Nel giorno in cui il Censis, rende pubblica l’indagine realizzata sui gusti degli italiani in tema di assistenza sanitaria agli immigrati irregolari, arriva anche la notizia dell’imminente decreto attuativo sulla cittadinanza. Il permesso di soggiorno a punti “é già una legge, perché è nel pacchetto sicurezza approvato l’anno scorso: ora col ministro Sacconi abbiamo trovato un’intesa tecnica sulla sua attuazione e nei prossimi giorni sarà pubblicato il decreto attuativo, ossia un atto amministrativo che determina il regolamento”. A chiarirlo è stato ieri, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, durante una conferenza stampa a Varese dove è stato presentato il Patto per la sicurezza dei laghi Insubri. Il ministro dell’Interno ha quindi parlato del permesso di soggiorno a punti come “un aiuto all’integrazione e non certo un limite per i cittadini extracomunitari che vengono in Italia per lavorare”. Maroni ha assicurato che per il raggiungimento degli obiettivi di integrazione, come la conoscenza della lingua italiana, “ci sono a disposizione strutture pubbliche che non sono a carico del cittadino straniero: poi se questi non vorrà seguire i corsi e raggiungere gli obiettivi sa che verrà espulso”. Infine il ministro ha assicurato che “si tratta di uno strumento utile e avanzato di civiltà che sarà molto apprezzato da chi viene a vivere e a lavorare in Italia”. Ed è sempre di ieri, la fotografia che il Censis scatta proprio sull’immigrazione nel nostro Paese. Per l’80% degli italiani anche gli immigrati irregolari hanno diritto alla sanità pubblica. Più di 8 italiani su 10 ritengono dunque che anche gli immigrati clandestini o irregolari devono avere accesso ai servizi sanitari pubblici. A volere la sanità pubblica anche per i clandestini è l’86,1% dei residenti al Sud, il 78,7% al Centro, il 78,4% al Nord-Est e il 75,7% al Nord-Ovest. Dello stesso parere oltre l’85% degli italiani laureati, l’83,1% dei 30-44enni e più dell’85% dei residenti nelle città con 30 mila-100 mila abitanti.
E’ alta la quota dei favorevoli anche tra gli italiani più cagionevoli di salute e quindi più bisognosi di cure: l’83,9% di chi dichiara di avere una salute pessima auspica un’offerta sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e irregolari. Perché garantire la sanità anche agli immigrati irregolari? Il 65,2% degli intervistati ritiene che la tutela della salute sia un diritto inviolabile, quindi curare tutti è un atto di solidarietà irrinunciabile. Una scelta valoriale, dunque, che prevale in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo sociale. E’ l’opinione soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno (quasi il 74%) e dei laureati (quasi l’80%). Risalendo la penisola diminuisce la quota di intervistati che parlano della salute come diritto irrinunciabile per tutti, mentre aumentano quelli convinti che occorre assicurare la sanità anche ai clandestini e agli irregolari perché altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12% dei residenti al Sud, il 15,4% al Nord-Ovest, il 15,8% al Nord-Est e oltre il 19% al Centro. Questa opinione è diffusa anche tra chi dichiara di avere una salute pessima (e utilizza di più le strutture sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio. Al contrario, meno del 20% degli italiani è contrario a garantire l’accesso al Servizio sanitario nazionale a clandestini e irregolari. Si tratta di poco più del 24% dei residenti al Nord-Ovest, del 24,8% delle persone con basso titolo di studio, di oltre il 24% di chi vive nelle grandi città, con più di 250 mila abitanti. Solo per il 13% degli intervistati, clandestini e irregolari non hanno diritto alla sanità perché non pagano le tasse; per poco più del 5% perché fanno aumentare i costi della sanità. La popolazione immigrata è mediamente più giovane e in salute di quella italiana. Per il momento gli stranieri utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65% la quota degli stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al Servizio sanitario nazionale), che per loro significano soprattutto Pronto soccorso (il 5,7% vi si è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3% degli italiani) e ricoveri d’urgenza, piuttosto che prevenzione e visite specialistiche. Per il futuro, una maggiore integrazione degli immigrati comporterà anche livelli più alti di tutela della loro salute, in linea con gli standard degli italiani: occorre preparare quindi, afferma il Censis, il Servizio sanitario nazionale in termini di risorse e di competenze. L’Italia insomma, non è un Paese razzista o almeno gli italiani non lo sono. Lo è, forse, la lingua, che mantiene al suo interno un vecchio vacabolo come “clandestino” che ha un’accezione negativa e che, per questo, la Francia a sostituito con il più blando sans papiers, senza documenti.

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