Esercizio della giurisdizione fra coscienza e umiltà

Chiose a margine delle riflessioni sul senso della giustizia dell’ex presidente dell’Anm ed esponente di Magistratura democratica, Edmondo Bruti Liberati, pubblicato su La Stampa del 4 gennaio 2022.

Non può che far piacere leggere riflessioni sul senso della giustizia, soprattutto se scritte da un magistrato, come Edmondo Bruti Liberati, che ha ricoperto ruoli ed incarichi autorevoli, sia professionali che rappresentativi dell’intera categoria. Il piacere aumenta quando l’autore delle riflessioni individua il senso stesso del giudicare nell’umiltà di fronte ai limiti e agli errori di una giustizia resa da donne e uomini su altre donne e altri uomini. La consapevolezza della fallibilità dell’umano giudicare, da un lato, impedisce (o, almeno, dovrebbe impedire) al giudice di assumere atteggiamenti da superuomo, e, dall’altro, fonda l’accettazione della sentenza come sforzo di arrivare ad una verità processuale il meno distante possibile da quella storica.

Tutto molto vero; ma, se la riflessione vuole avere, come confessato dall’autore, un respiro che vada oltre la vicenda che l’ha originata – il suicidio dell’ex consigliere regionale del Piemonte, Angelo Burzi – allora non è possibile chiudere la questione invitando i magistrati a non ribellarsi alle critiche e gli imputati ad accettare i giudizi nella loro intrinseca fallibilità. E il monito dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati è occasione più che propizia per richiamare l’attenzione su almeno altre due questioni.

La prima ha a che fare, rimanendo sul terreno evangelico evocato da Bruti Liberati, con l’esame di coscienza. Se si denuncia un difetto di umiltà rispetto ai fatti e alle persone da giudicare, e se questo difetto va al di là della vicenda concreta, è lecito chiedersi allora se non ci si trova dinanzi a un comportamento reiterato, in qualche misura diffuso, forse un vizio, che ha inquinato il rendere giustizia. E se le cose stanno così, varrebbe la pena ammettere che talora non si è voluto ricercare la verità storica, che talora hanno preso il sopravvento protagonismi personali, o peggio ancora letture ideologiche. Ammetterlo e chiedere scusa. Potrebbe essere l’inizio di una pacificazione sociale, l’avvio della ricomposizione di un conflitto, divenuto quasi endemico, fra magistratura e corpo sociale: il modo per chi è chiamato a giudicare di riguadagnare la stima di chi è chiamato ad essere giudicato.

La seconda riguarda l’umiltà, ma sotto un ulteriore profilo, non meno importante. Non c’è, infatti, solo un doveroso atteggiamento di rispetto dei fatti e delle persone che deve essere osservato dal magistrato. Quest’ultimo deve, altresì, rispettare le leggi. Il che significa non solo che il sillogismo giudiziario ha sempre come premessa maggiore la norma positiva; che va interpretata, certo, ma non stravolta né tantomeno manipolata secondo i propri orientamenti valoriali. Essere soggetti alla legge vuol dire pure che spetta solo al legislatore tradurre in norme la volontà popolare, non al giudice.

Vuol dire, in altri termini e per partire da una vicenda concreta pur senza fermarsi ad essa, che se il Parlamento non approva il Ddl Zan, non appare manifestazione di umiltà annunciare che comunque ci penseranno i magistrati. Perché allora diventa lecito chiedersi: con quale autorità? Il senso della giustizia postula, in definitiva, consapevolezza dei limiti e chiarezza dei ruoli. La giustizia ha senso se non alterna evangelici richiami all’umiltà a tentazioni di superiorità etica; perché, come ammoniva Rosario Livatino, giudicare è decidere e decidere è scegliere fra più alternative e soluzioni; e per scegliere occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino