Carriera alias e tutela dei minori

In alcune scuole italiane è stata attivata la carriera alias, una procedura non prevista dalla legge né autorizzata dalle autorità competenti, che consente ai minori di far sostituire il proprio nome con un nome di elezione sui documenti scolastici e sui registri, senza necessità di allegare alla domanda documentazione medica o psicologica. Promossa come strumento di tutela dei minori, presenta tuttavia, ad un’attenta analisi, diverse criticità sia con riferimento al rispetto della normativa in materia scolastica, sia con riferimento ai principi che debbono sempre orientare le scelte in materia di minori. Più precisamente il rischio è che la carriera alias possa rafforzare negli adolescenti più fragili l’intenzione di intraprendere percorsi di mutamento del genere e di esercitare quindi, seppur indirettamente, una forma di pressione psicologica.

Da qualche settimana, con la riapertura delle scuole, si è ripreso a parlare di carriera alias, ossia di quella procedura che pretenderebbe di legittimare all’interno delle scuole di ogni ordine e grado l’uso da parte degli studenti di nomi di elezione, corrispondenti al genere a cui si sentono di appartenere, con la relativa alterazione dei registri e dei documenti interni alla scuola.

Al momento hanno aderito all’iniziativa circa un centinaio di scuole in tutta Italia, che hanno attivato la procedura applicando un regolamento ‒ non autorizzato dal Ministero dell’Istruzione o da altre Autorità competenti ‒ elaborato unilateralmente da un’associazione di attivisti Lgbt. Il regolamento esclude la necessità di allegare alla domanda documentazione medica o psicologica, potendo pertanto essere proposta anche in assenza di previo consulto sanitario, sulla base di una “autodiagnosi” fatta dal minore.

Come si legge nel regolamento, l’obiettivo dichiarato dai sostenitori – fatto proprio dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti che hanno dato seguito alla procedura ‒ è quello di “garantire a studenti con varianza di genere o trans, in tutte le loro diverse esperienze della scuola…la possibilità di vivere in un ambiente scolastico sereno, attento alla tutela della privacy e al diritto di ogni persona di essere riconosciuta nel proprio genere espresso…”.

Premesso che le iniziative volte a promuovere il benessere psico-fisico dei minori sono senz’altro da apprezzare, è tuttavia necessario valutare sempre con scrupolosa attenzione quelli che potrebbero essere gli eventuali effetti di determinate scelte, proprio perché la tutela dei minori esige la massima diligenza e prudenza.

Occorre allora chiedersi se davvero la carriera alias nelle scuole sia uno strumento di tutela degli studenti con disforia di genere (o di quelli che si percepiscono in quella condizione) o se sia piuttosto uno strumento potenzialmente idoneo a rafforzare nei ragazzi, specie quelli più fragili, il proposito di iniziare un percorso di transizione di genere.

Su questo interrogativo – vista la delicatezza della tematica e i suoi effetti sull’intera collettività ‒ sono chiamati a riflettere tutti, soprattutto genitori, insegnanti e dirigenti scolastici, al fine di evitare di cadere in erronee convinzioni e di cedere a soluzioni che in apparenza appaiono buone ma che, ad una più attenta analisi, mostrano diverse criticità.

Ebbene, per capire se l’attivazione della carriera alias nelle scuole sia o meno opportuna, può essere innanzitutto utile considerare alcuni dati relativi alle richieste di transizione di genere da parte di giovani e giovanissimi. Negli ultimi dieci anni, nel solo territorio europeo, migliaia di adolescenti (soprattutto ragazze) hanno iniziato ad assumere ormoni e farmaci per bloccare la pubertà, ritenendo di sentirsi infelici a causa del “corpo sbagliato in cui si trovavano”. Molti di quei ragazzi hanno poi dovuto fare i conti con l’errore in cui erano caduti, spesso a causa dell’influenza esercitata dai social e dalla propaganda a favore dell’autodeterminazione del sesso: erano stati indotti a credere che il loro malessere si chiamasse disforia di genere e che l’unica soluzione fosse iniziare un percorso per cambiare sesso; in realtà il loro malessere era dovuto ad altro, in genere all’insicurezza tipica dell’adolescenza, che può portare spesso i ragazzi ad isolarsi e a credere di essere “sbagliati”.

