Carriera alias nelle scuole secondarie: se i rischi sociali superano i benefici

La finalità del cosiddetta profilo alias dovrebbe essere quella di rendere maggiormente inclusiva – rispetto al restante ambiente scolastico – la situazione particolare in cui versa il richiedente, concedendogli un profilo scolastico con un nome di elezione anticipatorio della rettifica di sesso a esclusivo “uso interno”, intendendo eliminare alcune potenziali barriere sociali che potrebbero indurre il giovane in una condizione di disagio. È bene rimarcare la diversa condizione in cui possono trovarsi i ragazzi che chiedono tale profilo; difatti, mentre alcuni possono trovarsi in un reale disagio, altri potrebbero attraversare una fase di confusione, soprattutto durante l’adolescenza, semplice evolversi del naturale processo di crescita psico-affettiva, non giunto ancora a compimento con l’acquisizione di una propria e definitiva identità. Mentre nei primi casi il presupposto medico-scientifico in cui deve trovarsi lo studente è dato da una diagnosticata disforia di genere ossia, come riportato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali da “una condizione di intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso”, nei secondi casi, invece, questa tendenza sembra assumere sempre più i connotati riflessi di un vero e proprio status sociale, anche sotto l’influsso di una cultura tendente a liquidare i percorsi identitari, facendo acquisire, soprattutto nei ragazzi con maggiori fragilità, alla percezione di sé una forma indotta dal contesto sociale e culturale in cui si vive, esattamente come il contenitore dà forma al liquido che lo contiene.

Prima di ogni concessione o decisione in merito, l’Istituto Scolastico dovrebbe innanzitutto accertarsi – anche mediante l’ausilio di consulenti o psicoterapeuti – in quale reale condizione versa lo studente. Sotto il profilo normativo, per suffragare la concessione della carriera alias da parte dei singoli istituti scolastici, in assenza di una norma che disciplini tale pratica, si richiamano, oltre l’articolo 3 comma 2 della Costituzione, il Dpr 275/1999 recante la disciplina in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche. Evocare tale norma appare alquanto parziale ed arbitrario. Difatti, l’articolo 4 del citato Dpr presuppone, quale componente teleologica della norma, il rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema. Tra queste ultime va certamente compreso il sano e fisiologico processo di maturazione psico-affettiva dello studente, che arriva a compimento proprio durante il termine della fase adolescenziale. Pertanto, prima di concedere una “carriera alias”, ogni istituto scolastico dovrebbe rendersi conto di quale impatto sociale possa ingenerare con riguardo al processo di maturazione dell’intera platea scolastica.

Sempre in ambito normativo, anche il richiamo al Dpr 249/1998 recante lo statuto delle studentesse e degli studenti nella scuola secondaria, sembra essere insufficiente. Con esso, poi modificato con il Dpr 235/2007, si introduce il c.d. patto educativo di corresponsabilità: ma non può essere fatto solamente per la estensione dei diritti dei singoli studenti, bensì in un più ampio quadro normativo volto a garantire la piena corresponsabilità tra gli istituti scolastici, gli studenti e le rispettive famiglie. Anche sotto questo aspetto, un mero atto interno dell’Istituto che non coinvolga le famiglie non può che leggersi come una forzatura volta a ledere proprio il patto di corresponsabilità implicitamente sottoscritto tra tutti i soggetti coinvolti, in primis, istituti scolastici e le famiglie.

Da quanto osservato è evidente come l’accettazione incondizionata della carriera alias è sempre potenzialmente in grado di ingenerare la convinzione sociale che ogni fisiologico processo di sessuazione comporti sempre una “scelta” di orientamento di genere. Per assumere un comportamento inclusivo rispetto a chi manifesta l’intenzione di procedere al lungo iter della variazione di genere si può ingenerare una forma di patologizzazione sociale sul restante corpo scolastico, da un lato, inducendo i soggetti fragili ad aumentare una incertezza identitaria che diversamente non avrebbero spontaneamente manifestato: dall’altro lato, ledendo indirettamente il presupposto richiamato nel Dpr 275/1999, ossia la principale finalità del sistema scolastico di facilitare il naturale e armonico percorso di crescita psicoaffettiva, proprio della fase adolescenziale. Ogni educatore, non può sottovalutare la drammaticità della fase evolutiva in cui vivono i ragazzi, nel pieno di una tempesta emotiva legata alla erotizzazione del sistema nervoso centrale, dovuta agli ormoni gonadici, il tutto vissuto in una fase in cui la coscienza critica non si è ancora sviluppata appieno.

A fronte delle svariate problematiche derivanti dall’incertezza scientifica e del rischio sociale che ne potrebbe derivare dalla estensione infondata della carriera alias, le scelte di un istituto scolastico dovrebbero essere sempre improntate al rispetto del fondamentale principio di precauzione. Nel concreto, ogni qualvolta si profili all’orizzonte la richiesta attivazione di una carriera alias, l’istituto scolastico non può non operare valutazioni sul rischio da gestire, nonché dei danni prospettabili qualora si facilitasse, oltre ogni ragionevole dubbio, il desiderio di transizione sociale senza un solido e fondato percorso psicologico, anche mediante l’ausilio di consulenti e psicoterapeuti, posto alla base della richiesta. In tale ottica, poiché i casi di transessualismo sono pressoché rari, attesi i gravi rischi che si possono ingenerare nei restanti ragazzi, secondo un generale principio di precauzione gli istituti scolastici dovrebbero limitare la carriera alias solamente a questi pochissimi casi, sentito il parere del Consiglio d’Istituto e tenuto sempre conto del contesto familiare presente nel territorio scolastico, quale principale soggetto educante degli adolescenti, per evitare il rischio concreto che l’Istituto stesso possa legittimare – nella percezione psicologica della propria platea studentesca – l’idea che ciascuno possa scegliersi il proprio orientamento sessuale, prescindendo da eventuali e reali situazioni di disagio psico-affettivo.

Secondo gli ultimi dati Unicef, ottobre 2021, i problemi di ansia e depressione sono raddoppiati dal pre-pandemia e ora interessano un giovane su quattro. Se il suicidio è la seconda causa di morte tra i 10 e i 19 anni di età e gli accessi dei minori in Italia al pronto soccorso per crisi psichiche sono aumentati rispetto al pre-pandemia del 84 per cento, tali dati dovrebbero indurre gli istituti scolastici ad una grandissima cautela nella estensione di eventuali crisi identitarie all’interno della propria compagine scolastica; diversamente, lederebbero proprio i ragazzi con maggiori fragilità psicologiche, violando palesemente la primaria funzione educativa, nonché l’articolo 32 della Costituzione, non solo non rimuovendo, ma anzi favorendo ostacoli per una crescita psico-affettiva ordinata. In definitiva, la strada frettolosamente intrapresa dalla scuola nel concedere la carriera alias, seppure lastricata da buone intenzioni, potrebbe portare conseguenze sociali più gravi, perché l’apparente medicinale usato dall’istituto scolastico – senza leggere il foglio delle avvertenze e delle controindicazioni – diverrebbe la principale causa di un malessere sociale, ben più difficile da estirpare.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino