06 Febbraio 2010 - Interni
MEDIO ORIENTE
Capire la svolta

E’ stata sicuramente un successo la visita di Silvio Berlusconi in Medio Oriente. Non solo per le accoglienze positive, se non addirittura entusiastiche, ricevute in Israele. Ma anche per il sostanziale riconoscimento dell’importante ruolo che il nostro paese può svolgere in quell’area dato al nostro Presidente del Consiglio dal Premier palestinese Abu Mazen. A dispetto di questo indubitabile successo, però, le reazioni delle forze d’opposizione nel nostro paese sono state o negative, o di piena e totale indifferenza o caratterizzate da valutazioni intellettualistiche prive di un qualsiasi fondamento. Quelle negative sono venute dai gruppi più oltranzisti dell’ultra sinistra. Ma erano scontate. Poiché questi gruppi da sempre nutrono un odio inconsulto e totale nei confronti d’Israele considerato un avamposto di un Occidente detestato e combattuto come ai tempi della guerra fredda. Gli oltranzisti della sinistra anti-israeliana, antisionista, antioccidentale ed antidemocratica non avevano altra strada oltre quella dell’aggressione al Cavaliere di fronte alla dichiarata manifestazione d’amicizia di Berlusconi nei confronti di Gerusalemme. L’indifferenza, invece, è venuta dalla sinistra che in teoria dovrebbe essere responsabile. I dirigenti del Pd si sono resi conto perfettamente del successo del viaggio di Berlusconi e del fatto che la visita in Israele ed in Palestina ha segnato un cambio radicale di linea di politica estera dell’Italia in Medio Oriente rispetto al filoarabismo indiscriminato dei governi di centro sinistra. Ma hanno preferito ignorare la vicenda. Un po’ per non dare soddisfazione al centro destra ed al suo leader, un po’ per non dover riconoscere che il cambio di linea di politica estera attribuisce al nostro paese un ruolo molto più importante di quello svolto nel passato ai tempi di Massimo D’Alema alla Farnesina. Sempre in nome della necessità di minimizzare gli effetti positivi della missione berlusconiana, infine, sono giunte le avventurose scalate sugli specchi di commentatori tradizionalmente vicini alla sinistra ormai incapaci di uscire dal tunnel delle banalità in cui cadono quando si parla di Berlusconi. Ecco, allora, le solite osservazioni piene di sussiego sulla politica estera che non si fa con le pacche sulle spalle e con le barzellette.

O, addirittura, la bizzarra teoria esposta da Lucia Annunziata secondo cui i politici, da Obama in poi, i politici provvisti di carisma sono portati a stupire con gli effetti speciali degli annunci straordinari o delle chiacchiere ad effetto piuttosto che con le azioni serie e ponderate. Perché la critica radicale, l’indifferenza e le contestazioni intellettualistiche costituiscono un grave errore? Non solo perché puntano apertamente a sottovalutare il successo personale di Berlusconi. Ma soprattutto perché ignorano e contribuiscono a non far capire il senso più profondo e più importante della svolta data dal Premier alla politica estera in Medio Oriente. Berlusconi non si è limitato a ribadire la propria amicizia e quella dell’Italia per Israele, il solo stato del Medio Oriente retto da un regime democratico. Ha fatto molto di più. Ha clamorosamente spezzato il filo di ambiguità che da sempre legava l’Italia all’Iran del regime komeinista. Ed in questo modo è riuscito contemporaneamente a rinsaldare il rapporto di solidarietà tra Italia ed Israele ma anche, e soprattutto, ad assicurare i palestinesi e l’intero mondo arabo non fondamentalista che il nostro paese li aiuterà chi non vuole cadere sotto la mannaia dell’egemonia komeinista. In questa luce la svolta berlusconiana non è affatto un segno di discontinuità nei confronti della linea di tradizionale amicizia dell’Italia nei confronti del mondo arabo. Al contrario, è un rafforzamento di quella linea. Con una precisazione. Che l’Italia sta dalla parte degli arabi moderati e non di chi pensa alla bomba atomica come strumento per minacciare un Olocausto nucleare e mettere sotto il proprio tallone tutti gli altri paesi dell’Islam.

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