L’età dell’adolescenza è infatti di per sé caratterizzata da cambiamenti fisici e psicologici che talvolta – complici le fragilità personali, la solitudine, il senso di inadeguatezza ‒ sono accompagnati da sofferenza e disperazione.

Come è emerso da diverse ricerche, gli adolescenti che si sentono inadeguati, soli o infelici cercano spesso rifugio nei social. Negli ultimi anni la rete è stata anche veicolo di una massiccia propaganda a favore dell’autodeterminazione del genere e delle pratiche per il cambiamento del sesso, fatta spesso da influencer (privi delle competenze mediche necessarie): messaggi e video in grado di coinvolgere emotivamente soprattutto i giovani più fragili, quelli che non si accettano per quello che sono, che non si piacciono e che – per il loro malessere ‒ sono quindi più vulnerabili e maggiormente esposti al rischio di essere ingannati.

Il problema è molto serio. Lo scorso anno in Francia medici, psichiatri infantili, avvocati, magistrati e filosofi hanno denunciato pubblicamente il preoccupante fenomeno di giovani e giovanissimi che si autoconvincono – senza certificazioni mediche o esami diagnostici ‒ che il loro malessere sia dovuto alla disforia di genere e che pertanto l’unica soluzione per stare meglio sia cambiare sesso, con il ricorso a trattamenti ormonali se non addirittura ad interventi chirurgici. Accanto alla sofferenza dei ragazzi vi è poi la sofferenza dei genitori, che si trovano nella difficile condizione di capire se sia o meno giusto assecondare le richieste dei figli e cosa fare per tutelare la loro salute psico-fisica.

Pur nella specificità di ogni singolo caso, è sempre certamente opportuno che i genitori facciano sentire ai propri figli tutto il loro amore e la loro comprensione, proponendo però sempre il ricorso a specialisti ed evitando pericolose autodiagnosi.

Alla luce delle tante esperienze dolorose fatte da quegli adolescenti che hanno intrapreso percorsi di transizione di genere a causa di erronee convinzioni sull’origine del proprio malessere e che poi hanno dovuto fare i conti con gli effetti di quegli errori (talvolta drammatici ed irreversibili), va quindi senz’altro evitata qualsiasi forma di condizionamento o pressione psicologica.

Da qui il serio dubbio che la carriera alias possa considerarsi uno strumento di tutela dei minori, in ragione del fatto che, anche solo indirettamente, può contribuire ad alimentare negli adolescenti la convinzione di voler cambiare sesso, tracciando per loro un cammino da cui potrebbero poi difficilmente tornare indietro.

Bambini ed adolescenti con disforia di genere devono senz’altro sentirsi a proprio agio anche nell’ambiente scolastico, nonché essere accolti ed aiutati a superare le loro eventuali difficoltà, ma non attraverso procedure basate sull’uso di nomi fittizi, bensì attraverso il dialogo e la comprensione: i ragazzi con disforia di genere devono avere la certezza che possono manifestare il loro disagio ad insegnanti e dirigenti scolastici, i quali, assieme alle rispettive famiglie, potranno individuare le soluzioni più adeguate e rispettose della specificità di ogni singolo caso.

Ma non solo. La carriera alias presenta anche ulteriori criticità sotto il profilo giuridico.

Va infatti considerato che si tratta di una procedura che prevede l’alterazione dei documenti ufficiali della scuola, fra cui i registri di classe, che tecnicamente sono atti pubblici finalizzati a documentare gli aspetti amministrativi della classe e che in quanto tali, per legge, devono riportare l’elenco e i dati anagrafici degli alunni, le presenze, le assenze, eventuali note disciplinari ecc. Tutte le attestazioni contenute nei registri di classe, come affermato anche dalla Cassazione, sono espressione della pubblica funzione dell’insegnamento.

