur rifiutandolo per il proprio culto, ostinatamente continuano a sostenere il Green pass – perfino nella sua formulazione estesa con cui si sopprime il diritto al lavoro senza comprendere la gravità di un tale effetto proprio alla luce della dottrina morale e sociale cattolica – sembra possano perfettamente applicarsi le dure ammonizioni evangeliche: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”: (Mt., 23, 27–28).