La carriera alias si pone quindi in contrasto con la legge e la sua attivazione, in base all’attuale normativa scolastica, è da considerarsi illegittima.

A tal ultimo proposito, occorre altresì riflettere sul fatto che inserire nei registri della scuola nomi difformi a quelli presenti sui documenti anagrafici e all’atto dell’iscrizione scolastica può avere delle conseguenze giuridiche, fra cui l’integrazione del reato di falso ideologico in atto pubblico previsto dall’articolo 479 del codice penale. Gli insegnanti, infatti, nel compilare i registri, rivestono la qualifica di pubblici ufficiali. La Cassazione ha più volte ribadito che il dirigente scolastico o l’insegnante che altera i dati sui registri scolastici relativi a presenze, assenze, note disciplinari ecc. commette il reato di falso in atto pubblico in quanto la condotta è tale da ledere la pubblica fede, ossia la fiducia che la collettività ripone sulla veridicità di quel determinato atto.

L’attivazione della carriera alias è dunque illegittima ed è del tutto improprio il riferimento fatto da alcuni all’autonomia scolastica per giustificarne l’introduzione.

L’autonomia scolastica non consiste infatti nella libertà di autodeterminazione delle politiche e dei percorsi formativi, ma nella flessibilità di operare all’interno di un quadro normativo precostituito dai soggetti titolari di potestà legislativa ex articolo 117 della Costituzione (Stato, Regioni, Province Autonome). Ciò significa che l’autonomia è concessa alle scuole non per fini generali ma in funzione della realizzazione degli obiettivi di educazione, formazione ed istruzione fissati dalla legge, nonché nel rispetto della libertà di insegnamento e della libertà di scelta educativa delle famiglie.

Va inoltre considerato che i dirigenti scolastici hanno il dovere di astenersi dall’introdurre nelle scuole insegnamenti o procedure contrarie alla normativa in materia scolastica. A tal ultimo proposito giova ricordare che il Miur, con la circolare numero 1972/2015, ha ribadito che non rientra tra le finalità dell’insegnamento scolastico “promuovere pensieri o azioni ispirati ad ideologie di qualsivoglia natura”, affermando chiaramente che “tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né l’ideologia gender né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo”. Le scuole devono inoltre garantire un’offerta formativa che valorizzi – come si legge anche sul sito del Ministero dell’Istruzione ‒ “l’educazione alla convivenza civile e alla legalità”, astenendosi dal dare – anche solo indirettamente – orientamenti ideologici.

Educare alla legalità significa innanzitutto dare il buon esempio, rispettando le regole e le leggi. Chiediamoci allora se possa dirsi corretto, sotto il profilo educativo, introdurre nelle scuole procedure che contrastano con la normativa scolastica.

Chiediamoci, inoltre, più in generale, se l’attivazione di procedure come la carriera alias rientri tra le competenze scolastiche e sia conforme alla funzione della scuola.

Per rispondere a questo interrogativo può essere utile ricordare quanto enunciato dall’articolo 3 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, secondo cui “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”. Come noto, rispettare l’interesse del minore non significa assecondare passivamente le sue richieste o i suoi desideri, bensì individuare la soluzione migliore per il suo sano ed equilibrato sviluppo psicofisico, anche attraverso un giudizio prognostico.

La tutela degli studenti con disforia di genere o di quelli che si credono tali – così come peraltro la tutela di tutti gli studenti, specie quelli più fragili o in difficoltà ‒ va garantita attraverso il confronto, la comunicazione rispettosa, la comprensione, la condivisione fra gli studenti e non già attraverso l’attivazione di pratiche dagli effetti dubbi e dai potenziali rischi per la sana ed equilibrata crescita psicofisica dei minori.

Per il principio di precauzione, infatti, nell’incertezza che una determinata procedura possa anche solo potenzialmente nuocere ai minori, è necessario astenersi dall’intraprendere qualsivoglia iniziativa ed attendere semmai l’intervento del legislatore o delle Autorità competenti.

(*) Tratto dal Centro Studi Rosario Livatino